L’ultimo soffitto viola: addio a Gino Paoli, l’anarchico che ci ha insegnato l’infinito

  • Postato il 24 marzo 2026
  • Musica
  • Di Paese Italia Press
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di Domenica Puleio

Questa volta non è un errore di sistema, né un corto circuito dei social. Il silenzio che avvolge Genova in questa mattina di marzo è quello definitivo. Gino Paoli se n’è andato a 91 anni, portando con sé quel proiettile che per oltre sessant’anni gli è rimasto incastrato accanto al cuore, quasi a ricordargli che la vita, come la musica, è un equilibrio precario tra il dramma e la grazia.

Con la scomparsa di Paoli si chiude definitivamente la stagione più fertile e rivoluzionaria della cultura italiana. Dopo De André, Tenco, Lauzi e Bindi, l’ultimo testimone di quei carruggi che hanno reinventato il sentimento nazionale ha posato la penna. Paoli non ha scritto semplici canzoni; ha inventato un modo di stare al mondo. Ha preso l’amore e lo ha spogliato della retorica sanremese dell’epoca, portandolo dentro stanze dalle pareti viola, trasformando il quotidiano in una liturgia laica.

C’è un destino poetico e crudele nel vederlo uscire di scena a pochi mesi dalla scomparsa di Ornella Vanoni. Un legame che la cronaca ha spesso ridotto a pettegolezzo, ma che è stato il motore di capolavori immensi. Vederli andare via quasi insieme sembra l’ultimo atto di una sceneggiatura necessaria: “Senza fine” non era solo un titolo, era una condanna bellissima che ora trova la sua risoluzione nell’assoluto.

Paoli è stato l’uomo degli opposti: ruvido e dolcissimo, politico e intimo, schivo eppure onnipresente. Ha sparato a se stesso nel 1963 e da allora ha vissuto con la morte in tasca, usandola come lente d’ingrandimento per apprezzare meglio il “sapore di sale”. Non ha mai cercato di piacere a tutti. Ha detto verità scomode, ha vissuto amori scandalosi, ha mantenuto una coerenza feroce con la propria anarchia interiore.

In un’epoca di musica costruita a tavolino, la sua voce graffiata e stanca ci ricordava che l’autenticità ha un prezzo. Ci lascia mentre l’Italia sembra aver perso la capacità di guardare in alto. Ma le sue note restano lì: ogni volta che un ragazzo si sentirà solo in una stanza o che un vecchio guarderà il mare con malinconia, Gino Paoli sarà lì a spiegare che quel vuoto non è un buio, ma uno spazio da riempire con la bellezza.

Addio, Gino. Il soffitto non c’è più, ora hai tutto il cielo per te.

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