Pesce d’aprile

  • Postato il 1 aprile 2026
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  • Di Il Vostro Giornale
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Generico marzo 2026

“Quanto spesso gli imbecilli sono attentissimi a non farsi appiccicare un pesce d’aprile sulla schiena nel giorno stabilito, ma alle loro spalle accade ben altro per tutti gli altri giorni dell’anno”. L’amico Gershom Freeman non si smentisce mai e, ancora una volta, è riuscito a essere divertente fotografando una situazione che è difficile non poter verificare quotidianamente. La sua affermazione concluse una strana serata nel corso della quale ci raccontammo aneddoti privati sulla nostra adolescenza riuscendone a ridere, con solidale compassione, da anziani che osservano un’epoca lontana; le figuracce consumate nelle più svariate situazioni, i fallimenti di presunte strategie d’abbordaggio infallibili e anche qualche ignobile scherzo telefonico che tanto ci divertiva e che oggi, quando il telefono è una protesi imprescindibile, non si consumano più. Per la prima volta anche l’amico Gershom ha rivelato una lacuna culturale, mentre mi interrogavo sulle origini dell’usanza di fare scherzi al prossimo il primo di Aprile, lui si è limitato al silenzio e a versarsi il poco vino rimasto nella bottiglia, e non è stato uno scherzo divertente. Comunque, ho deciso di cercare un po’ di informazioni storiche: le ipotesi sono diverse, pare che si possa ritrovare una medioevale origine fiorentina quando, in quella data, si ingannava qualche sprovveduto inviandolo ad acquistare del pesce in una piazza dove l’unico pesce presente era dipinto su una parete. L’origine più condivisa da differenti fonti, rimanda al 1564, quando il re francese Carlo IX fece spostare l’inizio dell’anno nuovo dal primo di Aprile al primo Gennaio, ne seguì che chi, per errore o altre ragioni, perseverava nella precedente tradizione, diveniva oggetto di caustica ironia. In realtà i festeggiamenti, per il passaggio dall’anno vecchio a quello che stava arrivando, duravano una settimana e si concludevano, appunto, il primo di Aprile. Quei festeggiamenti affondavano le loro radici nella storia e nella cultura contadina, spesso si coloravano di significati socio politici, i poveri, le donne, insomma, i più vulnerabili, in quei giorni avevano modo di ribellarsi, si trattava di una sorta di Carnevale, quello che nella cultura celtica produrrà la festa della Gibiana, con il relativo falò in piazza, che ancora si replica in qualche località del nord Italia. Altri storici rinviano all’iconoclasta festa medioevale dei Folli, altri ancora a tradizioni indiane, come la Festa dei Colori.

Esiste poi l’interessante prospettiva proposta da un altro storico, il professor Jean-Daniel Morerod, che smonta la fondatezza documentale della versione più condivisa confutandola con precise ragioni storiche e, di conseguenza, rivelandone la natura adeguata a essere reputata un perfetto pesce d’Aprile. D’altra parte sono diverse le narrazioni cosiddette “storiche” assolutamente inventate eppure generalmente condivise, ma fermiamoci a questa notazione per non correre il rischio di doverci inoltrare nelle manipolazioni informative che tanta parte rivestono oggi nell’informazione ufficiale e non. A mo’ di chiusura di questa introduzione più o meno storica, mi sembra importante precisare che i valori politico, culturale e anarchico, di tradizioni come quelle del Carnevale, sono andati del tutto perduti nelle versioni contemporanee di una simile Festa. (al riguardo mi limito a suggerire la lettura del formidabile testo di Michail Bachtin che ne rivela i valori rivoluzionari nel rovesciamento dei ruoli) Credo sia questa una chiave di lettura del nostro tempo, estremamente gravida di possibilità critiche e gnoseologiche. Mi ritaglio solo un angolo che, a mio avviso, può essere definito ottimistico, ricordando a me stesso quando, in lezioni o conferenze, tratteggiavo il “mondo alla rovescia” di Bachtin a un pubblico anagraficamente eterogeneo e, con mio grande stupore e altrettanta gioia, suscitavo un intelligente e vivace interesse collettivo. Forse l’atteggiamento attuale, tutto deve essere breve, veloce, superficiale e sloganistico, non è un dogma collettivo; forse andrebbe “bachtianamente” capovolto l’approccio, forse tanta banalità non è effetto di un pubblico mediocre e superficiale, forse è il livello della comunicazione che è causa dell’abbassamento qualitativo della comunicazione stessa; sottolineo, qualitativo, perché i toni non si abbassano per niente, anzi, ed ecco che il contesto di tutto ciò è paragonabile a un caotico mercato del pesce e, addirittura, a un mercato del pesce d’Aprile.

