L'orrore moralista che mette alla gogna un vescovo

  • Postato il 6 febbraio 2026
  • Di Il Foglio
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L'orrore moralista che mette alla gogna un vescovo

Un paio di settimane fa, sulla Stampa di Torino e sull’edizione locale di Repubblica, è stato dato ampio risalto alla visita apostolica del cardinale Giuseppe Bertello ad Alessandria, con l’obiettivo – si racconta – di indagare sulle spese e sui conti della diocesi retta da mons. Guido Gallese. Pagine di inchieste, di sussurri e mormorii che dovrebbero portare – perché questo è il fine non dichiarato del Watergate del Basso Piemonte – alla sostituzione del vescovo. I titoli, ça va sans dire, sono efficacissimi: “La Tesla, il surf e le case. Le spese pazze del vescovo di Alessandria”. Ancora, “Viaggi e acquisti lussuosi, giro di vite sui vescovi. Il Papa: ‘Basta autocrati’”.

 

Il tutto condito da particolari degni d’una scrittura cinematografica adattissima al prossimo film di Checco Zalone: il vescovo che arriva al pranzo per i poveri in Tesla. E poi, il kitesurf: la passione segreta – che segreta non è né lo è mai stata, è sufficiente fare una ricerca su Google immagini – di Gallese che, sempre si dice, “va ad allenarsi anche in Sudamerica”. Tutto qui? No. Dove abita il presule? Ecco: abita nel Convento dei frati cappuccini, o meglio, ex convento, visto che da qualche anno è stato convertito dopo la scelta dei frati di lasciare la città. Nella mole dei pettegolezzi circolanti, si dice che sarebbe stato il vescovo in persona a “sfrattare” i religiosi. Anche qui, sarebbe stato sufficiente recuperare quanto disse nell’aprile del 2021 – cinque anni fa – fra Roberto Rossi Raccagni, ministro provinciale dei frati minori cappuccini del Piemonte: “Questo per noi è un momento difficile dal punto di vista vocazionale, che ci ha costretto a una ‘revisione’ della nostra presenza. Per questo chiuderemo, a malincuore, il convento di Alessandria”. In quel convento, sempre dicono, il vescovo si è fatto sistemare “finemente” la propria residenza. 

 

Detta così, parrebbe che il vescovo abiti al Trianon di Maria Antonietta  quando la realtà è ben diversa: nell’ex convento (ora Casa San Francesco) abitano anche i tre frati superstiti. C’è un teatro, il santuario e la mensa dei poveri, che nessuno ha toccato. E poi ci abita il vescovo, che non dorme nel letto di Luigi XIV ma in una cella, ammesso che dormire in una camera più grande sia un peccato. Ha fatto fare dei lavori, dicono. Sì: la parte a lui riservata (poche stanze) divise dalla parte comune da una parete di cartongesso. L’altra accusa riguarda il Collegio Santa Chiara, restaurato grazie al sostegno dello Stato e della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria: il problema tale da coinvolgere Roma riguarda il fatto che alla quarantina di studenti  dell’Università del Piemonte Orientale lì ospitati viene richiesta la retta. Come ovunque nel mondo, salvo rarissime eccezioni.  Resta allora la Tesla con cui s’è presentato al pranzo dei poveri: a difenderlo, ironia della sorte, è proprio uno dei frati che sarebbero stati sfrattati, Roberto Cattaneo: “A me il vescovo aveva parlato della Tesla. Mi aveva chiesto se era un elemento che poteva darmi fastidio”. Un episodio che “racconta molto di lui, più dell’auto che guida”. Il vescovo è ben consapevole dello stupore generato dall’auto elettrica, ma sottolinea che grazie a quell’acquisto ha evitato il bollo, le spese per i tagliandi, ha usufruito degli incentivi per l’acquisto dell’elettrico e ha pure prodotto meno inquinamento: in anni in cui dal Vaticano uscivano bollettini annunzianti con sommo gaudio il riciclo della plastica, Gallese sarebbe stato un esempio da lodare. E invece, guida la Tesla anziché un catorcio che consuma benzina come l’acqua un condominio a Dubai. Ah, nel faldone a carico del presule c’è pure il fatto che ha una “moto di grossa cilindrata” o – per dirla con il Corriere della Sera, “un mezzo costoso”. Cosa sarà mai questa bestia degna di un agente dell’Ice impiegato a Minneapolis… E’ nient’altro che uno scooter Piaggio a tre ruote con quindici anni di onorata carriera. Il monsignore lo usava quando girava per le viuzze di Genova, cioè a casa sua. Elemento, questo, che lo porta a essere un po’ corpo estraneo all’episcopato piemontese, storicamente assai più novatore rispetto ai confratelli liguri. E la foto con lui a cavalcioni sulla moto? Era in occasione della festa della Madonna dei centauri e lui era stato invitato. Andare in bicicletta, questo sì, sarebbe apparso stravagante (la bici, piegata, la portava in treno quando frequentava più assiduamente Roma). 

 

Da ultimo, il kitesurf: davvero va fino in Sudamerica  per praticare lo sport preferito? No. Lo pratica sul Lago di Como. In Sudamerica c’è stato per la Giornata mondiale della gioventù e  le tavole non se l’è portate dietro.

 

Consapevoli, anche al tribunale mediatico, che le accuse sono assai deboli, ecco arrivare al punto, che poi con ogni probabilità è quello vero che ha portato anonimi indignati a scrivere al Vaticano: il vescovo è reo d’aver proceduto ad accorpamenti di parrocchie e spostamenti di parroci, poco inclini a cambiare canonica. E si sa, questo crea da secoli malumori, invidie, rabbie mal covate. Anche tra chi è stato invitato a risiedere assieme ai confratelli. Nihil sub sole novum

 

E’ curioso che, tolta la questione immobiliare, nell’anno di grazia 2026 un vescovo venga messo all’Indice sui giornali, tra mille e più si dice, perché fa sport e perché guida una Tesla. Il micidiale prodotto di populismo mischiato a becero moralismo  paradossalmente fa sì che i cultori ideologici della povertà – quella finta, da slogan e basta – rimpiangano, forse senza saperlo, il vescovo d’un tempo: quello ieratico ritratto sulla poltrona damascata nella sua residenza episcopale. Quello che non si mischia agli altri, sia mai che faccia kitesurf o che guidi – orrore – una macchina elettrica. Il censore collettivo che stabilisce pure marca e cilindrata dell’auto che il vescovo dovrebbe possedere e/o guidare. Si vogliono preti (e vescovi) in mezzo al popolo, “tra le pecore”, e quando poi ciò accade ecco che scatta la censura pubblica. 

 

Tra un calcolo delle metrature occupate nell’ex convento e il controllo del parco-mezzi, poco s’è indagato su quel che fa realmente il vescovo: ad esempio lavorare sulla pastorale giovanile, puntando sulla spiritualità, stando appunto in mezzo al popolo fedele in un contesto ipersecolarizzato. E prendendo posizioni, anche se impopolari. Se dopo sessant’anni dalla fine del Concilio ci si scandalizza perché un vescovo sa stare nel mondo e, bontà sua, cerca di essere felice non tradendo la propria missione, significa che qualcosa è andato storto.

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Autore
Il Foglio

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