Perché il petrolio non è salito oltre i 200 dollari al barile nonostante la chiusura di Hormuz? Il ruolo della Cina e quanto può durare
- Postato il 9 giugno 2026
- Economia
- Di Il Fatto Quotidiano
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Dura ormai da oltre tre mesi, per il mercato petrolifero mondiale, quello che per l’Agenzia internazionale dell’energia è il più grave choc di approvvigionamento dell’epoca moderna. La chiusura dello Stretto di Hormuz seguita agli attacchi di Usa e Israele contro l’Iran ha sottratto ai normali flussi commerciali oltre 10 milioni di barili al giorno, circa un quinto del petrolio trasportato via mare. Perché, allora, lo scenario da incubo di quotazioni a 200 o addirittura 300 dollari al barile non si è materializzato? Come si spiega che il Brent sia rimasto sotto quota 100 dollari per gran parte della crisi? Analisti e diverse banche d’affari lo spiegano con una combinazione di fattori straordinari: il ricorso alle riserve strategiche occidentali, l’aumento delle esportazioni statunitensi, la capacità dei produttori del Golfo di aggirare parzialmente Hormuz attraverso gli oleodotti. Ma, soprattutto, il drastico calo degli acquisti di greggio da parte della Cina.
In aprile le importazioni totali cinesi sono scese a circa 9,3-9,4 milioni di barili al giorno di cui 8 via mare, il minimo da quasi quattro anni. A maggio, secondo le società specializzate nel monitoraggio delle petroliere Vortexa e Kpler, gli arrivi via mare sono ulteriormente crollati a 6,5-7,5 milioni di barili al giorno, i livelli più bassi da circa un decennio. Si tratta di una riduzione enorme rispetto ai volumi osservati all’inizio dell’anno: secondo JP Morgan, vale circa tre quarti dell’aggiustamento complessivo registrato sul mercato mondiale durante la crisi. Dopo che per oltre vent’anni il Paese è stato il principale motore della crescita della domanda mondiale di petrolio, ora quella che l’esperto di materie prime di Bloomberg Javier Blas ha definito “la mano invisibile della Cina” sta insomma contribuendo a stabilizzare i prezzi mentre il mondo affronta una delle più gravi crisi energetiche degli ultimi decenni.
Le stime, va chiarito, derivano dal monitoraggio dei flussi via nave, non dai dati doganali definitivi. E una riduzione delle importazioni non coincide necessariamente con un crollo dei consumi. Vale a dire che la Repubblica popolare non sta necessariamente usando molto meno greggio: ne compra molto meno sul mercato internazionale perché sta attingendo alle sue enormi scorte. Nei primi quattro mesi dell’anno, infatti, raffinerie e trader cinesi avevano approfittato degli acquisti di greggio russo e iraniano a prezzi scontati per mettere da parte riserve record che si sono aggiunte a quelle accumulate in passato. Reuters, sempre in base a dati di Vortexa e Kpler, stima che a inizio maggio le scorte commerciali avessero raggiunto un picco di almeno 1,25 miliardi di barili. Nelle settimane successive, con le importazioni in forte calo, le raffinerie hanno iniziato ad attingere a quei magazzini a un ritmo stimato intorno a un milione di barili al giorno.
Per la Cina c’è anche una convenienza economica immediata. Con il petrolio vicino ai 100 dollari al barile, attingere alle scorte accumulate nei mesi precedenti consente di evitare acquisti a prezzi gonfiati dalla guerra e di limitare le perdite delle raffinerie. Molti impianti cinesi stanno operando con margini negativi perché il governo continua a contenere i prezzi dei carburanti per proteggere consumatori e imprese dall’impennata delle quotazioni internazionali. In queste condizioni, comprare meno greggio sul mercato e utilizzare le riserve diventa una scelta razionale.
Ma dietro la svolta potrebbero però esserci anche fattori strutturali. Rory Green, responsabile della ricerca macro sui mercati emergenti di TS Lombard, commentando i dati con Cnbc ha ipotizzato che la rapida elettrificazione del Paese abbia ridotto la dipendenza dal petrolio molto più velocemente di quanto previsto. La diffusione delle auto elettriche, l’espansione delle energie rinnovabili, il potenziamento del trasporto pubblico e l’aumento della produzione domestica di energia starebbero insomma modificando il rapporto tra crescita e consumi di greggio. Consentendo a Pechino di ridurre gli acquisti senza effetti immediati sull’economia.
Resta però da capire quanto questa strategia possa durare. Secondo Bloomberg e Société Générale, il mercato regge perché sta consumando rapidamente tutti i cuscinetti disponibili. Gli Stati Uniti hanno già attinto alle riserve strategiche per 172 milioni di barili su un totale di circa 357 milioni (se si considera la sola riserva federale) e la Cina dovrà presto o tardi tornare sul mercato per ricostituire le scorte. Se quel momento arriverà prima della normalizzazione dei flussi attraverso Hormuz, il balzo delle quotazioni rischia di essere repentino e violento. Cosa dicono i dati? Emma Li, analista di Vortexa, ha detto a Reuters che anche nell’ipotesi di un’accelerazione dei prelievi fino a 2 milioni di barili al giorno le riserve potrebbero sostenere il mercato cinese almeno fino a metà settembre. Più complicato ipotizzare che Pechino da sola possa continuare a lungo ad attutire gli squilibri globali creati dal conflitto scatenato da Washington con l’alleato israeliano.
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