Morte di David Rossi, pista della ‘ndrangheta tra Siena, Viadana e Cutro
- Postato il 7 marzo 2026
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Il Quotidiano del Sud
Morte di David Rossi, pista della ‘ndrangheta tra Siena, Viadana e Cutro

La Relazione della Commissione d’inchiesta sulla morte di Rossi, ex capo comunicazione MPS, e il triangolo Siena-Viadana-Cutro
CUTRO – Porta alla ‘ndrangheta di matrice cutrese una delle piste seguite dalla Commissione d’inchiesta sulla morte di David Rossi, l’ex capo comunicazione di MPS precipitato da una finestra della sede centrale di Siena 13 anni fa. Un caso archiviato due volte tra le proteste della famiglia Rossi. La Relazione intermedia della Commissione, presentata nella città toscana nell’anniversario della morte, dedica un’ampia sezione proprio ai legami con la ‘ndrangheta. Sebbene sia un documento d’inchiesta, i risultati raccolti indicano che la pista della ‘ndrangheta è considerata centrale e meritevole di ulteriori approfondimenti giudiziari. Lo scenario più credibile è che Rossi sarebbe stato picchiato, appeso nel vuoto e lasciato cadere. Le lesioni al volto, secondo i consulenti della Commissione, sarebbero incompatibili con la caduta.
IL CONTO IN BANCA A VIADANA
Il legame con la cosca Grande Aracri di Cutro emerge poiché la relazione cita la sentenza “Grimilde”, che focalizza l’operatività della super associazione mafiosa nella fase successiva alla più vasta operazione “Aemilia”, da cui scaturì il più grosso processo contro le mafie in Nord Italia. Da uno dei capi d’imputazione contestato a Salvatore Grande Aracri, nipote del boss ergastolano Nicolino Grande Aracri, emerge come presso una filiale bancaria a Viadana, nel Mantovano, fosse attivo un conto corrente da lui utilizzato e intestato a un prestanome. L’attribuzione fittizia del conto risale al 2017, stando al capo d’accusa.
LA SQUADRA DI RUGBY
Un indizio porta proprio a Viadana. La sera della sua morte, sul cellulare di Rossi fu rinvenuto un numero di telefono, 4099009, forse relativo a un deposito presso una filiale di Viadana della Banca Popolare di Puglia e Basilicata. Viadana, come ha sottolineato il giornalista Nicola Borzi, audito dalla Commissione, non è una località estranea alle vicende del MPS. Infatti, Rossi era il vertice di tutta l’attività di comunicazione attraverso la raccolta pubblicitaria e la pubblicità istituzionale della banca, nonché il responsabile delle sponsorizzazioni. Proprio a Viadana il MPS aveva sponsorizzato una squadra di rugby di serie A.
Il dossier rammenta le rivelazioni del pentito Salvatore Muto secondo cui la cosca Grande Aracri eseguiva operazioni di riciclaggio in provincia di Siena fin dal 2007. A Siena è attualmente in corso un processo sull’acquisto di una tenuta per svariati milioni di euro, operazione sempre riconducibile a interessi della ‘ndrangheta cutrese.
LA FIGURA DI ANTONIO MUTO
La relazione, inoltre, analizza specificamente la figura di un certo Antonio Muto, emersa da alcuni servizi giornalistici a proposito di una misteriosa valigetta contenente denaro consegnata a Rossi. Se ne parla anche nel corso di una missione a Crotone della Commissione parlamentare antimafia. In quella sede, l’ex comandante provinciale dei carabinieri, il colonnello Gabriele Mambor, fece riferimento ad Antonio Muto, di 55 anni. Ricordando le risultanze dell’inchiesta Kyterion, il colonnello evidenziò che nella tavernetta del boss Grande Aracri, per mesi sottoposta a intercettazioni, confluiva un’umanità varia. L’ufficiale riteneva pertanto «opportuno» che l’autorità giudiziaria che procedeva per la morte di David Rossi chiedesse un collegamento con la Dda di Catanzaro che aveva in mano il corposo fascicolo sulla cosca Grande Aracri.
