Nessuna lascia Picasso

  • Postato il 7 gennaio 2026
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  • Di Il Vostro Giornale
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pensiero altro 7 gennaio 2026

“Si è detto sovente che un artista deve lavorare per se stesso, per l’amore dell’arte e fregarsene del successo; è falso. Un artista ha bisogno del successo. E non soltanto per vivere, ma, soprattutto per realizzare la sua opera” afferma Pablo Picasso e chi meglio di lui potrebbe introdurre il tema del rapporto tra arte, opera d’arte e artista. La questione così posta distingue tra autore, prodotto e valore dello stesso, insomma: è possibile che un “non artista” possa produrre arte? Un artista crea arte in ogni sua azione o pensiero? Com’è possibile avere la certezza che qualcosa sia effettivamente arte? Arte e opera d’arte coincidono? L’arte potrebbe esistere senza artisti e senza il loro creare? La questione sembra degna di una mente diabolica e, mi rivolgo al lettore con i versi del poeta, “Forse tu non pensavi ch’io loico fossi”, ma questi interrogativi rimandano a una questione che davvero contrappone il pensiero sofista alla filosofia convenzionale. Mi rendo conto che questa affermazione possa far storcere il naso ai non addetti ai lavori poiché risulta oscuro il concetto, così come anche agli specialisti che difficilmente potranno concordare almeno sulla forma della stessa. Bene, mi spiego più chiaramente: il tema è propedeutico a qualsiasi riflessione, è possibile che esista il bene, il bello, così come l’arte, senza che un soggetto abbia compiuto una scelta e una conseguente azione che possa essere reputata bene, bello o arte? Le possibili risposte implicano che, nel caso in cui lo ritenessimo possibile, significherebbe che esiste una sorta di Iperuranio platonico nel quale ristanno fermi e immutabili il bene, il bello e l’arte (le idee come le definiva il filosofo) da sempre e per sempre identiche solo a se stesse. Sarebbe la partecipazione a tali idee a garantire il valore dell’azione dell’uomo, il suo essere bello, buono e artista e il suo conseguente aver agito bene, aver prodotto il bello e l’opera d’arte. Se si concorda con la tesi opposta, ogni giudizio diviene argomentabile in senso positivo o negativo e tutto è reputabile buono, bello e artistico così come l’opposto. Mi sembra evidente che le parole di Dante, a questo punto, rappresentino bene la questione.

Impossibile in queste poche righe sviscerare il tema in maniera esaustiva, proviamo allora a circoscrivere l’argomentare ritornando alla citazione di apertura e, così, esemplificando con l’esperienza specifica di chi, direi per antonomasia, è ritenuto essere stato un artista e aver prodotto “opere immortali”, tentiamo di comprendere qualche minuto aspetto della multiforme e complessa questione. La prospettiva agiografica con la quale si tende a raccontare la vita di ogni grande artista, ma nella nostra cultura piccoloborghescattolica si è indotti a celebrare gli aspetti reputati positivi di chiunque sia deceduto, figuriamoci nel caso di chi ha regalato opere d’arte al mondo, comunque, stavo dicendo la vita di ogni grande artista viene raccontata come quella di un essere spesso travagliato e sofferente per la sua stessa grandezza, addirittura incompreso dalla moltitudine dei mediocri, una sorta di Albatro baudelaireiano, e si tende a minimizzare quanto di “discutibile” abbia commesso nella sua vita. Nello specifico penso al rapporto tra “il genio di Malaga” e le donne. Le sue biografie lo rapprersentano come un affascinante tombeur de femme, ma sarebbe forse più corretto descriverlo come un distruttore di compagne: Marie-Thérèse Walter e Jaqueline Roque morirono suicide, Dora Maar finì in un ospedale psichiatrico, della sua relazione col pittore affermava: “Io non sono stata l’amante di Picasso. Lui era soltanto il mio padrone”. È nota l’affermazione dell’artista sulle donne, sono “dee o zerbini”, in un’altra circostanza si dice le abbia definite “macchine per soffrire”, chissà come giudicheremmo il vicino di casa o il macellaio che si esprimessero in tal modo.

