Narcotraffico, ‘ndrangheta principale partner del Primeiro Comando da Capital
- Postato il 26 gennaio 2026
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Il Quotidiano del Sud
Narcotraffico, ‘ndrangheta principale partner del Primeiro Comando da Capital

In Commissione antimafia il procuratore di S. Paolo, parla del Brasile hub del narcotraffico e ‘ndrine partner del Primeiro Comando da Capital
CATANZARO – La ‘ndrangheta è il «partner principale» del Primeiro Comando da Capital (Pcc), la più potente organizzazione criminale del Brasile. Il Brasile che «oggi è il principale hub del passaggio della cocaina che proviene dai Paesi andini (Bolivia, Perù, Colombia) verso l’Europa». Eppure, i narcos brasiliani che hanno fatto affari con la ‘ndrangheta oggi sono liberi. Lo ha detto il procuratore di San Paolo, Lincoln Gakiya, nel corso di un’audizione alla Commissione parlamentare antimafia che prosegue così gli approfondimenti sulle nuove rotte del narcotraffico internazionale. Una relazione molto interessante che descrive, in particolare, la «terza fase» del Pcc. Una fase «pericolosissima», iniziata nel 2017, che ha permesso al Pcc di «accedere in modo definitivo al traffico di cocaina verso l’Europa».
INTESA PCC-‘NDRANGHETA
«Hanno abbandonato altri tipi di reati per dedicarsi esclusivamente al traffico internazionale di cocaina verso l’Europa – ha spiegato il procuratore di San Paolo – ma per questo avevano bisogno di un partner. E il partner principale del Pcc in Europa è la ‘ndrangheta. Ci sono altre mafie coinvolte – ha precisato Gakiya – come la camorra, però la collaborazione strutturata è tra il Pcc e la ‘ndrangheta». Una forza, quella del Pcc, legata alla presenza del porto di Santos, il più grande dell’America Latina. «Da lì passano ogni giorno circa 10 mila container. Il 60 per cento del traffico della cocaina esportata in Europa viene dal porto di Santos», ha detto il magistrato ai commissari.
CARTELLI DI SANGUE
Temi che il procuratore brasiliano aveva affrontato a Palermo, nel corso di una riunione di studi sul contrasto patrimoniale al narcotraffico. Lo ricordano, in “Cartelli di sangue”, il loro ultimo saggio sull’evoluzione delle mafie che analizza, in particolare, le nuove rotte del narcotraffico, lo storico Antonio Nicaso e il procuratore Nicola Gratteri. Nel capitolo sul Brasile, i due Autori descrivono il Paese come «una porta girevole» che «attira criminali da ogni angolo del mondo», a conferma di «una rete internazionale sempre più ramificata e complessa». Una rete all’interno della quale la ‘ndrangheta gioca un ruolo centrale, anche se avanzano le mafie balcaniche.
IL PORTO DI SANTOS
«Attualmente – ha svelato il magistrato brasiliano alla Commissione antimafia – sto portando avanti un’indagine proprio in questo complesso portuale che però è un posto molto difficile da studiare, perché è enorme. Abbiamo 55 mila lavoratori privati nel porto di Santos, come se fosse una piccola città, e ognuno di loro ha accesso a determinate aree. Quindi ci serve anche la cooperazione internazionale per riuscire a capire come funzionano i sistemi di sicurezza di altri porti, anche qui in Europa, per migliorare o ridurre il traffico che parte dal porto di Santos».
EVOLUZIONE NORMATIVA
Intanto, in Brasile è in corso un’importante evoluzione normativa. Presto approderà all’esame del Congresso un disegno di legge anti-mafia. Non esiste, nel Paese latino-americano, una legislazione specifica che riconosca le organizzazioni criminali di tipo mafioso. Eppure, organizzazioni criminali come il Pcc si muovono «esattamente come la mafia italiana». «Alcune caratteristiche sono il dominio territoriale, l’infiltrazione nei poteri dello Stato, l’azione transnazionale». Insomma, il modus operandi «tipico delle organizzazioni mafiose in tutto il mondo».
Il TERMINE “ANTIMAFIA” TROPPO FORTE
Il Brasile ha deciso però di non usare il termine «anti-mafia», perché «suonava troppo forte». Ha optato per un «disegno di legge anti-organizzazione criminale». Il progetto normativo prevede diverse misure, come l’isolamento dei capi. «Ci siamo chiaramente ispirati alla legislazione italiana, al 41-bis – ha ammesso Gakiya – per introdurre l’allontanamento dei leader delle organizzazioni criminali in Brasile. Ci siamo ispirati anche al 416-bis della legislazione italiana – ha aggiunto – soprattutto per quanto riguarda le misure di confisca e di sequestro dei beni dei criminali che fanno parte di queste organizzazioni». «Se tutto andrà bene», il progetto sarà trasmesso entro febbraio o marzo al Presidente brasiliano per la promulgazione della legge.
L’ORGANIGRAMMA DEL PCC
Dopo aver ripercorso l’evoluzione del Pcc, il magistrato brasiliano ne ha illustrato l’organigramma, avendo svolto dal 2013 la più grande indagine contro questa potente organizzazione criminale. Un’indagine «durata tre anni, con 175 imputati, e ancora oggi in corso». Frutto di «centinaia di migliaia di pagine ancora in lavorazione». L’inchiesta ha permesso di «conoscere meglio come funziona internamente questa organizzazione». La gran parte dei componenti è stata condannata e si trova in carcere in Brasile. Ma molti sono stati liberati e «lasciati andare».
