Meloni dopo il ko nelle urne vuole rilanciare l’agenda economica: imprese, energia e Piano casa. Allarme Def
- Postato il 25 marzo 2026
- Di Il Foglio
- 1 Visualizzazioni
Meloni dopo il ko nelle urne vuole rilanciare l’agenda economica: imprese, energia e Piano casa. Allarme Def
Visto che l’hanno accusata di aver perso per gli effetti della guerra scatenata dall’(ex) amico Trump, ora lei vuole buttarsi a capofitto sull’economia. Giorgia Meloni l’ha lasciato intuire quando, riconoscendo la sconfitta al referendum sulla giustizia, ha aggiunto di voler “completare il lavoro”. Per questo vuole usare quest’ultimo anno di governo e di legislatura per mettere al centro interventi di politica economica. Solo che i margini di manovra, lo sa bene il ministro Giorgetti, sono più che risicati, come si leggerà nel Def.
Domani dovrebbe tenersi un Consiglio dei ministri in cui verranno licenziate alcune misure attese da settimane dalle imprese come l’estensione dell’iperammortamento anche alle aziende che producono beni fuori dall’Ue. Ma il grosso deriverà da un nuovo intervento sui carburanti, dopo la prima scadenza del 7 aprile. Ironia vuole che esattamente in quei giorni, il governo dovrà abbassare le stime di crescita per il 2026 contenute nel Documento di economia e finanza. La settimana dopo Pasqua, tra il 9 e il 10, infatti, il ministero dell’Economia renderà note, presentando il nuovo Documento di economia e finanza, le stime di crescita per l’anno corrente: dallo 0,7 stimato fonti di governo confessano si possa scendere a uno 0,5 per cento. E’ un elemento di apprensione, in vari ministeri, perché già per trovare le risorse dalla durata temporanea per affrontare il caro carburanti s’è dovuto tagliare tra le spese ministeriali (che hanno colpito soprattutto il dicastero della Sanità, con il ministro Schillaci non particolarmente felice della scelta). Nel week-end si era iniziato ad avvertire qualche effetto del taglio delle accise licenziato la scorsa settimana, con i prezzi del diesel che erano scesi per la prima volta sotto i 2 euro al litro. Eppure ieri, come certificato dal ministero delle Imprese, quella soglia è stata valicata di nuovo (il prezzo medio al litro, sempre del diesel, era di 2,02 euro). Per questo, per adesso, si predica calma, ma un nuovo intervento è dato per scontato. “E’ una decisione che spetta al Mimit”, ha detto ieri il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, ributtando la palla dalle parti di Urso. Solo che il ministro delle Imprese, come ha spiegato anche in Parlamento, giudica inefficace la riduzione delle accise e preferirebbe il rifinanziamento della social card per andare incontro alle famiglie meno abbienti. Ma si valutano anche ulteriori crediti di imposta per l’acquisto di carburanti (oltre a quelli già predisposti per gli autotrasportatori e per il settore ittico).
In questo quadro già periclitante s’inserisce la battaglia che vuole intestarsi Matteo Salvini: un aumento generalizzato dei prelievi sugli extraprofitti delle imprese energetiche che il vicepremier la scorsa settimana aveva definito “extrema ratio” e che però adesso, alla luce dei nuovi rialzi, sarà cavalcato dalla Lega. Nelle prossime ore, infatti, Salvini tornerà a incontrare le società petrolifere e potrebbe mettere sul tavolo anche un prelievo straordinario per finanziare le nuove misure. Così come, cambiando dossier, il segretario della Lega, dopo i mille rinvii dell’intervento, vorrà passare all’incasso del famigerato Piano casa. Una prima tranche da circa un miliardo di euro era bell’e pronta per essere portata in Cdm, lo scorso 10 marzo. Poi però il governo ha preferito dirottare i fondi sui prezzi dei carburanti e quella misura è stata congelata (con tanto di Cdm cancellato via chat dal sottosegretario Mantovano. Inutile dire che il Carroccio non gradì).
Come detto la prima misura sarà il decreto fiscale, anch’esso originariamente fissato per lo scorso 10 marzo e anch’esso slittato. Nel decreto verrà inserita una modifica al decreto per le imprese (Transizione 5.0) che istituisce un iperammortamento del 180 per cento sugli investimenti per le aziende, in modo che alla deduzione possa avere accesso anche chi produce beni extra Ue. Ma anche sul finanziamento di Transizione 5.0 ci sono interrogativi: solo una volta ultimati i decreti attuativi e fatti scadere i termini si capirà se i fondi (attualmente 3,5 miliardi di euro) sono sufficienti a soddisfare la platea di imprese che hanno fatto domanda. E non è affatto escluso che la valutazione finale sia di rifinanziare la misura, per esempio attingendo alla conversione di fondi non utilizzati dal Pnrr (fino a un massimo di un miliardo di euro).
Quando s’era trattato di abbassare le accise, Salvini aveva riconosciuto non solo in privato, ma anche pubblicamente, che gran parte del merito fosse di Giorgetti: “Ha fatto un gran lavoro”. Lo stesso titolare del Mef che però, adesso, teme l’assalto alla diligenza. E invita a non farsi prendere troppo dalla smania di “scassare i conti”. A partire dal segretario del suo partito.
Continua a leggere...