NBA, Chris Paul ha detto stop: si ritira "The Point God", uno dei più grandi a non aver vinto il titolo
- Postato il 13 febbraio 2026
- Di Virgilio.it
- 8 Visualizzazioni
Il sipario s’è chiuso, Chris Paul ha detto che può bastare anche così. “È arrivato il momento, dopo oltre 21 anni lascio il basket”, ha annunciato con un post sui propri profili social il veterano di Winston-Salem, che a inizio stagione aveva già fatto sapere che questa sarebbe stata la sua ultima annata in NBA, ma che dopo essere stato tagliato dai Los Angeles Clippers lo scorso 3 dicembre non ha trovato il modo per accasarsi in qualche contender e tentare un ultimo assalto a quell’anello tanto desiderato, ma mai arrivato.
- Tra i più grandi a non aver vinto l'anello (ma il 2021 grida vendetta)
- Una carriera da leader, un finale rivedibile (colpa di Ty Lue)
- L'amicizia con LeBron e la gratitudine per quanto fatto
Tra i più grandi a non aver vinto l’anello (ma il 2021 grida vendetta)
L’avrebbe meritato più di tanti altri giocatori che di anelli al dito ne contano anche più d’uno, solo perché si sono trovati al posto giusto nel momento giusto delle loro carriera. Paul invece ha dovuto sempre remare un po’ contro, peraltro agguantando le Finals in una sola occasione, cioè nel 2021, quando i Phoenix Suns si illusero di poter fare un sol boccone dei Milwaukee Bucks, capaci di risalire nella serie da 0-2 a 4-2.
È stata l’unica occasione nella quale CP3 ha calcato il palcoscenico delle partite decisive per il titolo, e con l’annuncio della fine della propria attività agonistica diventa ufficiale anche il suo nome accostato a quello di tanti altri grandi giocatori della lega che non sono riusciti ad alzare il Larry O’Brien Trophy (è in buonissima compagnia: Karl Malone, Charles Barkley, John Stockton, Patrick Ewing, Steve Nash, Allen Iverson e altri ancora).
Paul saluta dopo aver disputato 12 volte l’All Star Game (eletto MVP nel 2013), nonché essere stato inserito in 4 stagioni nel primo quintetto della lega e pure tra i primi 75 giocatori di sempre nel corso delle celebrazioni per i 75 anni della NBA. A ciò ha aggiunto anche due titoli olimpici con Team USA (Pechino 2008 e Londra 2012), oltre al bronzo mondiale del 2006.
[iol_placeholder type="social_twitter" url="https://x.com/PasionBasketNBA/status/2022403705262440667" profile_id="PasionBasketNBA" tweet_id="2022403705262440667"/]Una carriera da leader, un finale rivedibile (colpa di Ty Lue)
Quando nel 2005 venne selezionato alla numero 4 dai New Orleans Hornets (prima di lui vennero chiamati Andrew Bogut, Marvin e Deron Williams), nessuno avrebbe potuto pronosticare la carriera avuta dal futuro “The Point God”, come venne soprannominato già nelle prime stagioni per via della sua innata qualità di passatore seriale.
Negli anni ha vestito le maglie di Clippers, Rockets, Thunder, Suns, Warriors e Spurs, dove lo scorso anno ha accompagnato il percorso di progressiva crescita di Victor Wembanyama giocando tutte e 82 le gare di regular season. La scorsa estate decise di avvicinarsi a casa (la famiglia abita a Los Angeles) e accettare di concedersi un’ultima annata ai Clippers, ma la notizia del taglio avvenuto il 3 dicembre ha rappresentato una pugnalata al cuore: già dal training camp Paul aveva capito di aver preso la decisione sbagliata, con Tyronn Lue col quale ha finito subito per andare in collisione.
I Clippers l’hanno prima escluso dal roster, poi scambiato con i Toronto Raptors in una trade che ha coinvolto anche i Brooklyn Nets, buona per far quadrare i conti a livello di salary cap di tutte le squadre coinvolte. Ma a Toronto era chiaro che Paul non sarebbe mai andato, e così è stato: chiusa la fase del mercato invernale, CP3 ha preso la decisione inevitabile di dire addio a quel mondo del quale per 20 anni e spiccioli è stato indiscusso protagonista.
[iol_placeholder type="social_instagram" id="DUtPyqHiaxe" max_width="540px"/]L’amicizia con LeBron e la gratitudine per quanto fatto
Paul, che pur non avendo mai giocato assieme a LeBron James (se non con Team USA) è uno dei migliori amici del cestista dei Lakers, negli anni s’è battuto anche per questioni sindacali e razziali, senza mai mostrare paura di fronte a niente. Ha affidato ai suoi social un ultimo pensiero, quello col quale ha detto stop.
“È arrivato il momento. Dopo oltre 21 anni, lascio il basket. Mentre scrivo queste parole, è difficile capire quello che sento, ma per una volta, e molti saranno sorpresi, non ho la risposta! Sono pieno di gioia e gratitudine. Anche se questo capitolo da “giocatore NBA” si chiude, il basket sarà per sempre nel mio dna.
Sono stato nella NBA per più della metà della mia esistenza, attraversando tre decenni. È incredibile anche solo dirlo! Giocare a basket per vivere è stata una benedizione straordinaria, che ha comportato anche grandi responsabilità. Le ho accettate tutte. Il bello e il brutto. Da eterno studente, ho imparato che la leadership è dura e non è per i deboli”.