Made in Italy 2030. La strategia italiana per sicurezza economica e prosperità

  • Postato il 22 gennaio 2026
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Il ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) ha redatto il Libro Bianco “Made in Italy 2030”, documento conclusivo di una consultazione pubblica durata oltre un anno che ha coinvolto più di 200 soggetti tra associazioni di impresa, sindacati, mondo accademico, think tank e altri stakeholder pubblici e privati. Questo processo partecipativo ha prodotto una nuova strategia di politica industriale che l’Italia intende attuare in un momento di profondo riassetto degli equilibri geoeconomici globali, contribuendo simultaneamente alla ridefinizione delle priorità europee in materia industriale.

Il Libro Bianco rappresenta una cesura paradigmatica rispetto al modello di sviluppo che ha caratterizzato l’Italia negli ultimi decenni. Al centro di questa trasformazione emerge un concetto fino a oggi relegato ai margini del dibattito economico nazionale: la sicurezza economica come pilastro strutturale della competitività. Non si tratta di una semplice aggiunta retorica al lessico della politica industriale, ma di un ripensamento radicale del rapporto tra Stato, impresa e mercati globali, in un contesto geopolitico dove le interdipendenze economiche sono diventate strumenti di coercizione e le catene del valore campi di battaglia strategici.

Dal mercato alla missione: la doppia natura della sicurezza economica

La strategia delineata dal governo italiano introduce una definizione duale di sicurezza economica che riflette la complessità dell’attuale scenario internazionale. Per le imprese, sicurezza economica significa garantire stabilità operativa e crescita in un ambiente caratterizzato da rischi non più esclusivamente economici ma anche politici, tecnologici e normativi. Per lo Stato, invece, si configura come missione strategica: accrescere la forza nazionale nei mercati critici e proteggere il sistema produttivo dall’uso strumentale delle dipendenze economiche da parte di attori esterni.

Questo approccio supera la tradizionale separazione tra sfera pubblica e privata nell’economia di mercato. La sicurezza economica viene concepita “by design”, ovvero integrata ab origine nella visione della politica industriale, non come vincolo postumo o emergenziale. L’obiettivo dichiarato è costruire una cultura diffusa della compliance che tuteli l’interesse nazionale senza cadere nella trappola della “securizzazione” eccessiva, quella deriva che trasformerebbe ogni scelta economica in una questione di sicurezza nazionale, soffocando l’innovazione e la competitività con un eccesso di normazione.

In questo quadro, lo Stato italiano abbandona definitivamente il ruolo di imprenditore diretto per assumere quello di “regista strategico”. Non si limita più a correggere i fallimenti del mercato secondo la logica neoliberale classica, ma agisce preventivamente per orientare gli ecosistemi industriali verso resilienza e autonomia. È un interventismo qualitativo, non quantitativo: non più investimenti diretti in settori in crisi, ma coordinamento di incentivi, governance degli investimenti esteri, indirizzo delle filiere verso obiettivi di sicurezza collettiva.

La fine dell’illusione: dall’efficienza al rischio nelle supply chain

Per decenni, l’organizzazione delle catene globali del valore si è retta su un unico imperativo: l’efficienza dei costi. La delocalizzazione, l’outsourcing, la concentrazione produttiva in pochi hub manifatturieri erano scelte razionali in un mondo dove la logica commerciale dominava incontrastata. La pandemia da Covid-19 e le tensioni geopolitiche tra Occidente e Cina hanno frantumato questa illusione, rivelando che le interdipendenze economiche, un tempo celebrate come garanzia di pace e prosperità, possono trasformarsi in vulnerabilità strategiche esposte alla coercizione politica.

La strategia Made in Italy 2030 riconosce questa mutazione e propone un cambio di paradigma: l’efficienza dei costi non è più l’unico parametro decisionale. Le imprese devono ora includere nel calcolo economico il rischio politico, valutare la stabilità dei partner commerciali, diversificare le fonti di approvvigionamento. Questo non significa, tuttavia, abbracciare il “decoupling”, il disaccoppiamento totale dai mercati globali e in particolare da quello cinese. Una rottura indiscriminata delle catene del valore sarebbe economicamente insostenibile per l’Italia e l’Europa, provocando una guerra dei prezzi contro Paesi extra-europei che il sistema manifatturiero occidentale perderebbe in partenza.