Girovagando in rete mi sono imbattuto in diversi video imperniati sull’idea di scherzo rituale del primo Aprile; forse non sono molto portato per l’umorismo web, ma non ne ho trovati di davvero divertenti. D’altra parte, gli scherzi rituali di questo genere, non li ho mai trovati davvero motivo di riso o di allegria, non mi pareva trascurabile che qualcuno ne risultasse inevitabilmente vittima. Ricordo che, ancora ragazzo, si parla di un tempo remoto, lavoravo in un cantiere edile e un mio coetaneo, indubbiamente ingenuo e poco competente, venne inviato, su è giù per il palazzo in costruzione, con la richiesta di un secchio di corrente in polvere. Allora mi sorprese la sua credulità, ma ancor di più la prontezza di ogni interlocutore che, subito, affermava di averla terminata indirizzandolo al piano superiore. In realtà l’aspetto più triste furono le risate collettive e l’imbarazzo del ragazzo, comunque lo scherzo rispettava i canoni onomastici del nostro oggetto. Oggi, con il sosfisticato strumento dell’IA, gli scherzi in rete possono raggiungere livelli di raffinatezza estetica davvero sorprendenti, ma la mia domanda rimane immutata: che divertimento si prova a ingannare una persona, a farle fare la figura dello sprovveduto? Oltretutto, se qualche capace operatore inviasse un video estremamente realistico per ingannare uno o più spettatori, a parte i meriti tecnici, che piacere divertito potrebbe mai ricavarne?

Questa notazione intorno all’Intelligenza Artificiale mi ha suggerito una riflessione alla luce di quanto affermato da Noam Slonim, responsabile scientifico del progetto IBM, sull’introduzione di competenze umoristiche nei computer: “l’umorismo dipende soprattutto dalle sfumature di linguaggio che sono molto difficili da decifrare per un sistema automatico”. Credo sia un po’ come dire che i computer possono memorizzare milioni di barzellette, interpretarle perfettamente, suscitare il riso negli ascoltatori, ma non sono in grado di comprenderle. In effetti l’intelligenza artificiale sembra possa produrre una Sinfonia degna di Brahams ma siamo sicuri che sia in grado di emozionarsi nel farlo o nell’ascoltarla? È solo questione di tempo, l’IA si approprierà perfettamente di tutte le competenze di cinesica e prossemica, sarà ricca di ogni forma di paralinguismi e di un lessico sempre perfetto per la circostanza, sarà sicuramente in grado di suscitare amore nell’umano, potrà divenire la perfetta risposta a ogni suo desiderio, ma saprà provare il sentimento dell’amore? Sarà un perfetto pesce d’Aprile che l’essere umano applicherà alla schiena di se stesso e addirittura, pieno successo dell’autoinganno, ogni essere umano ne sarà felice, sollevato, rasserenato. Credo che un’anticipazione tragica sia già riconoscibile nelle mistificazioni, attive e passive, di tanta pseudo comunicazione che circola sulla rete, basta osservare le granitiche verità esposte da neofiti faciloni, le lungimiranti visioni di gente senza memoria, la scomparsa dell’individuo nella folla anonima di replicanti di slogan privati dell’essenza peculiare alla specie: il libero pensiero. Sembra impossibile che ancora sopravviva l’universo incantato che abita ogni umano, sembra che anche le emozioni siano divenute algoritmi, eppure, prendo in prestito i versi di Balla balla ballerino di Lucio Dalla: “Ecco il mistero,/sotto un cielo di ferro e di gesso/ l’uomo riesce ad amare lo stesso/ e ama davvero/ senza nessuna certezza/ che commozione, che tenerezza”. Insomma, per quanto stupido male la nostra specie riesca ad autoinfliggersi, per quanto riesca a essere indifferente al disagio e alla sofferenza altrui, lasciamo pure che sopravviva questa strana ricorrenza. A questo punto non ci resta che sorridere, caro lettore, festeggia pure, il primo àprile, però poi ricordati di chiuderle!

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì. Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero. Clicca qui per leggere tutti gli articoli.

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