Mettere l’AI in un’audiocassetta. La sound artist e il produttore musicale spiegano come
- Postato il 7 gennaio 2026
- Musica
- Di Artribune
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In un momento storico così frenetico come quello attuale, fatto di corse affannose all’ultima tendenza del momento, c’è ancora chi per fortuna va controcorrente sfruttando le tecnologie odierne per invitare a una fruizione decisamente più intima e contemplativa della musica. È questo il caso di Seti non tael tene, l’ultimo disco dal sapore noise/drone firmato a quattro mani dalla sound artist Ramona Ponzini e dal padrino dell’industrial Made in Italy Maurizio Bianchi.
Chi è Maurizio Bianchi
Considerato il pioniere della musica elettronica nostrana, Maurizio Bianchi (Pomponesco, 1955) è un autore imprescindibile della sperimentazione, nonché della cultura musicale contemporanea. Dagli esordi sul finire degli Anni ’70 in poi sono, infatti, tantissime le produzioni a suo nome che attestano una dedizione viscerale nell’ampliare il più possibile la fruizione dell’esperienza sonora: un’attitudine rintracciabile anche nella sua attività di critico e contributor per diversi magazine di settore. Una mente vulcanica che nonostante alcune battute d’arresto ha dato vita a una carriera notevole fatta anche di importanti collaborazioni con numerosi esploratori del suono quali Siegmar Fricke, Nobu Kasahara, Hitoshi Kojo, e Patrizia Oliva. Giusto per citarne alcuni.

Chi è Ramona Ponzini
All’interno del particolarissimo percorso di Bianchi – fatto di rumori, rarefazioni uditive e contemplazioni religiose – non poteva che inserirsi anche la poetica di Ramona Ponzini. Artista e iamatologa di base a Torino, Ponzini fonde insieme la potenza espressiva della voce con la filosofia zen dando vita a performance intense spesso ospitate in importanti istituzioni museali come il Castello di Rivoli, il MACRO di Roma e il MAXXI L’Aquila.

Intervista a Ramona Ponzini e Maurizio Bianchi
Partiamo dall’inizio: com’è avvenuta la decisione di fare un album insieme, e quali sono stati quegli elementi – tra sintonie e divergenze – che vi hanno portato a un risultato simile?
MB: Il tutto è scaturito spontaneamente dalla sinergia dei nostri obiettivi artistici, proiettati verso la sublimazione del suono inteso come espressione dell’io più recondito. Quando ho proposto a Ramona il desiderio di intersecare i nostri cammini ho subito incontrato il suo pieno consenso. Le nostre differenze non hanno mai creato distanze: sono diventate parte del dialogo e si sono fuse naturalmente grazie a un’intesa immediata.
Il disco si intitola “Seti non tael tene”, cosa significa? Qual è il concept?
RP: Seti non tael tene è l’anagramma di Tensione latente, uno dei pezzi dell’album. Il testo del brano è costituito da anagrammi di nostri dialoghi. Utilizzare questa forma di trasformazione lessicale rappresenta un omaggio a Maurizio, che sovente ne ha fatto uso nella sua discografia. Per chi volesse tentare di decifrarli, nel libretto interno alla versione in cassetta pubblicata da Tocca Il Futuro c’è la trascrizione.
MB: Come già illustrato da Ramona, nelle prefazioni e postfazioni a numerosi miei lavori ho voluto utilizzare una forma di scrittura incisiva e nebulosa allo stesso tempo, cosicché il fruitore del messaggio potesse essere indotto a elaborare il costrutto in sintonia con le emozioni immediate trasmesse in via istantanea dall’ascolto.
“Language is a virus from outer space”, diceva William S. Burroughs. Fra l’utilizzo di cut-ups, anagrammi, e parole difficili da comprendere, sembra che il linguaggio sia il filo conduttore del disco. È così?
RP: Il linguaggio è la lente attraverso cui leggiamo e trasformiamo il mondo. Volevamo passasse questo concetto. Nello specifico, su invito di Maurizio ho focalizzato il mio contributo sulla voce e sul testo poetico, approccio che ha caratterizzato tutta la mia prima produzione musicale con il progetto Painting Petals On Planet Ghost. Sono laureata in lingue orientali e il giapponese è da sempre la mia lingua espressiva d’elezione.
Il lavoro si snoda tra ipnotiche stratificazioni sonore e campionamenti dal sapore onirico che attingono tanto dal cinema quanto dalla letteratura. Da dove provengono le parti recitate? Cosa state cercando di dirci?
RP: In omaggio a Maurizio e al suo credo, ho deciso di utilizzare testi biblici, Il Cantico dei Cantici e l’Apocalisse, che ho mescolato ai Sette Sermoni ai Morti di Jung, excursus mistico più vicino alla mia sensibilità. Ho inoltre campionato brevi dialoghi tratti da Ecco l’impero dei sensi di Nagisa Ōshima, e da Teorema di Pier Paolo Pasolini: ideali luoghi di convergenza tra il mio approccio laico alla figura del rivoluzionario e la lettura più religiosa di Maurizio.
In un’epoca dove la fruizione della musica è ormai diventata estremamente rapida, per non dire superficiale, perché continuare a produrre materiale di un certo tipo? Cosa vi auspicate che arrivi all’ascoltatore di “Seti non tael tene”?
MB: Oggigiorno la musica viene divorata e dimenticata con la stessa rapidità. Io e Ramona sentiamo il desiderio di andare in direzione opposta. Siamo affini nella spinta anticonformista, e questo ha dato forma al disco. Vorremmo che chi lo ascolta, sentisse il bisogno di rallentare e di lasciarsi toccare da ciò che il suono può evocare quando gli si concede tempo.
Una cosa che colpisce molto è il contrasto che si viene a creare tra la forma anacronistico-analogica dell’audiocassetta e l’inserimento di parti audio realizzate con l’AI. Come mai questa scelta?
RP: L’analogico è il respiro, il corpo. L’AI è l’eco di qualcosa che non ha volto. Volevamo far convivere questi due mondi perché il nostro lavoro nasce proprio da quella crepa: ciò che è vivo e ciò che è costruito, ciò che ci sfugge e ciò che cerchiamo di controllare. La cassetta scalda, l’AI distanzia.
Quale sarebbe il luogo ideale per un ascolto dal vivo del disco? Cosa ne pensate dei concerti nelle gallerie o negli spazi deputati all’arte?
MB: Per me il “vero” ascolto dal vivo nasce in uno spazio raccolto, quasi domestico, dove ci si può concentrare sul suono senza distrazioni. Non ho mai cercato l’esperienza di palco in senso tradizionale, e forse anche per questo immagino il live come un momento intimo in cui l’ascoltatore può entrare in contatto con le emozioni del primo ascolto e con quello che la musica può evocare.
RP: Le gallerie hanno un’identità visiva e spaziale che inevitabilmente interagirebbe con quello che portiamo. Suonare lì significherebbe accettare che il luogo diventi parte della composizione. È una sfida, ma anche un’opportunità per far emergere aspetti del lavoro che in un club o in un teatro probabilmente non apparirebbero.
Valerio Veneruso
L’articolo "Mettere l’AI in un’audiocassetta. La sound artist e il produttore musicale spiegano come" è apparso per la prima volta su Artribune®.