IL MISTERIOSO INCONTRO
Ma è soprattutto l’avvocato Luca Goracci, legale dei Rossi, a soffermarsi su Muto, descritto come “imprenditore del Mantovano”. «Mi racconta di avere conosciuto Davide Rossi e che il 6 marzo 2013 aveva un appuntamento con lui alle ore 18». Stando alle dichiarazioni dell’avvocato, raccolte dalla Commissione, l’uomo sarebbe giunto a tre, forse quattro mesi di distanza da un corpo che aveva notato a terra. «L’uomo mi riferisce che, proprio in quel momento, viene aggredito alle spalle da quattro individui», aggiunge il legale. Ne nasce una colluttazione. Muto riesce a divincolarsi, dando dei calci ad uno degli aggressori e a fuggire. Sempre secondo la versione del sedicente Muto, «questi uomini erano armati». Inoltre, «era partito un colpo di pistola». Anche se nei rapporti investigativi dell’epoca non si parla di spari.
DAVID ROSSI TEMEVA
Goracci mette in rapporto l’episodio con il fatto che Rossi gli disse di aver accompagnato allo IOR un certo “Fonzie”. In effetti, Muto portava la brillantina sui capelli come il protagonista di Happy Days. Il legale precisò che il sedicente Muto non gli spiegò il motivo dell’appuntamento con Rossi. E che dalla posta elettronica del defunto non risultava l’appuntamento. Chissà se è una testimonianza da mettere in rapporto con quella di Ranieri Rossi, fratello di David Rossi. “Mi disse: Ho fatto una cazzata, un amico mi ha tradito”. Il teste audito dalla Commissione ricordava così l’ultimo incontro con il fratello, avvenuto poche ore prima della tragedia.
La Commissione non solo conferma l’esistenza di interessi della ‘ndrangheta nel Senese nello stesso periodo della morte di Rossi, ma sta acquisendo i fascicoli processuali per verificare eventuali ulteriori corrispondenze tra queste attività criminali e le vicende legate a MPS.
I BANCOMAT DELLE COSCHE
C’è da dire, al di là delle carte prese in considerazione dalla Commissione, che un altro pentito della cosca cutrese, Salvatore Cortese, ha parlato di connivenze di direttori di banca di Viadana e Gualtieri. Il patrimonio conoscitivo di Cortese però si ferma al 2008, data dell’inizio della collaborazione con la giustizia. Ma le sue rivelazioni sono indicative della pratica dei reati fiscali tramite false fatturazioni e delle reti di collusione tra Emilia e Bassa Lombarda. Gli imprenditori di riferimento del clan, da Cortese definiti “bancomat” delle cosche, andavano a cena con i direttori delle filiali.
DIRETTORI DI BANCA A CENA COL CLAN
«Pino Giglio (anche lui oggi collaboratore di giustizia, ndr) mi fece conoscere un direttore della ban¬ca di Viadana, proprio il direttore. Lo chiama al telefono, “preparami 100.000 euro”. Vanno e si prendono 100.000 euro. Proprio sono intimi, li portano anche nei locali. Vanno a mangiare insieme e tutto, hanno parecchi direttori loro perché hanno un grosso giro d’affari ormai». Cortese ha parlato diffusamente, nel corso del processo Aemilia, della penetrazione della cosca nel tessuto economico di una delle aree più produttive del Paese.
“VIADANA IN MANO NOSTRA”
Ma Viadana è un crocevia di interessi ‘ndranghetisti. «Viadana è in mano nostra», diceva un esponente delle cosche di Isola capo Rizzuto durante una conversazione intercettata nell’ambito dell’inchiesta Pandora, condotta dalla Dda di Catanzaro e dalla Squadra Mobile di Crotone nel 2009. Un’intercettazione che, per la sua genuinità, fece scuola nell’ambito degli accertamenti sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta al Nord.
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