Ora Trump negozia con l’Iran. Colpo di scena (o forse no)
- Postato il 1 febbraio 2026
- Esteri
- Di Formiche
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Non è chiaro se ci si trovi di fronte al risultato della pressione militare che, appena ventiquattr’ore fa, portava fonti mediatiche di mezzo mondo a sostenere che un attacco statunitense contro l’Iran – accusato di una repressione brutale delle proteste popolari, tuttora in corso – fosse ormai solo una questione di scelta del giorno e dell’ora. Oppure se si tratti di un caso di T.A.C.O., acronimo coniato nel maggio dello scorso anno da Robert Armstrong del Financial Times per descrivere il fenomeno del “Trump Always Chickens Out”, ossia la tendenza del presidente a non dare seguito ad alcune minacce di politica estera, da molti dei dazi alla Groenlandia, dalla Cina fino allo stesso Iran. Del resto, da quasi un mese la linea americana può essere riassunta in una formula tanto cruda quanto efficace: bombarderemo l’Iran, anche se non sappiamo ancora cosa colpire né quale obiettivo strategico intendiamo raggiungere.
Pressione e dialogo: la doppia traccia americana
Il presidente Donald Trump ha confermato che l’Iran sta “seriamente parlando” con gli Stati Uniti, pur ribadendo che non esiste ancora un accordo e che l’esito dei contatti resta incerto. Le dichiarazioni, fornite durante un briefing con i giornalisti a bordo dell’Air Force One, arrivano mentre Washington ha dispiegato una consistente forza navale nel Golfo, guidata dalla portaerei USS Abraham Lincoln, e mantiene aperta l’opzione militare in risposta alla repressione delle proteste interne iraniane e alle preoccupazioni sul programma nucleare.
Il messaggio americano segue una linea volutamente ambigua: da un lato la disponibilità a esplorare una soluzione diplomatica, dall’altro la sottolineatura di “linee rosse” e la reiterazione della minaccia dell’uso della forza. Trump ha anche chiarito che gli alleati regionali non vengono informati in dettaglio di eventuali piani militari, una scelta che rafforza l’immagine di una gestione altamente centralizzata e unilaterale della crisi. In sostanza: nonostante i rapporti creati da lui e dal suo ristretto entourage (tra amici, soci e famigliari) con le leadership del Golfo, non ritiene quei partner affidabili per confidare completamente i suoi piani.
L’apertura iraniana (condizionata)
Da Teheran, segnali di apertura arrivano ai massimi livelli della sicurezza nazionale. Ali Larijani, figura di primo piano e vicino alla Guida Suprema esponente più influente del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, ha parlato di progressi nella definizione di un “quadro” per i negoziati, respingendo quella che definisce una narrativa mediatica artificiosamente orientata alla guerra – Larijani ieri ha incontrato il presidente russo Vladimir Putin a Mosca. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha ribadito che l’Iran è pronto a riprendere i colloqui sul nucleare, ma solo a condizione che cessino le minacce militari.
Araghchi ha adottato anche un registro apertamente polemico, contrapponendo la distanza geografica tra Stati Uniti e Iran – “il Western Hemisphere da una parte, i confini iraniani dall’altra” – alla presenza militare americana al largo delle coste iraniane. Il messaggio riguarda anche la base Maga, a cui sarebbe difficile far digerire un altro impegno militare americano in Medio Oriente. Il ministro iraniano ha anche definito “assurda” la richiesta di “professionalità” da parte del Comando Centrale nei confronti dei Guardiani della Rivoluzione, impegnati in queste ore in esercitazioni nello Stretto di Hormuz, estendendo la critica ai governi europei e ribadendo che, secondo Teheran, la presenza di forze esterne nel Golfo ha storicamente favorito l’escalation più che la stabilità.
Il lessico utilizzato dalla leadership iraniana insiste su alcuni concetti chiave: dialogo “dignitoso”, basato sull’uguaglianza e libero da coercizioni. È una posizione che mira a preservare la legittimità interna del regime e a evitare l’immagine di concessioni ottenute sotto pressione, soprattutto dopo i raid statunitensi di giugno contro siti nucleari iraniani.
La regione come cintura diplomatica
Nel frattempo, la diplomazia regionale lavora per contenere l’escalation. Il Qatar si conferma uno dei principali canali di mediazione, con incontri diretti tra il primo ministro Sheikh Mohammed bin Abdulrahman Al Thani e la leadership iraniana. Anche Turchia ed Egitto hanno intensificato i contatti, mentre l’Arabia Saudita ha escluso l’uso del proprio territorio o spazio aereo per operazioni contro Teheran.
Questa rete di mediazioni segnala una preoccupazione condivisa: evitare che un confronto militare tra Stati Uniti e Iran destabilizzi ulteriormente il Golfo e metta a rischio snodi strategici come lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto del commercio globale di petrolio.
In questo quadro si inserisce anche la posizione saudita: una fonte di alto livello ha confermato al quotidiano Asharq Al-Awsat che non vi è stato alcun cambiamento nell’atteggiamento del Regno verso l’escalation regionale, ribadendo il sostegno di Riyadh a una soluzione pacifica delle controversie tra Stati Uniti e Iran attraverso il dialogo e i canali diplomatici. Chiaro richiamo allo scoop di Axios sulla posizione espressa dal ministro della Difesa durante la sua visita a Washington, che sosteneva che senza un attacco, Trump sarebbe passato da debole agli occhi iraniani e avrebbe rafforzato il regime. La stessa fonte dell’Asharq ha sottolineato il rifiuto categorico dell’Arabia Saudita di consentire l’uso del proprio spazio aereo o del proprio territorio per qualsiasi azione militare contro Teheran, una linea riaffermata anche dal principe ereditario Mohammed bin Salman nel colloquio telefonico con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian.
Lo sfogo contro l’Unione Europea
In netto contrasto con l’apertura controllata verso Washington, Teheran ha inasprito il confronto politico con l’Unione Europea. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Qalibaf, ha annunciato che l’Iran considera ora tutte le forze armate degli Stati membri dell’Ue come “organizzazioni terroristiche”, in risposta alla designazione dei Guardiani della Rivoluzione come gruppo terroristico da parte europea.
La mossa è in gran parte simbolica, ricalcando precedenti ritorsioni adottate dopo decisioni analoghe degli Stati Uniti. Tuttavia, il timing è significativo: mentre l’Iran negozia con Washington, sceglie Bruxelles come bersaglio retorico. Il messaggio implicito è duplice. Da un lato, l’Ue viene descritta come attore subordinato alle scelte americane; dall’altro, Teheran segnala che il vero tavolo decisionale resta quello bilaterale con gli Stati Uniti.
Tra precedenti e ambiguità
Il richiamo alla cautela è centrale. Anche prima della cosiddetta “12-Day War” i contatti diplomatici erano stati descritti come promettenti, senza però impedire un rapido scivolamento verso il conflitto. La stessa alternanza di toni di Trump – ora concilianti, ora apertamente minacciosi – rende rischioso attribuire un significato eccessivo ai singoli readout.
Più che l’inizio di una nuova fase, l’attuale dinamica sembra confermare un modello consolidato: diplomazia sotto pressione, negoziati indiretti e una gestione della crisi che resta fragile. In questo quadro, l’apertura di canali di comunicazione riduce il rischio immediato di escalation, ma non elimina le cause strutturali dello scontro né garantisce un esito negoziale stabile.