Massoneria a Messina, lo scontro che arriva in Procura

  • Postato il 15 gennaio 2026
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  • Di Paese Italia Press
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Messina, 15 gen. 2026 – Negli ultimi giorni la massoneria messinese è tornata al centro dell’attenzione pubblica e giudiziaria in seguito a una denuncia depositata alla Procura della Repubblica di Messina da un noto professionista locale, legato da tempo alle logge: il notaio Silverio Magno. La vicenda ha rapidamente assunto una rilevanza che va oltre l’ambito cittadino, inserendosi in un contesto più ampio di tensioni e conflitti interni al Grande Oriente d’Italia, la principale obbedienza massonica del Paese.

Silverio Magno, figura conosciuta a livello nazionale all’interno del Grande Oriente d’Italia e più volte protagonista della vita interna dell’organizzazione, è stato recentemente espulso a seguito di un procedimento disciplinare interno. L’espulsione è arrivata al termine di un iter che, nel linguaggio massonico, viene definito “tavola d’accusa”, e che avrebbe riguardato comportamenti e prese di posizione ritenute incompatibili con le regole dell’obbedienza. Secondo la versione fornita da Magno e riportata da diverse testate giornalistiche, la misura disciplinare non sarebbe stata il frutto di violazioni sostanziali, ma piuttosto la conseguenza di uno scontro politico e associativo interno, legato alle sue critiche verso la dirigenza e verso alcune dinamiche di gestione del potere all’interno delle logge.

Dopo l’espulsione, Magno ha deciso di rivolgersi alla magistratura ordinaria presentando un esposto formale alla Procura di Messina. Nella denuncia vengono ipotizzati diversi reati, tra cui stalking, diffamazione e violazione della corrispondenza. Il notaio sostiene di essere stato oggetto di una campagna persecutoria portata avanti attraverso messaggi, comunicazioni private e chat interne, con toni offensivi e intimidatori, alcuni dei quali sarebbero arrivati anche su indirizzi professionali, incidendo sulla sua reputazione personale e lavorativa. L’inchiesta giudiziaria, al momento, si trova nelle fasi iniziali e non risultano iscrizioni eccellenti nel registro degli indagati, ma l’attenzione mediatica è già alta.

La vicenda non riguarda solo il singolo caso personale. Dopo l’espulsione di Magno, la loggia messinese “La Ragione n. 333”, alla quale egli apparteneva, avrebbe deciso di sospendere il proprio rapporto con il Grande Oriente d’Italia, trasformandosi in una loggia autonoma di San Giovanni, cioè non più riconosciuta formalmente da una grande obbedienza. Questa scelta rappresenta un atto significativo, perché segnala una frattura profonda tra una parte della massoneria locale e la dirigenza nazionale del Goi, e testimonia come il conflitto abbia avuto ripercussioni concrete sull’assetto organizzativo delle logge a Messina.
Secondo quanto riportato dalle cronache, il caso messinese si inserisce in un periodo particolarmente delicato per la massoneria italiana, caratterizzato da forti contrapposizioni interne, competizioni per il rinnovo delle cariche apicali e dibattiti accesi sul tema della trasparenza. In questo contesto, Magno si è presentato come sostenitore di una linea più rigorosa e severa nei controlli interni, soprattutto rispetto all’ammissione e alla permanenza degli iscritti. Le sue prese di posizione avrebbero toccato anche un tema estremamente sensibile: quello delle presunte infiltrazioni o frequentazioni ambigue di soggetti vicini alla criminalità organizzata all’interno di alcune logge, tema che storicamente accompagna il dibattito pubblico sulla massoneria in Sicilia.

È proprio questo elemento ad aver contribuito ad amplificare l’eco della vicenda. In Sicilia, e non solo, il rapporto tra massoneria e criminalità organizzata è stato più volte al centro di inchieste giudiziarie, indagini parlamentari e polemiche politiche. Negli anni scorsi la Commissione parlamentare antimafia ha chiesto e ottenuto l’accesso agli elenchi degli iscritti alle logge in diverse regioni del Sud, sostenendo la necessità di verificare possibili sovrapposizioni tra ambienti massonici e mafiosi.

