Memoria e Ricordo

  • Postato il 4 marzo 2026
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  • Di Il Vostro Giornale
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Generico marzo 2026

“Le cose si scoprono attraverso i ricordi che se ne hanno. Ricordare una cosa significa vederla – ora soltanto – per la prima volta” scrive Cesare Pavese ne Il mestiere di vivere, la sua opera postuma dai chiari caratteri diaristici e introspettivi, un vero e proprio dialogo interiore che riporta al Secretum petrarchesco e allo Zibaldone di Leopardi. Non ci addentriamo nella complessa e sofferta psicologia dello scrittore, ma ci occupiamo del ruolo gneoseologico della memoria e del ricordo. Intanto è evidente che i due termini non sono sinonimi e vanno a individuare due ambiti prossimi eppure profondamete distanti. Come ci insegna Alexandre Dumas padre, se non ricordo male ne Il Conte di Montecristo, la memoria è alla base dell’erudizione e solo con la filosofia si perviene alla vera conoscenza. Questa tesi acquisisce una particolare valenza se applicata alla conoscenza di noi stessi, infatti, la memoria che potremmo definire storico collettiva, si intreccia con un intricato percorso, inevitabilmente sovra individuale, che seleziona i dati di memoria prima di consentirne la registrazione documentale. Sarebbe estremamente complesso indagare questo tragitto, ricercarne le volontà all’origine delle varie censure, gli intenti pedagogici o manipolatori, la fondazione di verità storiche che tali divengono nella memoria collettiva, le reciproche interazioni tra cultura accademica e cultura popolare, le responsabilità attribuibili agli storici di professione e quelle imputabili alla tacita connivenza collettiva; potrei proseguire ma credo sia chiaro il senso della questione che, in questo contesto, lasciamo per ora a margine della riflessione. Proviamo, anche se l’argomento fa tremar le vene e i polsi, a limitare la riflessione alla memoria individuale. Per prima cosa precisiamo che, anche se lo definiamo individuale, è impossibile ipotizzare che un tale ricordo sia del tutto autonomo dal contesto socio culturale che lo ha reso possibile, sia al momento della sua memorizzazione, che all’atto del ricordare. Precisiamo, a questo punto, che la memoria è il “luogo-contenitore dei possibili ricordi”, mentre il ricordo è l’evento attivo con il quale il soggetto porta alla sua memoria presente ciò che era collocato, incosapevolmente fino a quel momento, nel deposito mnestico.

L’atto del ricordare presuppone una dimenticanza e, una volta presa coscienza del fatto, la volontà di recuperare ciò che si era scordato. Sembra pleonastico precisarlo, ma, senza la consapevolezza di non avere ricordo di un evento, non sarebbe possibile deliberatamente, con un atto di volontà, andarlo a recuperare tra la polvere degli scaffali mnestici, sploverarlo, e già questo è un presentificare, e ri-vederlo nella sua nuova verità presente. È in questo senso che va intesa l’espressione di Pavese “vedere per la prima volta”; in effetti ogni ricordo è un dato di memoria rivisitato dalla coscienza presente del soggetto che, inevitabilmente, si è trasformata nel tempo, ha un vissuto diverso che la sostiene e la determina, un contesto esistenziale fatto di persone, eventi, contingenze, in perenne dinamica. Per tornare ancora una volta ai versi del Poeta, “la mente che non erra”, invocata nel secondo canto dell’Inferno, dovrebbe essere la memoria, il bazar dei ricordi, che dovrebbero essere sempre veri, immutabili, certi, potremmo dire “geometrici”, ma tali potrebbero essere solo se abbandonati tra gli schedari, senza che nessuno li consultasse mai, insomma, morti e inutili. Personalmente credo che il loro “valore di verità”, la loro presunta oggettività, sia assolutamente opinabile. All’ingresso del deposito della memoria è sempre presente un custode, che è un nostro parente stretto, figlio del nostro divenire e dell’ambito nel quale si evolve, disceto e severo censore e ordinatore dell’intero materiale che riceve, silenzioso sitematore delle notizie di noi, delle nostre esperienze, anche di quelle delle quali nemmeno abbiamo coscienza nell’atto stesso dell’esperienza. Come in questo momento, chi mi legge ha consapevolezza delle righe che osserva, dei pensieri che ne scaturiscono in lui, ma il suo ”custode personale” sta accogliendo anche il vociare della strada, il profumo di mimosa, il prurito appena impercettibile all’alluce, dati dei quali il lettore, specie se inerpicatosi in impervie riflessioni, non ha alcuna coscienza.

