Ora Mathieu van der Poel ha fatto davvero la storia del ciclocross

  • Postato il 2 febbraio 2026
  • Di Il Foglio
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Ora Mathieu van der Poel ha fatto davvero la storia del ciclocross

Quello che era considerato impensabile sino a una decina di anni fa è diventato reale. Eric de Vlaeminck non è più il corridore più vincente della storia del ciclocross. Domenica primo febbraio a Hulst, Paesi Bassi, Mathieu van der Poel (che già aveva eguagliato il record del belga) ha vinto per l'ottava volta i Mondiali di ciclocross.

         

Sono passati undici anni da quel primo febbraio a Tábor nel quale un ragazzo lungo lungo e con la faccia fanciulla superava felice e piangente la linea d'arrivo dei Campionati del mondo di ciclocross. Alle sue spalle non c'era nessuno, nemmeno il suo rivale di tutti gli anni bambini e adolescenti, Wout van Aert. Quel giorno Mathieu van der Poel si laureava per la prima volta campione del mondo, per la prima volta faceva intravedere cosa sarebbe successo negli anni a venire.

         

Eric de Vlaeminck vide alla tv la vittoria dell'olandese. Disse nei giorni successivi: "Ne ho visti pochi pedalare così. Il ciclocross corre il rischio di avere davanti van der Poel e dietro, ben distaccati tutti gli altri. E non solo il ciclocross, perché mi hanno detto che il ragazzo, al contario mio, va forte ovunque. Sarà interessante vederlo correre". Eric de Vlaeminck non riuscirà a vederlo correre. Morì il 4 dicembre del 2015.

Il ciclocross ha vissuto diverse ère nella sua storia, come è normale che sia, ma solo due corridori capace di renderlo diverso: Eric de Vlaeminck e Mathieu van der Poel.

Il primo era un buon pedalatore, con però meno gambe e meno testa del fratello, Roger, e di molti altri. Aveva una cosa però che gli altri non avevano: aveva capito l'arte di galleggiare sulla terra, qualsiasi forma prendedesse. Non c'era differenza per lui se fosse ghiacciata o pantanosa, se fosse sabbia o pietra. Il suo incedere era una danza, rapida, leggera, quasi senza fatica. Eric de Vlaeminck era un funambolo della bicicletta: fu tra i primi a saltare gli ostacoli artificiali di qualsiasi altezza, la sua schiena e le sue spalle erano capaci di far alzare la bici anche di un metro. Era anche, e soprattutto, un meccanico e un artigiano illuminato: limava pedivelle. pedali, reggisella e corone sino al limite massimo per non indebolirli troppo e romperli, progettò e si fece costruire una pipa manubrio, un movimento centrale e una serie sterzo, molto innovativi e molto più leggeri, i più leggeri dell'epoca, gli anni Settanta, perché "se la bici deve essere caricata in spalla, dovrebbe essere il più leggera possibile", disse. Grazie ai suoi progetti, l'azienda di componenti per biciclette francese Simplex, ebbe la sua ultima stagione di gloria, prima di scomparire schiacciata tra Shimano e Campagnolo.

Mathieu van der Poel non ha fatto sua l'arte di galleggiare di Erik de Vlaeminck, l'ha completamente stravolta. Il campione olandese non galleggia, spiana la sua strada. Il suo è un incedere potente, potentissimo, a una frequenza di pedalate estrema, almeno per il ciclocross (che si corre sullo sterrato), ma tutto ciò assume una forma sinuosa, ammaliante. Non è facile rendere armoniosa la potenza e forza bruta. Per secoli e secoli migliaia di artisti c'hanno provato, in pochissimi ci sono riusciti. E poco importa che Mathieu van der Poel non si occupi di arte o di produrla. Il ciclocross forse non ha nulla a che fare con l'arte, ma è uno spettacolo piacevole che unisce fisico e testa e, spesso, anche l'immaginazione.

          

E ci voleva immaginazione a prevedere quel giorno di undici anni fa che quel ragazzino imberbe potesse un giorno diventare il corridore più vincente della storia dei Mondiali di ciclocross. Soprattutto vedendolo i tre anni successivi lottare e, spesso, perdere con il rivale di sempre: Wout van Aert.

Quel ragazzino ha smarrito chilometro dopo chilometro la fanciullezza del volto, ha messo su muscoli e rughe, si è fatto uomo, poi campione e non solo del ciclocross. 

        

Otto volte campione del mondo nella disciplina, poi vincitore di una cinquantina abbondante di corse su asfalto tra cui tre volte il Giro delle Fiandre e tre volte la Parigi-Roubaix, due volte la Milano-Sanremo (l'ultima quella di un anno fa, probabilmente la più bella Sanremo degli ultimi trent'anni) e un Mondiale.

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Il Foglio

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