Nada Cella, dopo 30 anni c’è una condanna: 24 anni di carcere per Annalucia Cecere

  • Postato il 15 gennaio 2026
  • Cronaca Nera
  • Di Il Fatto Quotidiano
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Dopo trent’anni c’è una verità giudiziaria per l’omicidio di Nada Cella, segretaria uccisa a 25 anni nello studio di Chiavari in cui lavorava: il tribunale di Genova ha condannato a 24 anni Annalucia Cecere, insegnante di 57 anni che oggi vive a Cuneo. La corte, presieduta dal giudice Massimo Cusatti, ha condannato a due anni anche il datore di lavoro Marco Soracco, accusato di favoreggiamento. È la conclusione, almeno in primo grado di giudizio, di un mistero lungo trent’anni. Ma la sentenza di Genova ha un altro aspetto degno di nota: nell’epoca delle indagini scientifiche, questo processo può essere visto come la rivincita dell’inchiesta indiziaria vecchio stampo. L’imputata, che nel frattempo si era rifatta una vita lontana dal teatro del delitto, è stata infatti giudicata colpevole sulla base di molti elementi convergenti – testimonianze, riesame di vecchi indizi, intercettazioni dimenticate, piste abbandonate – ma senza la pistola fumante, e in particolare un test del Dna che collegasse la presunta assassina all’omicidio.

L’omicidio di Nada Cella nel 1996

Nada Cella viene trovata agonizzante il 6 maggio del 1996 a Chiavari, nello studio di commercialisti in cui lavorava. A trovare il corpo e a dare l’allarme, è il datore di lavoro, Marco Soracco, che nella primissima indagine rimarrà a lungo l’unico indagato, per poi essere prosciolto. Soracco trova la dipendente in un lago di sangue. Chiama i soccorsi e accenna a un malore. Nessuno, né i soccorritori, né la polizia, capisce immediatamente di essere di fronte a un crimine. Solo in ospedale, dove la giovane morirà, i medici escludo si possa essere trattato di un malore. Nel frattempo la scena del crimine è stata irrimediabilmente compromessa. La madre di Soracco, Marisa Bacchioni, ha ripulito il pavimento da tutte le tracce di sangue. E nello studio, in ogni caso, tutto è stato manipolato o toccato dai tanti intervenuti.

La svolta nel 2021

A lungo, questo delitto, è rimasto uno dei più noti omicidi insoluti italiani. Fino al 2021, quando c’è una svolta. Come in un romanzo, è una studentessa di criminologia, la biologa Antonella Pesce Delfino, ad accorgersi che qualcosa non va nella vecchia indagine. Delfino si convince che le indagini siano state viziate da quella che in gergo viene definita “visione a tunnel”: gli investigatori, impegnati a cercare di dimostrare la colpevolezza dell’unico sospettato, tralasciano le altre piste. Recupera il fascicolo e scopre una pista dimenticata, una verità sotto gli occhi degli inquirenti fin dall’inizio: i carabinieri avevano indagato una donna, che sarebbe stata una conoscente di Soracco: Annalucia Cecere.

I testimoni contro l’imputata

Due testimoni dicono di averla vista uscire dal palazzo, la mattina dell’omicidio: “Era agitata – secondo la passante Giuseppina Redatti – teneva la mano destra sporca di sangue in alto e si guardava intorno, sul dorso aveva una fasciatura”. La presenza di Cecere è confermata pubblicamente, su un quotidiano, dal suo avvocato Margherita Pantano: “Ha avuto la sventura di passare di lì”. E da un ex fidanzato, Rocco Amato: “Mi disse che era stata vista con la mano sporca di sangue”. I militari la perquisiscono e le trovano in casa dei bottoni molto particolari, simili a un bottone trovato accanto alla vittima. Cecere viene intercettata per soli 4 giorni, poi il pm Filippo Gebbia fa interrompere tutto, per non interferire nelle indagini su Soracco. La donna si trasferisce a Cuneo. Di lei non si saprà più niente per anni. Ma chi è Annalucia Cecere?

Chi è Annalucia Cecere

Alle spalle ha un passato difficile. Secondo alcuni testimoni, sentiti durante il processo, era invaghita, quasi ossessionata, da Soracco. Raccontano sia gelosa della sua giovane assistente, di cui avrebbe voluto prendere il posto. Per anni il commercialista e la madre fingono di non sapere chi sia quella donna. Ma un’intercettazione sembra suggerire il contrario. È il 26 maggio 2021, madre e figlio sono in caserma in attesa dell’interrogatorio: “Ma guarda un po’ quanto danno ci ha fatto quella donna, eh – dice lei – Quella Annalucia lì, che fastidio che ci ha dato”.