Il nostro personale censore, dagli occhi stranamente familiari, non ha memoria di quanto ha raccolto, è solo un esecutore irresponsabile, a nostra richiesta consente l’accesso ai suoi schedari e noi, il noi che siamo in quel preciso momento e quello che stiamo divenendo rivisitando gli atti raccolti e restituitici dal custode, siamo gli autori del ricordo. I nostri occhi, le nostre mani, il nostro cuore, non sono gli stessi dell’io che ha consegnato i documenti al custode, inevitabilmente nemmeno lui! Quale distanza tra la memoria umana e quella di un computer, la memoria umana è stratificata, selettiva presentificante e dinamica, la memoria del computer è infinitamente più ampia, assiologicamente orfana, non crea storia, paradossalmente non diviene e non è nel tempo, tutto permane in un eterno presente astorico e, pertanto, inumano. È uguale per tutti e questo non è un vantaggio, è alla base dell’inganno dell’oggettività. La memoria umana non è solo archivistica, il perenne divenire del ricordo, e pertanto del documento mnemonico che perennemente si presentifica e si dimentica in attesa della prossima visita, determina il nostro essere nel mondo. La reciproca interazione tra memoria e ricordo innerva la nostra narrazione di noi a noi stessi e, di conseguenza, il nostro pensiero e il nostro presente pensare. Noi rispondiamo alle domande che ci precedono all’interno del magazzino mnestico che abbiamo costantemente arricchito di dati sin da quando nemmeno pensavamo di poter avere ricordi, eppure è sempre a questi che riandiamo per poter pensarci e scegliere, decidere, definire i nostri valori e la nostra direzione nel mondo.

Oscar Wilde sosteneva che ognuno è il diario che porta sempre con sè ma, se vogliamo utilizzare la sua metafora, sarebbe opportuno precisare che noi siamo quelli che hanno scritto e scrivono i propri appunti sulle pagine del diario, senza averne potuto scegliere le dimensioni o il numero delle pagine, il colore delle stesse e del mezzo con il quale appuntiamo ciò che crediamo ne valga la pena, ma, soprattutto, siamo i lettori delle stesse righe che rendiamo diverse a ogni visita. Siamo quelli che provano a cancellare, senza mai riuscirci davvero, qualche notazione che fa male a ogni rilettura, siamo quelli che riescono a non visitare più un enorme numero di pagine poichè, più o meno deliberatamente, dimenticate; siamo quelli che si stupiscono di notazioni così aliene da sembrarci stilate da estranei; e poi, d’un tratto, ecco alcune parole che sfuggono dalle pagine, ci tornano a visitare, si presentificano profumi e sguardi, lacrime e sussulti, sorrisi e nostalgie. Visitati dal ricordo ci scopriamo intrisi di memorie sopite, ci consentiamo alla malinconia, prendiamo coscienza che ciò che è stato sopravvive solo grazie al nostro coraggio di renderlo vivo in noi, e così ci incontriamo, ci narriamo a noi stessi, ci ri-conosciamo in ciò che, nel momento in cui lo rendiamo presente, concepiamo come passato, ci indichiamo il come e il dove direzionare il nostro futuro cammino e poi, senza lasciare che qualcuno ci veda, raccogliamo una lacrima per ciò che è scivolato tra le dita e non siamo riusciti a trattenere, per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato, per ciò che abbiamo patito e permane, come corrucciata cicatrice, a un passo dal cuore, ma sappiamo amare anche quel dolore, quell’ingiustizia, quell’errore. Ritornano ai nostri sensi, così antiche e così nuove, le cadute di allora, la fatica di riprendere il cammino, le mani che ci hanno aiutato a rialzarci, quelle che hanno provato ad atterrarci, quelle che non abbiamo stretto e quelle che ci hanno abbandonati. Infine di nuovo qui, nell’unico tempo di cui siamo capaci, ma ricchi della nostra storia e protesi alle prossime pagine.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì. Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero. Clicca qui per leggere tutti gli articoli.

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Il Vostro Giornale

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