Per correttezza di cronaca mi sembra importante raccontare anche di Françoise Gilot, l’unica donna capace di lasciarlo anche se, quando lo informò delle sue intenzioni, il commento del pittore fu lapidario: “Nessuno lascia Picasso”. Già parlare in terza persona rivela, a mio avviso, qualche problema, se poi è per esaltarsi fino a questo punto è ancor più delirante. Intanto la giovane Françoise lo abbandonò davvero, come si può leggere in “Vita con Picasso”, nel 1953, aveva 32 anni, ma si sentiva vecchia, consumata da una relazione che la stava prosciugando. Quella che Picasso chiamava “la donna che vede troppo” affermò “vedevo come distruggeva ciò che diceva di amare”; diversi anni più tardi incontrò un nuovo amore, Jonas Salk, un medico, confrontando i due amori della sua vita affermò: “Picasso voleva possedere il mondo, Jonas voleva guarirlo”. In un’intervista, nella quale le chiesero cosa l’avesse spinta al “gran rifiuto”, rispose: “Perché la libertà è l’unico amore che vale la pena di tenersi stretto”. Chi fra i due fosse capace d’amore, chi fosse più libero, chi fu più felice e, credo, più amato mi sembra sia indubbio. Picasso è stato esattamente ciò che affermava nell’incipit, un artista che ha bisogno del successo, è stato amato dal mondo per la sua opera, assurdo disconoscere la grandezza artistica delle sue creazioni, non è di questo che stiamo trattando, ma della distanza che può esistere tra l’artista e l’essere umano. Può un artista produrre bellezza se non riesce a essere “kalòs kai agathòs”. Se, per tornare a Platone, il genio ha visitato il “mondo delle idee”, ha contemplato l’idea di arte, ne ha afferrato, tra i brandellli della sua anima, minime immortali essenze, ha tentato di farle rivivere nelle proprie opere, è mai possibile che tanto poco gli sia rimasto di amore per gli altri se non nella “generosità di concedersi come artista”? Capisco anche che l’artista si nutra del successo, ma solo come ricarica per donare ancora di più amore, non per auto celebrarsi. Nel terzo millennio, sembra, il concetto di artista ha subito una ulteriore mutazione, oggi ciò che conta è reciprocamente assegnarsi il patentino d’artista, diviene facile affermare che “in un certo senso siamo tutti artisti”.

Già, ma se tutti possiamo reciprocamente definirci artisti il termine stesso perde di demarcazione, non esisterebbero più i “non artisti” e, di conseguenza, gli artisti stessi. A questo punto qualcuno avrà recuperato le parole del poeta riguardo al mio argomentare, ma mi sembra difficile sostenere il contrario di quanto appena affermato. Allora com’è possibile che qualsiasi sgangherato rapper possa essere reputato correttamente artista se non perché, in questo modo, chiunque avrebbe diritto di fregiarsi di tale ruolo? Credo tutti conoscano l’aneddoto su Salomone e le due presunte madri che si contendono un unico figlio, la sua provocazione, “Dividiamolo a metà”, fu accettata dalla falsa madre mentre l’altra, quella vera, fu disposta a rinunciare al figlio pur di conservarlo in vita; non è difficile riportare il fatto a chi è disposto a sostenere che tutti sono artisti piuttosto che rinunciare a essere lui stesso definito con quell’espressione così deprivata di senso. Ma se tutti-nessuno sono artisti, in un tragico e surreale effetto domino, tutto e nulla è arte e anche opera d’arte. Non pretendo di determinare una definizione o di produrre un criterio per dirimere la questione in maniera definitiva, resta il fatto che, e spero di essere condiviso dai più, l’artista è opportuno che sia il “grande amante”, e non mi riferisco ai partner di letto che inanella lungo la sua esistenza, parlo di amore per l’umanità, non come anonima moltitudine ma come totalità dei singoli e, ancor prima, per la cultura che è la cifra peculiare della storia dell’uomo. Senza passione, senza cultura, senza amore non credo possa esistere l’artista, non parlo di un’entità astratta da agiografia libresca, ma di un essere complesso, in viaggio anche dopo essere caduto, col coraggio di rialzarsi e fare tesoro di ogni inciampo e di ogni fallimento, generoso di sé e rispettoso di ogni altro viaggiatore che non vede mai come strumento del proprio successo ma come opportunità d’amore. Non chi afferma in terza persona che nessuno può fare a meno di lui, ma chi ha il coraggio di mettersi in gioco, perdonare, ringraziare, insomma, amare e nuovamente riprendere il cammino per tentare di cogliere luce nel buio e donarla.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì. Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero. Clicca qui per leggere tutti gli articoli.

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