“Ora l’Anm lasci la pubblica ribalta”, dice il pm (per il No) Gaetano Bono

  • Postato il 25 marzo 2026
  • Di Il Foglio
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“Ora l’Anm lasci la pubblica ribalta”, dice il pm (per il No) Gaetano Bono

“L’Associazione nazionale magistrati ora prenda esempio da Cincinnato. Così come l’eroe romano tornò al suo lavoro nei campi dopo la vittoria nella guerra contro gli Equi, così i magistrati dovrebbero ora lasciare la pubblica ribalta dopo la vittoria al referendum. Chiaramente questo non vuol dire non partecipare più al dibattito pubblico, ma farlo con un ruolo diverso, limitato al contributo sul piano tecnico”. Lo dice al Foglio Gaetano Bono, sostituto procuratore generale alla Corte d’appello di Caltanissetta. In questi mesi di campagna referendaria, Bono si è schierato per il No. Ora che la riforma Nordio è stata respinta dagli elettori, auspica da parte di tutti un abbassamento dei toni: “Non ha più senso andare avanti in una logica di contrapposizione. Penso che sia doveroso tornare a una postura istituzionale più consona ai ruoli che, sia la magistratura sia il governo, rispettivamente rivestono nell’ordinamento dello stato”, sottolinea. Poi Bono aggiunge: “Poiché ci sono tante cose che nel sistema giudiziario non funzionano, intanto questa potrebbe essere un’occasione per la magistratura di fare tesoro anche dei tanti confronti che ci sono stati in questi mesi e delle tante giuste istanze di miglioramento del sistema che ci sono pervenute. Partendo da una reale autocritica al proprio interno”. Cosa intende? “La narrazione prevalente dello scandalo Palamara sembra limitare le degenerazioni che sono emerse a una breve parentesi temporale, come se prima e dopo non ci fosse nulla. Invece non è così. Se noi magistrati continuiamo a raccontarcela in questo modo non riusciremo a individuare le reali cause dei problemi e quindi anche a identificare gli elementi idonei per risolverli”, spiega Bono.

  

“Dato che uno dei principali problemi emersi riguarda la contiguità tra l’Anm e il Consiglio superiore della magistratura – prosegue il magistrato – l’Anm potrebbe introdurre nel suo Statuto il divieto per tutti i componenti della Giunta esecutiva centrale, del Comitato direttivo centrale e delle Giunte sezionali dell’Anm di candidarsi alle elezioni del Csm per i cinque anni successivi al termine del loro mandato, mentre oggi lo Statuto prevede il mero impegno a completare il mandato prima di potersi candidare. In questo modo si impedirebbe ai magistrati di sfruttare la visibilità che deriva dall’impegno associativo per candidarsi al Csm”.

  

“In secondo luogo, il Csm dovrebbe adottare criteri molto più stringenti e restrittivi per le nomine dei magistrati ai vertici degli uffici giudiziari, in moto tale da ridurre il livello di discrezionalità e quindi il rischio che le nomine avvengano sulla base di criteri di appartenenza anziché di meritocrazia”, afferma Bono. “Servono criteri di nomina oggettivi, trasparenti e verificabili, ma senza tornare al vecchio principio di anzianità senza demerito che mortifica la meritocrazia”.

  

Sabino Cassese ieri su queste pagine ha invitato il governo a prendere atto della vittoria del No occupandosi dei veri problemi della giustizia italiana, indicati proprio dall’Anm nella campagna referendaria: geografia giudiziaria, risorse, distribuzione del personale. “Sono d’accordo e anche l’Anm ora dovrebbe mostrarsi pienamente disponibile a dare il suo contributo costruttivo. Bisognerebbe mettere al centro le vere priorità della giustizia: l’efficienza dei processi, con particolare attenzione alla fase esecutiva, la rimodulazione degli uffici giudiziari, con l’accorpamento dei piccoli uffici di procura, la questione del personale amministrativo, non solo insufficiente ma anche caratterizzato da un’età avanzata, il tema dell’informatizzazione”, afferma Bono.

  

Circola l’ipotesi secondo la quale il Comitato per il No istituito dall’Anm potrebbe restare in vita anche dopo il referendum. “Credo che le voci siano infondate. Se non lo fossero, penso che non ci sarebbe alcuna ragione per mantenere in vita il Comitato che, per sua natura, costituisce un ente composto da persone riunite al fine di perseguire un fine concreto, quale la sensibilizzazione dell’opinione pubblica sui rischi derivanti dalla riforma costituzionale. Una volta che il fine è stato raggiunto, il comitato deve sciogliersi”, conclude Bono.

  

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Il Foglio

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