NARCOS LIBERI NASCOSTI IN BOLIVIA
Andare dove? «Abbiamo – ha spiegato il procuratore di San Paolo – un grandissimo problema con la Bolivia. Molti criminali del Brasile e del Sud America hanno scelto di nascondersi in Bolivia. Ci sono molte difficoltà in termini di cooperazione internazionale, anche di polizia, tra la Bolivia e altri Paesi del Sud America. Questi criminali sono in Bolivia e da lì riescono a dare ordini utilizzando semplicemente uno smartphone, con comunicazioni crittografate, che la nostra legislazione non ci permette di intercettare». I signori della droga, in tutto il mondo, oggi conducono i loro affari grazie alla condivisione criptata di comunicazioni. E proprio bucando i meccanismi di comunicazione anonima gli inquirenti europei hanno acquisito un patrimonio di conoscenze fondamentale per contrastare il narcotraffico. Non tutte le legislazioni sono però al passo con i tempi.
ESPANSIONE IN EUROPA DEL PCC
Ma il vero problema è l’espansione del Pcc, soprattutto in Europa. L’organizzazione brasiliana è presente in 28 Paesi e può contare su un esercito di 40mila componenti. Per farne comprendere la caratura criminale, il procuratore si è soffermato sulla fase terroristica, passata per attacchi dinamitardi contro l’edificio della Borsa e gli uffici del Tribunale penale più grande del Paese. Gakiya ha ricordato anche l’uccisione del suo amico Machado Dias, un giudice assassinato a soli 42 anni. Ha ricordato quando il Pcc, nel 2006, riuscì a paralizzare il Paese e bisognava correre con le scorte a casa, mentre venivano bruciati autobus, banche, questure.
PRINCIPALE SNODO DEL NARCOTRAFFICO
Ora c’è una fase nuova. Una fase in cui il Paese è il principale snodo per il narcotraffico e il Pcc e le altre mafie brasiliane, come il Comando Vermelho, sono in connessione internazionale con le mafie di tutto il mondo. Le mafie del narcotraffico «non sono in competizione, sono in associazione e collaborano fra di loro». Per esempio, «un criminale italiano non deve per forza andare in Sud America per comprare la cocaina, poiché correrebbe il rischio di essere arrestato. Invece, questa associazione con il Pcc fa sì che la droga venga acquistata direttamente dal Pcc». Si riducono costi e rischi per la ‘ndrangheta. Perché il Pcc «è incaricato di comprare la droga nei Paesi produttori, di metterla nelle navi o nei mezzi che la trasporteranno. Sarà poi la mafia italiana a prenderla all’arrivo in Italia, principalmente a Gioia Tauro, o in altri Paesi europei. Poi la mafia locale si occuperà di distribuirla». Le mafie si spartiscono poi i guadagni a metà. «Fifty-fifty».
I BROKER DELLA ‘NDRANGHETA
I primi contatto del Pcc con la mafia italiana risalgono al 1990, quando i fratelli Bruno e Renato Torsi, latitanti della camorra napoletana, furono arrestati. In carcere, si avvicinarono a Mizael Aparecido da Silva, detto Misa, uno dei fondatori del Pcc. Nel 2016, nello Stato di San Paolo, è stata registrata la presenza del boss della ‘ndrangheta di San Luca Domenico Pelle, mai arrestato lì. Fu, invece, arrestato, nella regione portuale di Santos, il broker della ‘ndrangheta originario di Grimaldi, nel Cosentino, Nicola Assisi, insieme al figlio Patrick Assisi. «Erano latitanti da alcuni anni in Italia e vivevano a San Paolo. Avevano il compito di controllare l’alleanza con il Pcc». Il magistrato ricorda anche che avevano una «buonissima» pizzeria sul lungomare di San Paolo.
Il RUOLO DI ROCCO MORABITO
L’arresto più importante, però, è quello di Rocco Morabito, nello Stato di Paraiba, nel 2021. «Mafioso di prima categoria, importantissimo, che da quattro anni viveva con tutta serenità in Brasile, in un resort di lusso nel nord est». Una presenza, quella di Rocco Morabito in Brasile, che ha «rafforzato la collaborazione fra il Pcc e la ‘ndrangheta». Come? «Non serve più che un membro della ‘ndrangheta controlli se c’è qualcuno del Pcc che sta lavorando male. Non è più necessario che ci sia qualcuno per capire se la droga è stata deviata o sequestrata, perché c’è una collaborazione strettissima, rafforzata da questa amicizia».
LIBERO CHI HA FATTO AFFARI COL TAMUNGA
Il «problema», osserva ancora il magistrato, è che «Non abbiamo arrestato nessun brasiliano. Tutti i membri del Pcc e delle altre organizzazioni come il Comando Vermelho di Rio de Janeiro che hanno fatto affari con la ‘ndrangheta o con Rocco Morabito sono in libertà. Questo perché non c’è stata una condivisione delle indagini, che sono tuttora in corso. Se avessimo avuto squadre investigative congiunte Brasile-Italia magari saremmo riusciti ad avere progressi sia qui sia in Europa. In Brasile si usa un’espressione calzante per descrivere una simile realtà, ovvero «asciugare il ghiaccio». Vuol dire che «lavoriamo tantissimo, ma non siamo in grado di limitare i danni».
NUOVE INDAGINI GRAZIE ALLE RIVELAZIONI
Ma una speranza c’è. Insieme a Rocco Morabito è stato arrestato Vincenzo Pasquino, il suo braccio destro, che oggi collabora con la giustizia italiana. Le preziose informazioni di cui Pasquino dispone sono utili anche per le autorità brasiliane. «Il procuratore nazionale antimafia, Giovanni Melillo, mi ha invitato a collaborare con le testimonianze di Vincenzo Pasquino perché era il gancio della ‘ndrangheta a San Paolo con il Pcc», ha svelato ancora il procuratore di San Paolo.
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