Nuova tassa per auto elettriche e ibride, il nodo dell’usura stradale
- Postato il 9 gennaio 2026
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- Di Virgilio.it
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In Giappone sta per consumarsi un paradosso tipico della transizione ecologica: le auto elettriche non inquinano l’aria, ma sollecitano l’asfalto. Per questo motivo, il Governo di Tokyo sta mettendo mano al portafoglio dei proprietari di vetture elettriche (EV) e ibride plug-in (PHEV). Secondo quanto anticipato dal quotidiano economico Nikkei, l’idea è quella di introdurre dal maggio 2028 una nuova tassa specifica basata sul peso del veicolo per coprire il vuoto lasciato dalla rapida diffusione di mezzi a zero o basse emissioni. Siccome non consumano né benzina né diesel, i loro possessori non contribuiscono infatti alla riparazione dell’asfalto tramite il rifornimento.
Le batterie agli ioni di litio rendono i veicoli EV e PHEV significativamente più pesanti rispetto alle controparti a combustione interna di pari segmento e la massa maggiore esercita una pressione superiore sulla superficie stradale, accelerandone l’usura. La nuova tassa è quindi pensata come tributo di compensazione basato proprio sulla massa del veicolo.
Come funzionerà il nuovo tributo
Invece di sostituire le norme vigenti, il meccanismo fiscale costituirà un’imposta aggiuntiva alla già esistente Tonnage Tax (tassa sul tonnellaggio). Contestualmente alle ispezioni annuali obbligatorie, i proprietari dei mezzi privati pagheranno l’imposta, mentre i veicoli commerciali sembrano esclusi dal provvedimento in modo da non gravare eccessivamente sui costi della logistica e delle imprese.
L’importo non sarà fisso, ma verrà determinato in base al peso effettivo. Secondo le indiscrezioni, per le PHEV l’aliquota potrebbe essere ridotta (si ipotizza circa la metà rispetto alle EV pure), poiché esse continuano a contribuire, seppur in minima parte, al gettito fiscale sui carburanti quando utilizzano il motore termico.
Una riforma in divenire
Il progetto non è però privo di ostacoli e si inserisce in un clima di acceso confronto politico. Affinché la misura diventi realtà, dovrà infatti superare l’esame del Parlamento nipponico ed essere integrata in una riforma fiscale ampia, mirata a riequilibrare l’intero sistema di tassazione automobilistica nazionale. Le reazioni nel Paese del Sol Levante non si sono fatte attendere e differiscono tra loro. Da una parte, i sostenitori del “chi usa paga” considerano il tributo un atto di equità sociale: se tutti usufruiscono della rete stradale, è giusto che tutti partecipino alla sua manutenzione, a prescindere da cosa esca dal tubo di scappamento.
Dall’altra parte, però, produttori e associazioni ambientaliste temono un cortocircuito: mentre le istituzioni spingono per la decarbonizzazione, l’introduzione di nuovi balzelli potrebbe spaventare i potenziali acquirenti, frenando le vendite di auto alla spina proprio nel momento cruciale della transizione.
Inoltre, sussiste una questione di competitività del mercato interno. In un settore dove giganti come Toyota, Nissan e Honda stanno cercando di recuperare terreno rispetto alla concorrenza cinese e americana, una tassa basata sul peso potrebbe penalizzare i modelli con batterie più capienti, in grado di garantire una maggiore autonomia ma, inevitabilmente, più gravosi sulle infrastrutture.
Se la tabella di marcia venisse confermata, il Giappone diventerebbe uno dei primi laboratori mondiali per questo tipo di fiscalità “post-petrolio”. La sfida per Tokyo, da qui al 2028, sarà quella di calibrare l’imposta in modo che non diventi un freno per l’ambiente, assicurando al contempo che le strade restino sicure e ben asfaltate anche quando l’ultima goccia di benzina sarà stata venduta.