Nada Cella, dopo trent’anni attesa per la sentenza. I familiari: “Sia coraggiosa e giusta”
- Postato il 15 gennaio 2026
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- Di Genova24
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Genova. “È giunta l’ora. Qualunque sia l’esito della sentenza ciò che conta è che la giustizia dia una risposta fondata sulla verità, nel rispetto di tutti i coinvolti ma in primis nel rispetto di Nada. Il tempo trascorso rende necessario un giudizio lucido, libero da pregiudizi, capace di riconoscere dignità a chi ha sofferto tanto: Silvana, la madre di Nada. Vorrei tanto che questa sentenza possa essere tanto coraggiosa quanto giusta”. Poco prima della sentenza in Corte d’Assise a Genova, sul delitto di Nada Cella, la cugina Silvia affida a un messaggio sui social le speranze per un passaggio che, a trent’anni dall’omicidio, metterà un punto.
A processo Annalucia Cecere, ex insegnante 56enne, accusata di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà e dai futili motivi – per cui l’accusa ha chiesto l’ergastolo – e il commercialista Marco Soracco, imputato invece per favoreggiamento e per cui sono stati chiesti quattro anni, per avere nascosto alcune informazioni chiave sulla vicenda avvenuta il 6 maggio 1996 nel suo studio in via Marsala, a Chiavari, dove la giovane segretaria Nada Cella, lavorava.
Oggi, giovedì 15 gennaio 2026, forse già in mattinata, dopo l’ultima replica da parte dell’avvocato di Soracco, Andrea Vernazza, il giudice Massimo Cusatti, pronuncerà la sentenza. Sarà una sentenza di primo grado, quindi le parti potranno ricorrere in appello. Le motivazioni saranno rese note tra 90 giorni.
Il processo sul giallo di Chiavari era iniziato nel febbraio scorso dopo la riapertura del caso, nel 2021, grazie ad alcune indagini svolte dalla criminologa Antonella Delfino Pesce. Insieme a Sabrina Franzone, avvocata della famiglia Cella, era stata lei, con modalità che sono state aspramente criticate dai difensori di Cecere e Soracco, a raccogliere gli elementi necessari a smuovere la procura.
In realtà lo stesso processo si era aperto con un colpo di scena. Nonostante il “non luogo a procedere” con cui la gup Angela Nutini aveva chiesto l’archiviazione dell’inchiesta – sulla base della legge Cartabia non c’erano elementi sufficienti a stabilire un’eventuale condanna – la Corte d’Appello aveva rinviato a giudizio la donna.
Nada Cella aveva 24 anni quando fu aggredita brutalmente nello studio di commercialisti dove era impiegata. A ritrovarla, in un lago di sangue – morì qualche ora dopo – era stato proprio il titolare Marco Soracco, inizialmente sospettato per l’omicidio della ragazza. Anche Cecere, all’epoca, fu indagata: alcuni testimoni l’avevano vista uscire dal palazzo dove avvenne il delitto. L’indagine a suo caricò durò pochi giorni. Ma proprio in quei giorni i carabinieri, durante una perquisizione a casa della donna, trovarono un elemento che si è rivelato fondamentale per la riapertura del cold case.
Si tratta di alcuni bottoni, con base metallica, con una stella e la scritta “Great Seal of the State of Oklahoma”. Un bottone quasi identico, senza base di metallo, era stato trovato vicino al corpo di Nada Cella. Ma nel rapporto dei carabinieri alla polizia, che acquisì successivamente l’incarico delle indagini, quella pista venne tralasciata. Così come molti altri possibili indizi. Ad esempio la telefonata di una donna, sempre rimasta anonima, alla madre di Soracco in cui la voce raccontava di avere visto Cecere sporca di sangue, poco dopo l’omicidio, nascondere qualcosa sotto la sella del motorino e scappare. Quello stesso motorino venne analizzato soltanto dopo la riapertura delle indagini nel 2021, quando ormai il materiale biologico era deteriorato, nonostante sul luogo del delitto fu subito repertato del dna femminile.
Nelle ultime repliche in aula, la scorsa settimana, accusa e difesa erano tornate a fronteggiarsi in maniera molto aspra. Da una parte la pm Gabriella Dotto che ha ribadito come Cecere avesse ucciso per un mix di gelosia e invidia nei confronti di Nada, perché voleva prendere il suo posto nell’ufficio e nel cuore di Soracco. L’ha descritta come “incapace di contenere la rabbia, di indole instabile, reattiva alle provocazioni”. Inoltre la pm ha sostenuto come la difesa non abbia mai portato “una ricostruzione alternativa, sappiamo bene che sul luogo del delitto potevano esserci solo Cecere e Soracco”.
Di parere opposto ovviamente gli avvocati Gabriella Martini e Giovanni Roffo, difensori di Annalucia Cecere, che non ha mai presenziato al processo: “Il quadro accusatorio – sostengono – è contraddittorio e intriso di forzature. Nulla colloca Cecere sul luogo del delitto quella mattina e il movente è fumoso“.