Percorsi sfidanti per pensieri arborescenti e altri incubi di un prof-psicanalista

  • Postato il 27 novembre 2025
  • Di Il Foglio
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Percorsi sfidanti per pensieri arborescenti e altri incubi di un prof-psicanalista

Ieri ho partecipato a un corso di formazione sugli studenti plusdotati e/o gifted che in neanche dieci minuti mi ha trasformato in Paolo Crepet. Da questo rigo in avanti non sono più io a scrivere, ma la mia arteriosclerosi e la mia ipertensione.

La formazione riservata agli insegnanti non serve a formare, serve a farti scoprire l’esistenza di un problema che nessuno ha intenzione, non dico di risolvere, ma nemmeno di affrontare. Dopo che hai visto un certo numero di slide su un certo argomento, sono fatti tuoi, ci devi pensare tu: adesso che sai, fai. L’insegnante di vostro figlio ha visto delle slide e ha ascoltato parlare degli altri insegnanti (di solito docenti universitari), quindi adesso può praticare la manovra di Heimlich, disinfestare il maniero dallo spettro autistico, insegnare l’analisi di un periodo scritto in italiano (meglio se in versi secenteschi) a parlanti lingue di ceppo non indoeuropeo, e da oggi anche creare percorsi sfidanti per ragazzini dal pensiero arborescente.

Fino a qua, tutto normale, non mi ero ancora licantropizzato, non mi erano ancora spuntati i baffi, non avevo ancora cominciato a bofonchiare bestemmie in veneto. La metamorfosi è cominciata quando ci hanno spiegato che dobbiamo abbandonare l’idea romantica del plusdotato come genio e trenta secondi dopo ci hanno disegnato un quadro del plusdotato che è esattamente il ritratto del genio romantico, tutto sregolatezza.

I test psicometrici infatti ci hanno svelato la differenza tra lo studente brillante e lo studente plusdotato o gifted, ed è sostanzialmente una differenza di coolness. Lo studente brillante è uno sfigato, impara perché studia (e grazie, così sono bravi tutti, che ci vuole), si interessa a quello che studia, va volentieri a scuola, sta bene con i compagni, con gli insegnanti e con gli altri adulti, in pratica è il ritratto della felicità, e si sa che solo gli scemi sono felici.

Il plusdotato invece è un figo pazzesco: è problematico, è oppositivo, non deve studiare perché già sa, e infatti in classe si annoia, si annoia con i compagni, si annoia con gli adulti, si annoia perché soffre la propria condizione di eccezionalità, è condannato all’eccellenza e alla perfezione, e visto che si tratta di categorie precluse alla finitezza umana, non trova sensato spendersi in vani tentativi di raggiungerle, preferisce giocare col fidget spinner, gesto ripetitivo che stimola il suo pensiero laterale e fa sì che tutto si illumini di una luce diversa, che arricchisce tutta la classe, tutto il corpo docente: però non è un genio, chiaro?

 

                

 

Sarebbe una romanticheria ritrarlo come un genio, anche perché, in effetti, ha seri problemi a tenere la penna in mano, la sua grafia è a tratti incomprensibile, e anche a scrivere con il tablet non è che se la cavi benissimo, non rispetta l’ortografia e nemmeno la punteggiatura, nel compito di matematica salta tutti i passaggi perché li fa a mente, anzi no, le soluzioni gli compaiono davanti agli occhi (in una lingua di ceppo non indoeuropeo) e lui stesso non sa spiegarsi come sia giunto all’agnizione, quindi si rifiuta di fare il compito o la verifica o l’interrogazione e ricomincia col fidget spinner. A uno sguardo superficiale sembrerebbe proprio lo studente stranottato da Fortnite e con la soglia dell’attenzione bassina, tipico che più tipico non si può, però ha più di 130 punti di Q.I., è ai vertici della Wisc (Wechsler Intelligence Scale for Children) e ha un pensiero arborescente.

