Non solo Hormuz: tutti gli stretti che tengono in ostaggio il commercio globale

  • Postato il 24 marzo 2026
  • Di Panorama
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Lo stretto di Hormuz oggi è la dimostrazione di quanto il mondo possa dipendere da uno stretto passaggio d’acqua per far arrivare energia e merci ovunque. Il suo blocco, causato dall’ennesima fiammata di guerra nella regione del Golfo, ha tagliato o rallentato drasticamente il transito di petrolio e gas che collegano i grandi produttori del Medio Oriente ai mercati di Asia ed Europa, costringendo le petroliere a cercare rotte alternative o a restare in rada ad aspettare tempi migliori. Hormuz però non è un’eccezione ma la regola: nei mari nel nostro pianeta ci sono altri colli di bottiglia dove transitano migliaia di navi e che, in caso di crisi internazionali, potrebbero rappresentare un problema per il trasporto di merci e materie prime.

Dardanelli e Bosforo: la chiave del Mar Nero

Gli stretti turchi – Dardanelli e Bosforo – sono la cerniera tra il Mar Nero e il Mediterraneo. Durante la Prima guerra mondiale gli inglesi provarono a fare di questo passaggio un’arma geopolitica: forzare i Dardanelli, arrivare a Istanbul, riaprire il collegamento marittimo con la Russia zarista e costringere l’Impero ottomano alla resa. La campagna di Gallipoli del 1915 fallì, ma l’intuizione resta valida: controllare questi stretti significa poter decidere chi entra e chi esce da un bacino chiuso, condizionando traffici commerciali e movimenti navali. Oggi i rischi geopolitici stanno soprattutto nella posizione unica della Turchia. Ankara è allo stesso tempo membro della Nato, potenza regionale autonoma e guardiana di un passaggio vitale per l’export di grano, materie prime e prodotti energetici dal Mar Nero. In caso di escalation nel conflitto russo‑ucraino o di tensioni tra Turchia e alleati occidentali, la gestione degli stretti può diventare leva politica: restrizioni al passaggio di navi militari, pressioni sulle rotte commerciali, uso selettivo delle convenzioni internazionali. Qui lo stretto non è solo rischioso per la guerra in sé, ma perché dà a chi lo controlla un potere di interdizione e di ricatto.

Mar Nero: un mare chiuso senza uno stretto, ma con molti colli di bottiglia

Il Mar Nero non ha un singolo «imbuto» come Hormuz, ma si comporta comunque da collo di bottiglia. La Russia ha cercato di usarlo come lago strategico: proiettare potenza dal porto di Sebastopoli, controllare le coste ucraine, condizionare le rotte del grano e dei prodotti industriali verso Mediterraneo e oltre. L’Ucraina ha risposto con una guerra asimmetrica: droni navali e aerei, missili contro navi e infrastrutture, attacchi ripetuti alla flotta russa del Mar Nero. Il risultato è un mare in cui la libertà di navigazione è a rischio. Le rotte commerciali vengono ridisegnate in funzione della minaccia percepita, i porti si alternano come hub «più sicuri», il ruolo delle assicurazioni diventa centrale quanto quello delle flotte. Il rischio geopolitico principale è che il Mar Nero resti a lungo un’area grigia: né pacificata né completamente chiusa, ma abbastanza instabile da rendere cronici i premi di rischio su export di grano, fertilizzanti e materie prime, con ricadute su sicurezza alimentare e inflazione in mezzo mondo.

Bab el‑Mandeb e Mar Rosso: la serratura di Suez

Bab el‑Mandeb è un nome tecnico per indicare un tratto di mare che, da solo, tiene insieme l’economia di tre continenti. È lo stretto tra Yemen e Corno d’Africa che apre il passaggio Oceano Indiano–Mar Rosso–Canale di Suez: una serratura da cui transita una quota enorme di container, petrolio e prodotti raffinati tra Asia ed Europa. Gli attacchi alle navi commerciali, le tensioni interne allo Yemen, la competizione tra potenze regionali e globali ne fanno uno dei punti più delicati della geografia mondiale. Del resto gli attacchi degli Houthi, milizia yemenita sostenuta dall’Iran, hanno già dimostrato dal 2023 quanto sia facile trasformare questo stretto in un’arma geopolitica, costringendo centinaia di navi a deviare via Capo di Buona Speranza e facendo crollare i transiti di petrolio e container nel Mar Rosso. Nell’area opera la missione Aspides, l’operazione navale dell’Unione europea incaricata di proteggere la navigazione nel Mar Rosso e nello stretto di Bab el‑Mandeb. 

