Per far guerra a Trump usano perfino Colombo
- Postato il 10 gennaio 2026
- Esteri
- Di Libero Quotidiano
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Per far guerra a Trump usano perfino Colombo
La matita di Emilio Giannelli in prima pagina sul Corriere della sera, con la consueta cifra stilistica spigolosa, ha satireggiato ieri gli Usa del 2026 attraverso Cristoforo Colombo, il quale al cospetto dell’Onnipotente sormontato da simboli massonici come sui dollari, nella vignetta si discolpa così: «Giuro che intendevo raggiungere per mare le Indie, non volevo scoprire l’America!». Il personaggio esecrato dalla pseudocultura woke viene adesso schierato contro il trumpismo e una certa idea del mondo a stelle e strisce così lontano dall’Europa che l’ha partorito.
Ma facciamo un piccolo salto indietro nella storia. In Italia c’è la guerra civile, i bombardamenti alleati sulle città italiane sono sanguinosi, e la propaganda della Repubblica sociale, che gratta in continuazione nel barile dei miti arruolando persino Mazzini e Garibaldi, tira fuori dal cilindro proprio il navigatore genovese. Nella proposizione grafica è rabbuiato, a braccia conserte e sguardo torvo. Saetta un «Se lo sapevo io, non la scoprivo!», con lo stesso esclamativo conclusivo, ma con sintassi approssimativa per quanto più efficace del corretto congiuntivo. Il riferimento è all’America e agli americani, ovvero quella che combatte per liberare l’Italia dai tedeschi e quelli che nel nome della liberazione la martellano dal cielo con una pioggia di bombe che mietono in continuazione vittime civili. Un semplice dato, per di più per difetto, certificato Istat: statisticamente i morti per i bombardamenti sono 64.354, ma di questi 20.952 fino all’8 settembre 1943 (al momento della fine delle ostilità con la resa) e ben 43.402 dal 9 settembre 1943 al 25 aprile 1945 quando gli Alleati non erano più nemici. A questi vanno aggiunti 4.458 militari.
La propaganda della Rsi aveva facile gioco nello scomodare Colombo e la scoperta del Nuovo mondo per prendersela con gli Stati Uniti. Giannelli fa il suo mestiere e lo fa assai bene, e soprattutto sulle colonne del Corriere che lo mettono al riparo dalle polemiche assieme allo scudo della satira, che però in Italia è risaputo essere su prospettive diverse, forgiata in una doppia lega nelle officine delle simpatie politiche: temprata e per definizione resistente da un lato, improponibile e perforabile dall’altro. Se la vignetta ispirata più o meno consapevolmente alla propaganda fascista saloina fosse apparsa su un quotidiano conservatore, ecco subito scodellato il solito repertorio trito e ritrito su nostalgismi, echi del Ventennio e onda nera arrembante su un mito dell’italianità.
Ed ecco anche materializzarsi la difesa a spada tratta di Cristoforo Colombo, non più colonizzatore, presunto schiavista e arbitraria icona di tutti i mali degli squilibri del mondo a causa della superpotenza americana, quello di cui abbattere in festa le statue e cancellare la memoria. Eh, no. Gli stessi di cui sopra, pronti a strapparsi i baffi e i capelli, a cambiare armocromista e a urlare alla rivolta sociale per aver osato mettere, in orbace come quando c’era Lui, un faro della civiltà e della libertà, l’uomo che sfidò pregiudizi e preconcetti andando a dimostrare che la terra è tonda e non piatta come qualcuno strutturato in partito crede ancora oggi, oltre sei secoli dopo e oltre la scienza e la logica.
Povero Colombo, che allora l’America mica la voleva scoprire - e nel caso le avrebbe dato il suo di nome, mica quello di Vespucci - e nel presente col Columbus Day se la passa maluccio. Continuano a metterlo in mezzo come se non fosse bastato il sagace Winston Churchill che gli aveva paragonato i socialisti del suo tempo, ovvero i militanti di sinistra: partono senza sapere dove stanno andando, quando arrivano non sanno dove sono, ma tanto il viaggio è stato pagato con i soldi degli altri.
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