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Anche gli atleti migliori sbagliano: pensiamo al famoso rigore mancato dal nostro Roberto Baggio costatoci il titolo di campioni ai mondiali del '94, o ai quattro tiri liberi falliti da Nick Anderson in gara 1 delle finali NBA del '95. Si tratta probabilmente di tiri provati migliaia di volte e, nella maggior parte dei casi, riusciti. Cosa prende allora il sopravvento in questi momenti? Se l'è domandato un team della Mississippi State University, arrivando alla conclusione che a metterci lo zampino sia la pressione, che de-automatizza i movimenti dei giocatori. In poche parole: pensano troppo.. Lo studio. I ricercatori hanno monitorato simultaneamente i movimenti del corpo e l'attività cerebrale di giocatori di basket principianti e intermedi per 50 tiri ciascuno. Hanno analizzato la meccanica di questi movimenti e registrato i segnali neurali che li regolavano.. Nei tiri finiti a canestro, i giocatori mostravano schemi motori più stabili e coordinati, con i piedi ben piantati a terra, le articolazioni sincronizzate e meno variabilità nei movimenti di polso e gomito. inoltre, l'attività cerebrale era più costante e "sintonizzata" sul compito. Al contrario, nei tiri mancati il corpo continuava a correggersi durante l'esecuzione e il cervello appariva impegnato a valutare e aggiustare i movimenti in tempo reale.. Non BISOGNA pensare troppo! Gli atleti d'élite, a differenza di quelli che vivono di solo talento, non pensano a ogni movimento, ma "vanno in automatico" affidandosi a gesti affinati attraverso migliaia di ripetizioni. Così facendo, la variabilità si riduce e il cervello lavora in modo sempre più efficiente. E qui arriva il problema: sotto pressione, durante una gara importante, quella stabilità può sgretolarsi: l'atleta torna a pensare troppo, monitorando e correggendo consciamente i propri movimenti come faceva da principiante. Questo ritorno al controllo interrompe l'automatismo costruito negli anni di allenamento, aumenta la variabilità e peggiora la prestazione.. «Se gli atleti imparano a riconoscere come il loro cervello e il loro corpo reagiscano sotto pressione e si allenano a tornare in uno stato più stabile, potrebbero trovare la strada verso una prestazione più costante», spiega David Van den Heever, uno degli autori. L'obiettivo, conclude l'esperto, non è solo imparare il movimento corretto, ma anche capire quando smettere di controllarlo..