Perché Poste vuole comprare Tim? I 3 veri motivi dietro l’operazione da 10,8 miliardi
- Postato il 23 marzo 2026
- Di Panorama
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L’Opas da 10,8 miliardi annunciata da Poste su Tim non è solo un’operazione finanziaria: è un manifesto politico-industriale, con tanto di timbro dello Stato. Perché dietro le quinte, neanche troppo nascoste, c’è il Ministero dell’Economia, azionista di riferimento di Poste, affiancato dalla Cassa Depositi e Prestiti. Per la serie: quando il mercato si complica, l’Italia risponde con un grande classico: la mano pubblica che rimette ordine, o almeno prova a farlo.
L’idea è ambiziosa: creare un “campione nazionale” delle reti e dei servizi, una piattaforma integrata da quasi 27 miliardi di ricavi, 4,8 miliardi di margine netto e oltre 150 mila dipendenti diventando di fatto il più grande datore di lavoro in Italia. Un gigante. Ma si sa, in Italia i giganti spesso hanno piedi d’argilla e una burocrazia che pesa più del bilancio.
Perché Poste punta a Tim: la strategia di Matteo Del Fante
Il prezzo, fra scambio azionario e quota in contante valorizza 0,635 euro ogni azione Tim. Il premio del 9% rispetto alla chiusura di venerdì. Quanto basta per accendere l’attenzione senza scatenare l’entusiasmo. Una via di mezzo che ora aspetta il giudizio del mercato: generosa, ma non troppo. Convincente, ma non irresistibile. Del resto, chi conosce la storia di Telecom sa che ogni offerta è sempre anche una scommessa sulla capacità di non ripetere gli errori del passato.
E qui entra in scena Matteo Del Fante, regista di un’operazione che non nasce oggi. I segnali c’erano tutti: prima l’ingresso progressivo nel capitale di Tim, poi la scelta strategica di usare la sua rete mobile al posto di quella di Vodafone. Un corteggiamento lento, quasi d’altri tempi, che ora si trasforma in proposta di matrimonio.
Campione nazionale o operazione di sistema?
Sul piano industriale, la logica non fa una piega: Poste porta in dote una rete capillare, un rapporto diretto con milioni di clienti e una macchina che macina utili (2,21 miliardi nel 2025, in crescita). Tim, dal canto suo, offre infrastrutture, tecnologia e — dettaglio non secondario — un debito finalmente in discesa dopo anni di apnea. Poi c’è il capitolo lavoro, dove il sindacato applaude e rilancia. Più che un endorsement, una richiesta di compartecipazione: se nasce il gigante, i suoi 150 mila lavoratori vogliono essere essere fra i protagonisti e non semplici comparse. È il riflesso di un’operazione che ha inevitabilmente una dimensione sociale oltre che economica.
Ma la vera domanda è un’altra: è davvero questa la strada per rilanciare le telecomunicazioni italiane? O siamo davanti all’ennesimo tentativo di risolvere problemi strutturali con una grande operazione di sistema?
La risposta, come sempre, la darà il mercato. Piazza Affari non voterà solo sul prezzo dell’offerta, ma sulla credibilità di un’idea: che mettere insieme Poste e Tim non sia semplicemente sommare due storie molto diverse, ma costruirne finalmente una nuova. Nel frattempo, l’Italia si concede il lusso di sognare in grande. Con la consapevolezza, però che la strada per la costruzione di un “campione nazionale” non è semplice.