Nel 2011 due studiosi avevano previsto il terremoto in Myanmar con esattezza: “Quell’area sarà colpita da una scossa di magnitudo di circa 7,9”
- Postato il 30 marzo 2025
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Il terremoto che ha messo in ginocchio il Myanmar, con oltre 1640 vittime confermate, non è stato un fulmine a ciel sereno, almeno non per la scienza. Già nel gennaio 2011, uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Geophysical Research Letters aveva previsto con impressionante precisione l’evento sismico del 28 marzo scorso.
Gli autori dello studio, il giapponese Nobuo Hurukawa e il birmano Phyo Maung Maung, analizzando la storia sismica della Faglia di Sagaing (la “superstrada” geologica che attraversa il Paese) dal 1918 e mappandone i movimenti con il GPS, avevano individuato due “lacune sismiche”: segmenti della faglia “silenziosi” da troppo tempo, dove l’energia si stava accumulando pericolosamente.
Una di queste lacune, lunga circa 260 chilometri, si trovava proprio nel Myanmar centrale, nell’area dove si è verificato l’epicentro del sisma di venerdì. I due ricercatori concludevano senza mezzi termini nel loro articolo del 2011: “Un futuro terremoto di magnitudo di circa 7,9 è atteso in questa zona. Poiché la nuova capitale del Paese [Naypyidaw, ndr] è stata costruita proprio nei pressi della faglia, la sua popolazione è esposta a un significativo rischio sismico”. Una previsione praticamente perfetta: il terremoto del 28 marzo ha avuto una magnitudo di 7.7 (pochissimo inferiore al 7.9 stimato), e la rottura della faglia è stata di circa 250 chilometri (contro i 260 della lacuna individuata). Non si poteva prevedere quando sarebbe successo, sottolineano gli esperti, ma che un evento di quella portata fosse probabile in quell’area era un dato scientifico acquisito da oltre un decennio.
La Faglia di Sagaing e il rischio liquefazione
La Faglia di Sagaing, una struttura trascorrente destra (dove i blocchi scivolano lateralmente) che si muove a una velocità di circa 1,8 centimetri l’anno, è nota per la sua elevata sismicità. Il movimento costante fa sì che gli intervalli tra un forte sisma e il successivo siano relativamente brevi. Ma lo studio del 2011 non si limitava a prevedere il terremoto. Evidenziava anche un altro grave pericolo per l’area: la “liquefazione delle sabbie”. Questo fenomeno si verifica quando un sottosuolo sabbioso, scosso dalle onde sismiche, perde la sua consistenza e si comporta come un liquido, causando il collasso degli edifici sovrastanti. È proprio la liquefazione, spiegano oggi gli esperti, che potrebbe aver causato i crolli registrati a Bangkok, in Thailandia, a centinaia di chilometri dall’epicentro, un fenomeno simile a quanto accaduto a Città del Messico nel 1985 o, in misura minore, in Emilia Romagna nel 2012.
L’altra “bomba a orologeria”: rischio tsunami nel Golfo del Bengala
E non è finita qui. Lo studio di Hurukawa e Maung Maung individuava una seconda “lacuna” sismica, situata più a sud, nel Mare delle Andamane. Anche qui, l’energia si sta accumulando da tempo: “In questa ‘lacuna’ un terremoto di magnitudo 7 non si verifica dal 1957“, scrivevano i ricercatori. La loro conclusione è un monito inquietante: “Un nuovo sisma potrebbe generare uno tsunami distruttivo nella parte settentrionale del Golfo del Bengala“. La tragedia del Myanmar, insomma, era stata prevista. Una previsione scientifica accurata, che però non è bastata a evitare la catastrofe, perché la scienza, purtroppo, non può ancora prevedere il “quando“.
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