Canale di Suez: il corridoio Asia–Europa

Il Canale di Suez è l’infrastruttura che rende possibile la principale rotta marittima tra Asia ed Europa. Ogni interruzione – anche accidentale – ha mostrato quanto sia fragile questo corridoio: code di navi, merci ferme, deviazioni forzate via Africa. Se Bab el‑Mandeb è la serratura, Suez è il corridoio stretto che tutti devono comunque attraversare per accorciare il viaggio tra Pacifico e Mediterraneo.

I rischi geopolitici sono legati a tre fattori: la stabilità interna dell’Egitto, la sicurezza del Sinai e il ruolo delle potenze esterne nel garantire la navigazione. Un Egitto sotto pressione economica o politica potrebbe usare il canale come leva nei confronti di partner e creditori; gruppi armati o terroristi potrebbero puntare a colpire l’infrastruttura o le navi come bersaglio simbolico; rivalità tra grandi potenze potrebbero trasformare la presenza navale nel Mediterraneo orientale in una continua prova di forza. Il collo di bottiglia qui non è solo geografico, ma politico e sociale.

Malacca: la dipendenza dell’Asia orientale

Lo stretto di Malacca, tra Malesia, Singapore e Indonesia, è la corsia obbligata tra Oceano Indiano e Pacifico per gran parte del traffico che rifornisce l’Asia orientale. Per Cina, Giappone e Corea del Sud è una sorta di «arteria energetica»: petrolio e gas dal Medio Oriente, materie prime dall’Africa e dall’Europa passano di lì prima di arrivare nei grandi porti del Pacifico. È anche uno dei tratti di mare più congestionati del pianeta. Il rischio geopolitico è che Malacca diventi il centro di una partita tra Stati Uniti e Cina. Per Washington è un potenziale punto di pressione su Pechino, da proteggere ma anche, in ultima istanza, da poter condizionare; per la Cina è il famoso «dilemma di Malacca», la paura che una potenza ostile possa chiudere o minare quello stretto in caso di crisi, tagliando le linee di rifornimento. Da qui derivano sia la corsa cinese alle basi lungo le «nuove vie della seta» marittime, sia il tentativo di diversificare attraverso oleodotti e corridoi terrestri: segno che un singolo passaggio può influenzare l’intera strategia di politica estera.

Canale di Panama: il collo di bottiglia delle Americhe

Il Canale di Panama collega Atlantico e Pacifico e resta fondamentale per i traffici tra coste orientali e occidentali delle Americhe e tra Stati Uniti, America Latina e Asia. Negli ultimi anni, più delle tensioni militari sono stati i limiti fisici – siccità, calo del livello dei bacini, contingentamento dei transiti – a trasformarlo in un collo di bottiglia. Ma l’effetto geopolitico è analogo: quando il canale rallenta, l’intera logistica dell’emisfero occidentale ne risente. Panama è in una posizione delicata: paese relativamente piccolo con il controllo di un’infrastruttura vitale per potenze molto più grandi. Le pressioni incrociate – economiche, politiche, eventualmente militari – di Stati Uniti, Cina e altri attori sulla gestione del canale sono un fattore costante. Sullo sfondo, la possibilità che la crescente competizione tra Washington e Pechino si traduca anche in una battaglia per influenza e accesso preferenziale a questo passaggio, con ripercussioni sulle scelte del governo panamense e sulla stabilità interna.

Gibilterra: la soglia del Mediterraneo

Lo stretto di Gibilterra è la porta tra Mediterraneo e Atlantico. In termini di traffico energetico pesa meno di Hormuz o Malacca, ma è comunque un passaggio obbligato per le navi che entrano ed escono dal bacino mediterraneo. La presenza combinata di Spagna, Regno Unito (con la base di Gibilterra) e Marocco rende questo tratto di mare uno spazio densamente controllato, ma non immune da tensioni. Il rischio geopolitico qui è più sottile e di lungo periodo. Da un lato le controversie sulla sovranità di Gibilterra, dall’altro la possibilità che, in un contesto di crisi tra NATO e potenze rivali, l’accesso al Mediterraneo diventi una variabile della partita strategica, specie per sottomarini e navi militari. Inoltre, la crescente importanza delle rotte nord‑africane per gas e rinnovabili potrebbe aumentare il peso politico dello stretto anche per le forniture energetiche europee.

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Panorama

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