Mariana Balzano, la fotografa che racconta l’Aspromonte
- Postato il 9 febbraio 2026
- Aspromonte
- Di Quotidiano del Sud
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Il Quotidiano del Sud
Mariana Balzano, la fotografa che racconta l’Aspromonte

Dall’Aspromonte alla Francia, la fotografa bianchese Mariana Balzano trasforma la Calabria in racconto visivo di identità, emozioni e rinascita
BIANCO – Tra obiettivo e sensibilità, la fotografa bianchese Mariana Balzano racconta il suo modo di osservare il mondo attraverso le immagini.
Ci parla del suo percorso, delle ispirazioni e delle storie che ama catturare con la sua macchina fotografica. Il suo è uno sguardo che l’ha portata a narrare paesaggi, persone, storie, identità di un Aspromonte che esce fuori con forza in tutta la sua bellezza selvaggia e umanità.
Mariana Balzano, il tuo lavoro ha varcato i confini italiani arrivando in Francia. Com’è nato il rapporto con i francesi e cosa ha significato per te la vendita dei diritti per il reportage su Mimmo Lucano?
«Il mio rapporto con i francesi è nato per puro caso. Ero un’escursionista con la macchina fotografica al collo, in giro per immortalare una Calabria anonima, se così possiamo chiamarla. Una parte di Aspromonte che pochi conoscono davvero. Un collaboratore dell’Arci Calabria stava cercando una fotografa capace di raccontare la storia di Mimmo Lucano e della sua gente. È così che è iniziato il mio legame con i giornalisti di La Secours Populaire Français. La proposta di acquistare i diritti del mio reportage è arrivata inaspettata. Non avrei mai immaginato che una rivista potesse essere così interessata al mio lavoro, ai miei scatti.
Fotografie nate in modo naturale, spontaneo, dove negli occhi dei bambini e delle loro madri si leggeva chiaramente la sofferenza. Ricevere l’e-mail del direttore della rivista è stato un onore. Mi proponeva di vendere i miei scatti: significava cedere i miei diritti d’autore, certo, ma soprattutto significava che il mio lavoro veniva riconosciuto, valorizzato, e che quelle immagini avrebbero viaggiato oltre i confini dell’Italia».
Gran parte della tua ricerca visiva è legata all’Aspromonte e ai suoi paesi, spesso associati solo alla ’ndrangheta. In che modo la fotografia può diventare uno strumento per ribaltare questa narrazione e restituire complessità e bellezza a questi luoghi?
«Tante volte mi ritrovo, quasi d’istinto, a inoltrarmi nei sentieri dell’Aspromonte per fotografare le bellezze sottovalutate della natura. Troppi paesi, purtroppo, finiscono al centro della cronaca nera, ma la realtà non è solo quella. Incontrando le persone, scoprendo i loro volti e le loro storie, mi accorgo ogni volta dell’ospitalità e dell’accoglienza che sanno offrire. Non possiamo fare di tutta l’erba un fascio: gli stereotipi che circolano ovunque vanno superati. Solo chi viene davvero in Calabria può apprezzare questi luoghi dimenticati, che invece sono pieni di storia, di umanità, di gente semplice e amorevole. La nostra terra è stata molto martoriata, ma siamo noi i primi che dobbiamo imparare ad amarla, a valorizzarla e a viverla».
Guardando al tuo percorso, dalle difficoltà iniziali fino alla fotografia come strumento per raccontare storie vere e spesso dolorose, qual è stata la forza che ti ha permesso di non arrenderti e che oggi guida il tuo modo di fotografare?
«Se un giorno mi avessero detto che avrei preso davvero in mano la mia vita, non ci avrei scommesso nemmeno un centesimo. Eppure oggi mi sembra quasi che la vita mi abbia regalato una seconda possibilità. Sono passata dalle stalle alle stelle, e non è una frase fatta: è il percorso che ho vissuto sulla mia pelle.
Fin da bambina sapevo cosa volessi dalla vita. Non ho mai abbassato la testa, per nessun motivo al mondo. Anche quando mi dicevano di no, che non ero abbastanza, che non era la strada per me, io continuavo. Non mi sono mai demoralizzata: più mi chiudevano una porta, più io andavo avanti per la mia strada»
«Oggi, se sono arrivata fin qui, non devo dire grazie a nessuno. Nessuno credeva nelle mie capacità, nel mio lavoro, nei miei sacrifici. Ho iniziato con una macchina fotografica regalata da mia madre, come se mi avesse detto: “Tieni, fai vedere al mondo cosa sai fare”. E così ho fatto. Ho iniziato lavorando gratis, poi per pochi soldi, e oggi collaboro con persone che apprezzano davvero ciò che faccio. La fotografia non è un clic. Dietro c’è un mondo: Iso, tempi, diaframmi, post-produzione, impaginazione. C’è studio, c’è tecnica, c’è fatica. Nessuno vede quanto duramente hai dovuto lottare per diventare ciò che sei oggi, né quanta strada in salita ci sia ancora da fare».
MARIANA BALZANO, TRA STORIE E FOTOGRAFIE CHE LE RACCONTANO
Il mio obiettivo è raccontare storie vere. Fotografie reali, nude, che mostrano le cicatrici di una lunga battaglia. Storie di persone che combattono una malattia. Storie di una nonna o di una madre lasciate in una casa di riposo, nel dimenticatoio. Storie di bambini con la sindrome di Down, ragazzi con ritardi cognitivi, difficoltà motorie, disabilità. Storie di una madre che ha perso un figlio di 16 anni in un incidente stradale. Storie di donne segnate dalla chemioterapia, ma ancora in piedi. Queste sono le storie che fotografo. Storie che devono essere raccontate»
«Perché i paesaggi li possiamo fotografare tutti, ma quando ti trovi davanti a una realtà diversa, lì viene il bello. Lì nasce la fotografia che parla davvero. Per me la fotografia è un grido: di gioia, di amore, di dolore. In uno scatto non catturi solo un momento bello, ma anche l’anima di ciò che hai davanti. La fotografia è questo: un’emozione che prende forma, un sentimento che diventa immagine».
Il Quotidiano del Sud.
Mariana Balzano, la fotografa che racconta l’Aspromonte