Moggi sulla crisi del calcio rievoca Calciopoli: nessuno pensi ad Abete per la FIGC
- Postato il 10 aprile 2026
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- Di Quotidiano Piemontese
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TORINO – Nel dibattito sulla crisi del calcio italiano e sulla governance della FIGC torna a ruggire Luciano Moggi, ex dirigente della Juventus, che rilancia una lettura fortemente critica delle dinamiche che hanno coinvolto il sistema calcistico negli ultimi vent’anni, con un riferimento diretto all’epoca di Calciopoli e alle sue conseguenze.
Secondo Moggi, l’attuale stato di difficoltà del calcio italiano — culminato, a suo avviso, nelle recenti mancate qualificazioni ai Mondiali e in un progressivo impoverimento del livello competitivo del campionato — affonderebbe le radici proprio nelle decisioni prese nel 2006 e nella gestione successiva della Federazione Italiana Giuoco Calcio.
Il nodo Calciopoli secondo Moggi
Nel suo intervento, Moggi torna sul caso Calciopoli, sostenendo che l’impianto accusatorio che portò alle sanzioni sportive nei confronti della Juventus e di alcuni suoi dirigenti sarebbe stato costruito su interpretazioni forzate e su prove, a suo dire, manipolate o mal interpretate.
In particolare, l’ex dirigente bianconero contesta l’operato dei vetici FIGC dell’epoca, citando la costruzione giuridica del cosiddetto “reato a consumazione anticipata”, che — secondo la sua ricostruzione — sarebbe stata utilizzata per colmare la mancanza di riscontri concreti. Moggi afferma inoltre che alcune prove sarebbero state alterate nella loro rappresentazione, come nel caso del sorteggio arbitrale, che secondo la sua versione fu ritenuto regolare anche in sede giudiziaria, nonostante le tesi dell’accusa.
Un altro punto centrale del suo intervento riguarda l’episodio dell’arbitro Paparesta negli spogliatoi di Reggio Calabria, vicenda che Moggi definisce fraintesa e successivamente smentita, ma che avrebbe comunque contribuito alla costruzione del quadro accusatorio.
Le accuse alla FIGC e la radiazione dei dirigenti
Il passaggio più politico del discorso riguarda la gestione della FIGC dell’epoca, protagonisti Franco Carraro, Guido Rossi e Giancarlo Abete, a cui Moggi attribuisce la responsabilità delle decisioni più drastiche prese nei confronti dei dirigenti della Juventus.
Secondo la sua ricostruzione, le radiazioni sarebbero avvenute nonostante, a suo dire, mancanza di prove di illeciti sportivi tali da giustificare sanzioni così pesanti. Moggi sottolinea come, sempre secondo la sua interpretazione, non sarebbero emerse partite alterate e che lo stesso campionato successivo alle indagini non avrebbe confermato l’impianto accusatorio iniziale.
Il collegamento con il declino del calcio italiano
Uno dei passaggi più forti dell’intervento è il collegamento diretto tra Calciopoli e il declino del calcio italiano. Moggi sostiene che la stagione 2006, culminata con la vittoria della Nazionale ai Mondiali di Berlino, rappresentasse il punto più alto del movimento calcistico italiano, con una Serie A competitiva e ricca di talenti.
Da quel momento, secondo la sua lettura, si sarebbe innescato un lento declino che ha portato il calcio italiano a perdere centralità internazionale, fino alle difficoltà più recenti della Nazionale nel qualificarsi ai tornei mondiali.
In questa narrazione, la frammentazione dirigenziale e le successive gestioni della Federazione vengono indicate come elementi determinanti del deterioramento del sistema.
Critica alla governance della FIGC
L’intervento si spinge poi su un piano strettamente politico-sportivo, con un attacco alla struttura dei poteri interni alla FIGC. Moggi critica il sistema di rappresentanza federale, ritenuto sbilanciato a favore di alcune componenti del calcio dilettantistico e delle leghe minori rispetto al peso del calcio professionistico, che — secondo la sua tesi — sostiene economicamente l’intero sistema.
Viene inoltre espresso un giudizio negativo sulla continuità gestionale tra diverse presidenze federali, in particolare quelle di Giancarlo Abete e Gabriele Gravina, accusate di non aver prodotto un reale rinnovamento e di aver mantenuto, secondo Moggi, equilibri di potere invariati nel tempo.
La richiesta di un nuovo commissariamento
La conclusione dell’intervento è una richiesta netta: un nuovo commissariamento della FIGC. Moggi richiama l’esperienza del 2006, sostenendo che un intervento esterno possa essere necessario per “riordinare” il sistema calcistico italiano e sottrarlo, a suo giudizio, a logiche di potere consolidate.
L’ex dirigente paragona la situazione attuale a quella del periodo immediatamente successivo a Calciopoli, affermando che allora il commissariamento fu utilizzato per riformare il calcio, mentre oggi — sempre secondo la sua visione — sarebbe nuovamente necessario per restituire credibilità e funzionalità all’intero movimento.
Una polemica destinata a riaccendersi
Le parole di Moggi si inseriscono in un dibattito mai del tutto sopito sul caso Calciopoli e sulle sue conseguenze, che ancora oggi divide profondamente l’opinione pubblica sportiva italiana.
Da un lato chi considera quelle decisioni un passaggio necessario per la trasparenza del sistema, dall’altro chi, come Moggi, ritiene che abbiano rappresentato una frattura profonda da cui il calcio italiano non si sarebbe più ripreso.
Un confronto che, a distanza di quasi vent’anni, continua a riemergere ogni volta che si parla di riforme, crisi del movimento e futuro della governance del calcio italiano.
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