La via proposta è quella del “de-risking”, la mitigazione selettiva del rischio. Si tratta di identificare i punti di dipendenza critica, i colli di bottiglia strategici, e agire su quelli senza smantellare l’intero impianto delle relazioni commerciali internazionali. Questa strategia si articola in tre direttrici geografiche: il reshoring, il ritorno di produzioni strategiche sul territorio nazionale; il nearshoring, lo spostamento verso regioni prossime geograficamente e culturalmente; il friendshoring, il consolidamento di rapporti con Paesi politicamente alleati e affidabili. Non è protezionismo tradizionale, ma geopolitica applicata all’economia.

Le tre dipendenze critiche: materie prime, chip ed energia

L’analisi delle vulnerabilità del sistema produttivo italiano ed europeo identifica tre snodi critici dove la dipendenza dall’estero raggiunge livelli allarmanti e dove, conseguentemente, si concentrano gli sforzi strategici della nuova politica industriale.

Il primo nodo è quello delle materie prime critiche. L’Unione Europea dipende dall’importazione per oltre l’80% del proprio fabbisogno, con picchi del 97% dalla Cina per materiali come il magnesio, essenziale per numerose applicazioni industriali. Questa dipendenza non è solo commerciale ma strategica: chi controlla l’accesso alle terre rare, al litio, al cobalto, alla grafite, controlla la transizione energetica e digitale. La risposta italiana si articola su tre fronti: il rilancio dell’attività mineraria nazionale, esplorando giacimenti domestici fino a oggi non sfruttati; il potenziamento del riciclo e dell’economia circolare, settore dove l’Italia vanta una leadership europea; l’esplorazione di nuove frontiere come il deep-sea mining, l’estrazione mineraria dai fondali oceanici, con tutti i dilemmi tecnologici e ambientali che comporta.

Il secondo snodo critico è rappresentato dai semiconduttori e dalla microelettronica. I chip sono diventati l’equivalente contemporaneo del petrolio: senza di essi, nessuna transizione digitale è possibile. La concentrazione produttiva in poche aree geografiche, principalmente Taiwan e Corea del Sud, espone l’Occidente a rischi inaccettabili. Il Chips Act europeo risponde a questa vulnerabilità con investimenti massicci nella creazione di fab (fabbriche di semiconduttori) sul territorio comunitario, nella diversificazione dei fornitori “safe”, nella ricerca congiunta a livello UE e G7. L’obiettivo non è l’autosufficienza totale, economicamente irrealistica, ma la riduzione della dipendenza da fornitori unici in contesti geopolitici instabili.

Il terzo elemento è l’autonomia energetica, definita non come autarchia ma come capacità di approvvigionamento costante a prezzi sostenibili. La guerra in Ucraina ha dimostrato quanto fosse pericolosa la dipendenza europea dal gas russo. La strategia italiana punta sulla neutralità tecnologica, rifiutando ideologie energetiche a favore di un mix diversificato che include fonti rinnovabili, nucleare di nuova generazione (Small Modular Reactors), biocarburanti, idrogeno. L’ambizione è trasformare l’Italia in un hub energetico del Mediterraneo, cerniera tra Europa, Africa e Medio Oriente, valorizzando la posizione geografica in chiave strategica.

Gli strumenti di difesa: golden power, ricerca e infrastrutture critiche

La consapevolezza delle vulnerabilità strategiche ha portato all’elaborazione di strumenti normativi e operativi per tutelare gli asset nazionali critici. Il potenziamento del Golden Power, i poteri speciali dello Stato su investimenti esteri in settori strategici, rappresenta il primo livello di difesa. La normativa è stata estesa a settori emergenti come lo spazio, l’intelligenza artificiale, le comunicazioni quantistiche, il cloud computing. Non si tratta di chiusura protezionistica ma di screening selettivo: garantire che acquisizioni e investimenti in tecnologie sensibili non compromettano la sovranità tecnologica nazionale.

