Non solo social, è la solitudine il male da abbattere. Scrive Bellucci

  • Postato il 29 marzo 2026
  • Politica
  • Di Formiche
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“Sappiate che non porto rabbia né paura nel cuore, ma solo desiderio di rivedervi crescere sereni e protetti”. Queste le parole della professoressa Chiara Mocchi. Parole misurate, responsabili, che non cercano scorciatoie né colpevoli facili. Parole che non alimentano la rabbia, ma provano a restituire complessità a un fatto che complesso lo è davvero. In un tempo in cui la reazione immediata è spesso gridare, puntare il dito, semplificare, la sua voce è un raro esempio di lucidità. E per questo va riconosciuta e apprezzata.

Da qui bisogna partire per porci una domanda più scomoda: chi ha ascoltato quel ragazzo di tredici anni? Perché è troppo facile fermarsi al gesto. È più difficile, ma necessario, interrogarsi su ciò che lo ha preceduto. Un atto di violenza così grave non è un fulmine a cielo sereno. È l’esito di un percorso fatto di segnali, silenzi, disattenzioni. Una valanga che non si stacca all’improvviso, ma si forma lentamente scivolando su un piano inclinato che nessuno ha fermato.

In queste ore, il dibattito pubblico sembra aver già trovato il suo bersaglio: i social. Si discute di piattaforme da accusare o assolvere, di divieti di accesso come se i più giovani non fossero in grado di aggirarli tramite VPN e dark web. Un confronto che rischia di essere fuorviante: i social sono il sintomo, non la causa. Sono lo spazio in cui il disagio si manifesta, si amplifica, a volte si deforma. Ma il disagio nasce altrove: nelle relazioni che mancano, negli adulti che non vedono, nei contesti in cui un giovane può sentirsi invisibile, arrabbiato, solo. Colpevolizzare i social è una scorciatoia per non guardare dentro le nostre famiglie, le scuole, le comunità, le istituzioni.

La domanda, allora, resta lì: chi ha intercettato – o avrebbe potuto intercettare – i segnali di un malessere crescente? Di quella rabbia pericolosa? E, soprattutto, esisteva uno spazio in cui quel ragazzo potesse essere ascoltato sul serio? Non si tratta di giustificare un gesto inaccettabile, ma di capire per prevenire, altrimenti siamo destinati a ripetere lo stesso copione. Forse il punto è proprio questo: abbiamo costruito una società molto attenta a reagire, ma meno capace di ascoltare. E l’ascolto, quello vero, richiede tempo, presenza, responsabilità condivisa.

In questi anni, come Governo ci siamo impegnati per rispondere a questo bisogno di ascolto. Nell’ambito della delega alle Politiche Sociali, abbiamo potenziato i servizi sociali, investendo 545 milioni di euro e introducendo – per la prima volta – psicologi, educatori e pedagogisti a supporto degli assistenti sociali. Stiamo aprendo 100 centri di aggregazione giovanile, sostenuti da oltre 300 milioni. E abbiamo istituito la Giornata nazionale dell’ascolto dei minori, che quest’anno celebriamo con il primo Festival dell’ascolto a cui parteciperanno centinaia di ragazze e ragazzi. Ma nessuna misura, da sola, può bastare.

Se vogliamo davvero evitare altre valanghe, dobbiamo tornare all’impegno quotidiano di vedere i ragazzi per ciò che sono, di intercettare il disagio prima che degeneri, di offrire loro parole quando non ne hanno più. Perché, alla fine, la domanda più urgente non è cosa fare dei social. È cosa facciamo noi, quando un giovane smette di essere ascoltato.

Autore
Formiche

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