Ieri avranno detto pensiero arborescente almeno una quindicina di volte, e ogni volta che lo dicevano io volevo infilarmi la Bic dentro una narice e scavare fino a raggiungere le parti molli del cervello, trovare i recettori del dolore e torturarmeli fino ad autoestorcermi la confessione di tutti i miei peccati. Il più grave dei quali è essermi fatto di beffe di Crepet: Paolo, io ti chiedo perdono, perché me lo ricordo benissimo quanto era arborescente il mio pensiero alle elementari e alle medie, e mi ricordo che quando il mio pensiero arboresceva la maestra sferrava una manata fortissima sulla cattedra, con un rumore che mi bloccava lo sviluppo neurocognitivo per quattro settimane, urlando: “Ma che c’entra ’sta cosa che stai dicendo? Non divagare!”.

Adesso invece, se fai l’insegnante, ogni volta che assisterai al prodigio dell’arborescenza, stilerai un profilo di funzionamento. A occuparsene non sarà lo psicologo (ha già fatto i test psicometrici, è tutto sudato) perché significherebbe svilire l’importanza delle tue competenze specifiche, sminuire l’autorevolezza della tua figura professionale e soprattutto imbrigliare la tua autonomia didattica, e io non ho visto i miei colleghi morire con la faccia nel fango per farmi togliere l’autonomia didattica da uno psicologo! Quindi, quando avrai finito col profilo di funzionamento, predisporrai un Pei (Piano educativo individualizzato), sempre tu, l’insegnante, insieme al consiglio di classe (leggi: il coordinatore di classe, da solo), perché il ragazzo, essendo un genio (parola romantica che sarà presto espunta e sostituita da perifrasi in didattichese), non ha l’insegnante di sostegno, quindi, cucù! L’insegnante di sostegno sei tu!

Credo nell’idea di una scuola su misura, che si adatti a tutti secondo le esigenze di ognuno, è l’unica scuola efficace, è l’unica scuola che abbia senso perseguire. Ieri però mi sono chiesto: ma la scuola non doveva servire un po’ anche a renderci simili? Lo so che è una bestemmia parlare di uniformità, lo so che è pericoloso, lo so che faccio suonare l’allarme antifascismo, però, almeno all’inizio, non era un’idea di sinistra questa? La scuola non doveva “fare gli italiani”? E dopo, non c’eravamo messi tutti d’accordo che certi documenti, come la licenza media, il diploma, la laurea avevano un valore legale proprio perché certificavano che un po’ tutti sapevamo certe cose, le stesse cose? L’uguaglianza non era una bella cosa? Non sta un po’ succedendo che la scuola serve sempre di più a certificare l’unicità di ciascuno di noi? E una certificazione di questo tipo non rischia un po’ di essere la più insulsa delle tautologie? Tu sei te stesso. E comunque, tenuto doverosamente conto che sì, tu sei te stesso, unico e irripetibile, siamo sicuri sia un bene che nessuno, e meno che mai la scuola, possa chiederti di diventare, anche solo un pochettino, un’altra cosa? Anche solo un pochettino quello che la scuola ti chiede di diventare in quanto cittadino di questo paese? Anche solo un pochettino “conforme”, oltre che eccezionale?

Caro studente, io, licantropo di Crepet per un giorno (uno solo, spero), sarei il tuo insegnante, però non sono qui per insegnarti qualcosa, mostrarti qual è il canone, lo stato dell’arte e fare in modo che tu familiarizzi col sistema codificato del sapere, quella cosa noiosa che ci ha consentito di abbandonare le palafitte e costruire le astronavi, e magari, grazie a questo, un giorno aiutare tutti noi a raggiungere nuovi traguardi, nuove sorti ancora più magnifiche e progressive, no, io sono qui per valorizzarti. Del resto sei gifted, caro studente, brilli già di luce tua, vogliamo veramente sprecare le tue doti intellettive eccezionali per farti apprendere come si sta seduto composto o come si rispetta la turnazione di parola in uno scambio linguistico? Ma siamo scemi? Facciamo una cosa: ogni volta che in classe ti annoierai perché non ho saputo costruire un percorso sfidante per il tuo pensiero arborescente, tu tira fuori il tuo fidget spinner. Io capirò al volo. Prenderò la mia Bic e mi darò da fare con la mia narice.

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Autore
Il Foglio

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