Parallelamente, emerge la necessità di proteggere la ricerca scientifica nazionale. L’Italia investe risorse pubbliche significative in ricerca e sviluppo, ma spesso le innovazioni generate vengono trasferite all’estero attraverso acquisizioni di spin-off universitari, brevetti venduti a gruppi stranieri, fuga di cervelli. La strategia prevede una regolamentazione che tuteli la ricerca finanziata con fondi pubblici, assicurando che i risultati rimangano a beneficio del sistema produttivo nazionale, creando un circuito virtuoso tra università, centri di ricerca e industria.

Un elemento fino a oggi sottovalutato ma di importanza crescente riguarda le infrastrutture sottomarine. I cavi sottomarini trasportano il 97% dei dati globali, costituendo il sistema nervoso della connettività moderna. Sono infrastrutture critiche vulnerabili a sabotaggi, spionaggio, interruzioni deliberate. Il governo ha avviato un tavolo nazionale per mappare, monitorare e proteggere questi asset invisibili ma vitali, riconoscendo che la sicurezza cibernetica non può prescindere dalla sicurezza fisica delle infrastrutture di trasmissione dati.

Pmi e coordinamento internazionale: le due gambe della strategia

La sicurezza economica rischia di rimanere un concetto astratto se non viene declinata sulle specificità del tessuto produttivo italiano, dominato da piccole e medie imprese spesso prive delle risorse per sviluppare autonomamente sistemi di compliance, resilienza cibernetica, analisi del rischio geopolitico. La strategia prevede la creazione di una rete nazionale di supporto dedicata alle Pmi, fornendo strumenti, formazione, consulenza per navigare la complessità normativa e strategica del nuovo contesto globale. È un riconoscimento implicito che la sicurezza economica non può essere privilegio delle grandi corporation ma deve diventare patrimonio diffuso dell’intero sistema produttivo.

Parallelamente, la sicurezza economica italiana non può essere perseguita in isolamento. La strategia delineata richiede un coordinamento tridimensionale: nazionale, attraverso piani industriali coerenti e mirati; europeo, allineandosi alla Bussola della Competitività e agli Important Projects of Common European Interest (Ipcei); occidentale, con il coordinamento transatlantico per evitare guerre commerciali tra alleati e gare al ribasso sui sussidi pubblici. La competizione strategica con la Cina e altri attori globali richiede unità d’intento tra democrazie occidentali, pena la frammentazione e l’indebolimento reciproco.

Dalla vulnerabilità alla sovranità industriale

La strategia Made in Italy 2030 rappresenta un tentativo ambizioso di ripensare il modello di sviluppo industriale italiano alla luce delle trasformazioni geopolitiche contemporanee. La sicurezza economica emerge non come vincolo alla competitività ma come sua precondizione: in un mondo dove le interdipendenze possono diventare armi di coercizione, la resilienza delle filiere produttive, l’autonomia negli approvvigionamenti critici, la protezione delle tecnologie strategiche sono elementi costitutivi della competitività stessa.

Rimangono aperti interrogativi significativi sull’effettiva capacità di implementazione. La transizione dallo Stato imprenditore allo Stato regista richiede competenze amministrative, visione strategica, coordinamento tra ministeri e agenzie che storicamente hanno faticato a comunicare. Il rischio di un eccesso di normazione, di una burocrazia della sicurezza che soffochi l’innovazione anziché proteggerla, è concreto. La sfida sarà trovare l’equilibrio tra apertura e protezione, tra integrazione globale e autonomia strategica, tra efficienza economica e resilienza sistemica.

Ciò che appare chiaro è che il tempo della globalizzazione indifferenziata, dove l’economia poteva considerarsi sfera autonoma rispetto alla politica, è definitivamente tramontato. La sicurezza economica è tornata al centro dell’agenda politica non per scelta ma per necessità. La strategia Made in Italy 2030 rappresenta il tentativo italiano di governare questa trasformazione anziché subirla, di trasformare le vulnerabilità in opportunità, di costruire una sovranità industriale compatibile con l’interdipendenza globale. Il successo di questa scommessa determinerà non solo la competitività futura del sistema produttivo italiano, ma la sua stessa sopravvivenza in un mondo dove l’economia è diventata prolungamento della geopolitica.

Autore
Formiche

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