Netanyahu da Orban nonostante il mandato di arresto internazionale. L’Ungheria pronta a uscire dalla Corte penale internazionale
- Postato il 2 aprile 2025
- Politica
- Di Blitz
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L’Ungheria, sotto la leadership di Viktor Orbán, ha annunciato l’intenzione di ritirarsi dalla Corte penale internazionale (Cpi). La decisione, comunicata dal ministro della Giustizia Bence Tuzson, arriva alla vigilia della visita del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a Budapest. Secondo il giornale online Europa Libera, il Parlamento ungherese avrebbe già preparato una bozza di risoluzione che autorizza il governo ad avviare la procedura di uscita. La Commissione europea ha espresso preoccupazione per la decisione, dichiarando di non aver ricevuto alcuna notifica formale, ma di rammaricarsi profondamente se il ritiro venisse confermato.
Netanyahu accolto da Orban nonostante il mandato di arresto
Oggi, mercoledì 2 aprile, Netanyahu giungerà in Ungheria per una visita ufficiale di cinque giorni. Tuttavia, sulla sua testa pende un mandato di arresto internazionale emesso dalla Cpi per crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi nella Striscia di Gaza a partire dall’8 ottobre 2023. Budapest, essendo firmataria dello Statuto di Roma, sarebbe giuridicamente obbligata ad arrestarlo. Tuttavia, il governo ungherese ha già dichiarato che non darà seguito alla richiesta dell’Aja. La Cpi ha ricordato che le sue decisioni devono essere rispettate dagli Stati membri, ammonendo l’Ungheria per la sua mancata collaborazione.

La posizione dell’Ungheria e i limiti della Corte
La scelta dell’Ungheria di ignorare il mandato di arresto di Netanyahu rientra in una più ampia critica di Orbán alla Cpi, un’istituzione già contestata da Israele e Stati Uniti, che non ne riconoscono l’autorità. Pur avendo il potere di emettere mandati di cattura, la Corte non dispone di strumenti coercitivi per obbligare gli Stati membri a eseguire i suoi ordini, affidandosi alla loro collaborazione. Se un paese rifiuta di rispettarne le decisioni, la Cpi può avviare un procedimento di “non osservanza”, che tuttavia ha scarso impatto pratico. Questo scenario evidenzia ancora una volta i limiti dell’organo giurisdizionale nel far rispettare le proprie sentenze a livello internazionale.
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