No Other Choice: perché i colori costruiscono la trama e rivelano la paura di perdere tutto
- Postato il 10 gennaio 2026
- Di Panorama
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Ci sono film che raccontano una storia. E poi ci sono film che raccontano un processo.
No Other Choice, il nuovo lavoro di Park Chan-wook al cinema in Italia grazie a Lucky Red, appartiene senza esitazioni alla seconda categoria. Non è un film che cerca lo shock immediato, né la violenza come spettacolo. È un racconto lento, metodico, quasi burocratico della caduta di un uomo qualunque dentro un sistema che smette improvvisamente di riconoscerlo. Un film che parla di lavoro, di status, di identità sociale. E soprattutto di ciò che accade quando tutto questo viene meno.
Il protagonista non è un eroe e non è un mostro. È una figura ordinaria, inserita in una normalità che sembra solida finché non lo è più. Il film segue il suo scivolamento senza accelerazioni forzate, lasciando che ogni scelta apra un varco leggermente più ampio verso il compromesso successivo. Non c’è una crisi improvvisa: c’è una erosione.
Ed è proprio questa erosione che Park Chan-wook decide di raccontare prima con l’immagine che con la trama. Perché No Other Choice non spiega subito cosa sta succedendo. Lo fa vedere. E lo fa attraverso un uso del colore che accompagna, anticipa e a volte tradisce il percorso morale del personaggio.
Dalla normalità illuminata alla perdita di luce: la transizione cromatica narrativa
La prima metà del film è, sorprendentemente, luminosa. I colori sono presenti, riconoscibili, spesso persino più accesi di quanto ci si aspetterebbe da una storia di precarietà e declino. Le luci sono espressive, gli ambienti leggibili, la messa in scena a tratti sfiora un registro quasi ironico, da commedia nera trattenuta. È il mondo prima della frattura. Quello che funziona ancora, o che almeno finge di farlo.
Poi qualcosa cambia.
Non con uno stacco netto, non con una svolta dichiarata. La palette si ammutolisce. I colori restano, ma perdono energia. Le luci si spengono, le superfici diventano opache, gli spazi sembrano improvvisamente più stretti. È lo stesso mondo di prima, ma non è più abitabile nello stesso modo.
Questa transizione visiva riflette con precisione la trasformazione psicologica e morale del protagonista. Man mano che la disperazione cresce e le possibilità si riducono, anche l’immagine perde respiro. È una caduta dall’“innocenza” quotidiana verso un territorio di compromessi, dove nulla è più netto e ogni decisione lascia un residuo.
Il colore come linguaggio emotivo, non come simbolo dichiarato
No Other Choice non offre chiavi di lettura ufficiali sull’uso del colore. E non ne ha bisogno.
Park Chan-wook lavora su un piano più sottile, usando il colore come indicatore emotivo, non come simbolo da decifrare. È un linguaggio che il cinema utilizza da sempre, soprattutto nei noir e nei thriller psicologici: il colore non spiega, prepara.
In questo senso, i colori del film non vanno letti come codici rigidi, ma come associazioni profonde, radicate nella psicologia visiva dello spettatore. Ed è proprio questa ambiguità a renderli efficaci.
Il giallo: la normalità che diventa irritante
Il giallo è uno dei colori più ricorrenti, soprattutto nella prima parte.
Non è mai solare. È un giallo artificiale, da neon, da interni aziendali e domestici. È il colore della routine, della luce che illumina tutto senza chiarire nulla. All’inizio rassicura, poi comincia a infastidire.
Con il procedere del film, questo giallo diventa quasi urticante. È la normalità che insiste mentre il protagonista perde controllo, alternative, dignità. Un sistema che continua a funzionare anche quando chi ne fa parte sta crollando.
Il rosso: la decisione che non si può ritrattare
Il rosso entra in scena più tardi e non lo fa mai in modo decorativo.
Non è spettacolare, non è estetizzato. È un rosso secco, funzionale. In No Other Choice non segnala l’azione, ma la scelta. Il momento in cui un pensiero diventa gesto. Il punto di non ritorno.
Non invade l’inquadratura: si deposita. E proprio per questo pesa. È il colore della responsabilità che non può più essere negata.
Il verde: la promessa che non mantiene
Il verde è forse il colore più ambiguo del film.
Tradizionalmente associato a stabilità e speranza, qui appare negli spazi che dovrebbero rappresentare equilibrio e continuità. Ma è un verde immobile, privo di slancio. Non rigenera, non protegge.
È la promessa borghese di una vita “a posto” che funziona solo finché nessuno la mette davvero alla prova. Quando il sistema si incrina, il verde resta identico, incapace di offrire un appiglio reale.
Il marrone: la materia, il peso, la sopravvivenza
Il marrone — spesso accompagnato da grigi e beige — riporta tutto alla materia.
Legno, superfici grezze, ambienti spogli. È il colore della brunitura economica, della ripetizione, della vita ridotta a funzione. Non c’è più spazio per l’ornamento: resta il peso della realtà.
È il colore della sopravvivenza, non della dignità.
Il colore della carta: fragilità e valore sociale
C’è però un colore che tiene insieme tutto il percorso cromatico del film: il colore della carta.
Bianco sporco, crema, marrone chiaro. Tonalità neutre, quasi invisibili, ma centrali. Il protagonista lavora nell’industria della carta, e questa scelta non è mai neutra.
La carta è fragile. Si piega, si strappa, si accartoccia. È una superficie su cui il sistema scrive, archivia, valuta. Contratti, documenti, procedure: la carta certifica il valore e, allo stesso tempo, ne sancisce la perdita. Visivamente è una tela neutra; narrativamente è la metafora perfetta di una condizione sociale che può essere deprezzata senza essere distrutta.
Man mano che il film scolora, questi toni cartacei diventano sempre più centrali. Non attirano l’occhio, ma lo trattengono. È il colore della vita ridotta a pratica amministrativa.
Un film che scolora insieme al suo protagonista
No Other Choice non usa il colore per distinguere il bene dal male. Lo usa per raccontare quanto a lungo una persona può restare dentro la normalità prima di esserne espulsa. La palette si restringe, si opacizza, si appesantisce, proprio come il mondo del protagonista.
Non c’è redenzione cromatica. Non c’è ritorno alla luce. C’è solo un processo di scolorimento lento, inesorabile, lucidissimo.
Ed è forse questo l’aspetto più disturbante del film: non mostra il crollo come un evento eccezionale, ma come qualcosa che accade gradualmente, sotto una luce sempre più stanca. Fino a quando, guardando indietro, ci si accorge che i colori dell’inizio non esistono più. E che, come le scelte compiute, non possono essere recuperati.