Allo stesso tempo, tali iniziative hanno sollevato questioni giuridiche delicate, legate alla libertà di associazione e alla tutela della privacy, tanto che alcune di esse sono finite all’attenzione dei giudici europei.
A rendere ancora più delicato e carico di implicazioni il contesto nel quale esplode la vicenda messinese contribuisce anche un precedente recente che, pur non essendo direttamente collegato all’esposto del notaio Magno, continua a gravare sul dibattito pubblico e mediatico: il caso del medico Alfonso Tumbarello. Secondo gli atti dell’inchiesta, Tumbarello avrebbe curato per anni Matteo Messina Denaro, consentendogli di accedere a terapie oncologiche e controlli sanitari sotto falsa identità, rappresentando uno degli snodi fondamentali della rete di protezione che ha permesso al boss mafioso di restare nascosto fino all’arresto del gennaio 2023. Il nome del medico è emerso anche per la sua appartenenza alla massoneria: Tumbarello risultava infatti iscritto al Grande Oriente d’Italia e, dopo l’esplosione del caso giudiziario e mediatico, ha comunicato la propria autosospensione dall’obbedienza. Il procedimento penale a suo carico segue un percorso autonomo e distinto rispetto alle vicende messinesi, ma il suo impatto simbolico è stato rilevante. Episodi come questo hanno contribuito ad alimentare, nell’opinione pubblica, la percezione di possibili zone d’ombra e di una permeabilità di alcuni ambienti massonici a figure contigue o funzionali alla criminalità organizzata.

Nel caso specifico di Messina, tuttavia, è importante chiarire che, allo stato attuale, non risultano indagini penali per reati di mafia che coinvolgano direttamente esponenti della massoneria cittadina. La denuncia presentata da Magno riguarda esclusivamente presunti comportamenti illeciti tra membri di un’associazione privata e non accuse di associazione mafiosa o di collusione con la criminalità organizzata. Le allusioni a possibili “mafiosi graziati” o a tolleranze interne, emerse nel dibattito pubblico e nelle dichiarazioni riportate dai giornali, restano al momento sul piano delle polemiche e delle contrapposizioni interne, non su quello delle contestazioni giudiziarie accertate.
Nonostante ciò, la vicenda ha riacceso l’attenzione dell’opinione pubblica sul ruolo delle logge massoniche nei contesti locali, soprattutto in territori storicamente complessi come quello messinese. Il fatto che uno scontro interno sia sfociato in una denuncia penale e in una rottura organizzativa così netta rappresenta un segnale di profondo disagio, che va oltre il singolo episodio e chiama in causa la capacità della massoneria di autoriformarsi e di gestire in modo trasparente i propri conflitti.

Nei prossimi mesi sarà decisivo capire come evolverà l’iniziativa giudiziaria avviata presso la Procura di Messina, se dalle verifiche emergeranno responsabilità penali individuali e se il Grande Oriente d’Italia deciderà di intervenire ulteriormente per ricomporre o ridefinire i rapporti con la realtà messinese. Allo stesso tempo, è probabile che il caso continui ad alimentare il dibattito politico e mediatico sul tema della trasparenza delle associazioni riservate e sul loro peso nei contesti istituzionali e professionali locali.
In definitiva, quanto sta accadendo a Messina nel gennaio 2026 restituisce l’immagine di una massoneria attraversata da divisioni profonde, segnata da espulsioni, accuse reciproche e ricorsi alla magistratura. Pur in assenza, al momento, di indagini per mafia che coinvolgano direttamente le logge messinesi, il clima di sospetto e conflitto rende probabile che la vicenda continui a far discutere ancora a lungo, sia a livello locale sia nazionale.
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