La chiamata dimenticata

Riavvolgendo il nastro, viene fuori una chiamata di Cecere a Soracco, anche questa incredibilmente dimenticata, subito dopo la perquisizione: “Non so chi mi ha diffamata (…) Se questo può farti sentire meglio, non sono mai stata innamorata di te. Mi fai schifo”. Per la pm Gabriella Dotto è il tono di una spasimante respinta. Ma la polizia in quel momento ignora chi sia Annalucia Cecere, non si parla con i carabinieri. Nell’agosto del 1996 Marisa Bacchioni, madre di Soracco, riceve una chiamata inquietante, che registra. Una donna, mai identificata, le rivela il nome della presunta assassina, Annalucia Cecere, che ha visto uscire dal portone “sporca di sangue”, mentre si “rifasciava la mano” e metteva “uno straccio nel motorino”.

La registrazione alla polizia

La donna fornisce anche un movente, “la gelosia”: “È matta, matta, matta, matta”, ripete quattro volte, “ce l’ha scritto in faccia che è una gran p…”. Bacchioni, inaspettatamente, mostra di sapere di chi si parla, e rivela a sua volta un dettaglio agghiacciante: “La sera stessa che è morta la Nada, lei ha telefonato a un’amica di mio figlio dicendo di dire a Marco se può dargli il posto di Nada”. Pochi giorni dopo è lo stesso Soracco a portare la registrazione di questa telefonata alla polizia, invitando però il commissario Francesco Navarra, in modo sorprendente per uno che è indagato per omicidio, a “non darle alcuna importanza”.

Il ruolo misterioso della curia

L’anonima sostiene di aver informato la Curia, attore che in questa storia ha un ruolo misterioso. Ecco cosa racconta Padre Lorenzo Zamparin, confessore di Marisa Bacchioni: “Mi disse che l’autrice dell’omicidio era una donna, che si era invaghita del figlio, con cui voleva sistemarsi. Qualcuno le aveva detto di mantenere il più assoluto riserbo sulla vicenda. Ritengo si riferisse ad altri prelati che frequentava”. C’era un segreto inconfessabile, si chiedono i pm, che legava Cecere alla Curia? Un altro prete, padre Anacleto, viene intercettato nel giugno del 1996: “Pensano che chiami quella che ha ammazzato Nada”.

L’ergastolano che accusò il compagno di cella

Nel 2001 un nuovo colpo di scena. La Procura di Chiavari riapre le indagini, i giornali parlano del possibile ruolo di una donna. Quattro giorni dopo un ergastolano racconta che il compagno di cella gli avrebbe confessato di aver ucciso Nada Cella. Il detenuto, condannato per omicidio e violenza sessuale, si chiama Luigi Cecere. Nessuno ha mai accertato (né smentito) se fosse imparentato con l’omonima indagata.

“Cella uccisa con un fermacarte o una pinzatrice”

Il pm e la parte civile, rappresentata dall’avvocato Sabrina Franzone, sono convinti di aver ricostruito la dinamica del delitto. Cella arriva in ufficio alle 7.50. Cella aveva ordine di “non passare telefonate della Cecere” (lo dice intercettata la Bacchioni), che si presenta in studio e per questo nasce una lite. Arrivano due telefonate di una cliente, Giuseppina Vaio, a cui risponderebbe la stessa Cecere: “Non dimenticherò mai quella voce”, ha raccontato Vaio. Quindi la Cecere colpirebbe la Cella, con un fermacarte e una pinzatrice. Il fermacarte viene trovato dalla polizia in un armadio, ripulito. Dopo la riapertura del caso è sparito. La pinzatrice non è stata mai trovata. Secondo una delle ricostruzioni sostenute dall’accusa, Soracco, indagato per favoreggiamento con la madre (fuori dal processo per motivi di salute), potrebbe aver trovato la Cecere sul luogo del delitto.

Le difese faranno appello

Una vicina riferisce di aver sentito un rubinetto scorrere a lungo, quindi una porta sbattere e una persona che fuggiva per le scale alle 9.01. I soccorsi vengono chiamati alle 9.15. Un quarto d’ora interminabile, in cui Nada agonizzava. Per la difesa il processo poggia sono tutte congetture e annuncia ricorsi in appello. Di certo, è una sfida investigativa nell’epoca delle indagini dominate dalla scienza. Per il tribunale di Genova ce né abbastanza per condannare la donna che per i magistrati è l’assassina. Anche senza una vera prova scientifica. Ed è un verdetto che riconosce anni di errori e omissioni da parte di chi aveva indagato.

Vale la pena di ricordare infine anche un altro fatto: dopo l’approvazione della riforma Cartabia, la giudice per le indagini preliminari Annamaria Nutini aveva archiviato il caso e prosciolto Cecere, sulla base della nuova norma, che impone già in fase preliminare una valutazione probabilistica sulla possibilità che un imputato possa essere condannato. Quella valutazione era poi stata ribaltata in sede di Riesame, ma l’esito del processo è indicativo di come la riforma approvata dall’ex ministro abbia reso assai difficile la celebrazione di processi indiziari. Procedimenti che, se lasciati discutere in dibattimento, potrebbero portare a esiti non sempre prevedibili.

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