Lo zen e l’arte della calligrafia
- Postato il 7 febbraio 2026
- Di Il Foglio
- 2 Visualizzazioni
Lo zen e l’arte della calligrafia
Furono in tanti, alla metà degli Anni Novanta, a identificarsi in Nagiko, che raggiungeva il piacere lasciandosi scrivere poesie sulla pelle diafana e valutava i suoi amanti non tanto per le capacità amatorie quanto per la bravura con cui trasformavano il suo corpo in un libro sempre diverso. Altri si identificavano nell’angelico Jerome, uno Ewan McGregor di viscontiana bellezza, immaginando l’emozione di potersi concedere un erotismo così raffinato, cerebrale, palpitante. La comunicazione digitale non era ancora pervasiva come sarebbe presto diventata ma noi, che comunque già toccavamo sempre meno carta e penna, uscivamo dal cinema intrigati da Peter Greenaway e dai suoi “Racconti del cuscino”, scoprendo quanto le mani fossero capaci di produrre bellezza anche con la scrittura, e come la carta bianca potesse risultare profumata e desiderabile quanto un corpo da scoprire, conquistare, amare. L’incanto era destinato a durare pochissimo, sebbene la calligrafia continui ad affascinare, come forma d’arte e come dimostra la copertina di questo numero del “Foglio della Moda”, nata dalla visione di Katia Bagnoli e Bruno Riva.
“È una composizione di quattro caratteri”, spiega Riva. “Una scritta con caratteri cinesi kangi in nero, a inchiostro, che abbiamo associato a un heso, un cerchio, in rosso. I quattro caratteri significano l’unicità, uno e non due, l’unicità anche nell’insieme (inserti e giornali sono opere collettive, dopotutto, ndr), mentre il cerchio è il simbolo cosmico dell’assoluto quindi la totalità dei fenomeni, il superamento del dualismo: l’unicità nell’insieme, nel tutto, un tutto che può comprendere il vuoto, il nulla”.
Bagnoli, milanese, è traduttrice letteraria (sono sue le versioni italiane di opere di Bret Easton Ellis, Joyce Carol Oates, Jeffrey Eugenides, William Burroughs e molti altri) che, alla fine degli anni Ottanta, si è avvicinata alla calligrafia attraverso viaggi in Asia Orientale. Fa parte della Japan Educational Calligraphy Federation di Tokyo e della Art of Ink International Society, mentre Riva si è formato come scenografo e architetto d’interni ma da più di trent’anni pratica la calligrafia e la sigillografia: le sue performance esaltano la poesia e la sacralità del gesto, come quella che nel 2013 lo vide esprimersi al Piccolo Teatro di Milano su una superficie di sessanta metri quadrati. Sempre nel 2013, Bagnoli e Riva furono i primi artisti occidentali a essere ammessi a Yomiuri, una delle più prestigiose esposizioni calligrafiche del Giappone. Profondamente uniti, si alternano nelle risposte, rispettosi l’uno dell’altro: “Siamo un unico animale a due teste”, scherza Bagnoli e, mentre l’Occidente non sa più tenere la penna tra le dita, loro esaltano l’unicità e l’irripetibilità del gesto. “Questo dato della contemporaneità che vede abbandonare completamente la scrittura a mano è tristemente vero – osserva Katia Bagnoli - ma la calligrafia occidentale e quella sino-giapponese sono completamente differenti. Ma ad attirare le persone verso il linguaggio visivo della calligrafia asiatica è, secondo me, è il suo essere forte, immediata, potente proprio perché ogni tratto è unico e irripetibile, e perché apre uno spazio al bisogno di lentezza e di consapevolezza, di contatto con il corpo, di stare nell’osservazione e nella copia del bello, nella sfida che il calligrafare permette di affrontare con noi stessi, rendendola attraente anche per persone che a mano non scrivono più nemmeno un biglietto di auguri. Un’arte perfettamente in linea con il ritorno al corpo, al tempo sospeso, in cui si abbandona il desiderio di ottenere un prodotto finito, un obiettivo raggiunto, ma si sta nell’andare: è efficace, funziona, al di là dell’estetica zen che piace a tutti da qualche anno a questa parte”.
Sorridono, valutando “l’interesse un po’ superficiale per quello che il Giappone offre in termini di cultura dell’imperfezione, come valore dell’impermanenza, come virtù e come verità che danno spazio e aria a chi è schiacciato e stressato dalla velocità e dal bisogno di produrre. L’arte calligrafica fa sicuramente parte di questo “pacchetto Giappone” e proprio il desiderio di lentezza e di consapevolezza rientra tra gli elementi maggiormente attraenti, sebbene sia difficile individuarne l’origine. Il filone di interesse principale è partito effettivamente dallo zen, dalle lezioni di Shunryu Suzuki negli Stati Uniti che venivano sovvenzionate dal governo giapponese; si trattava un tentativo di penetrazione culturale, e dall’interesse manifestato dalla beat generation, dagli artisti degli anni Cinquanta, dell’informale e dell’action painting, che hanno portato qui delle forme e delle teorie, ci sono stati degli scambi molto importanti dal punto di vista teorico”. Un’attrazione che si è sempre peraltro estesa al mondo della moda, producendo dialoghi sublimi: “Nella sua dimensione eterna, possiamo apprezzare come contemporanei frammenti di seta dipinta che risalgono al 200 avanti Cristo, sete tang in cui i caratteri non erano usati solo come decorazione ma anche per indicare status sociale, vera e propria scrittura parlante indossata e, in Giappone, nel periodo Heian intorno all’anno Mille, dunque nel massimo splendore, i kimono degli aristocratici di corte erano dipinti a mano e interamente calligrafati con poesie waka. In alcuni casi venivano usati come forme astratta, in altri come scrittura perfettamente leggibile. E poi ci sono dei tessuti monastici, dei paramenti con i sutra che indossano i monaci… Quando penso a Kenzo, a Yamamoto, a Issey Miyake, ma anche a John Galliano per Dior o a Karl Lagerfeld, tutti creatori di moda che hanno usato la calligrafia sino-giapponese non come decorazione ma per la sua potenza, per il suo gesto pittorico, penso che la calligrafia sappia attraversare i millenni rimanendo una pratica identica nel tempo: magari con materiali ingegnerizzati, ma resti identica negli scopi. E non solo nello streetwear, come testimoniano le felpe dei ragazzi che riempiono le strade: abbiamo visto sfilate di Valentino, di Armani Privé o della stilista cinese Guo Pei in cui venivano usati i kangi scritti con materiali preziosi. La potenza visiva del tratto e del segno calligrafico dura nei secoli e la moda continua a esprimerla e a declinarla come si faceva tanti secoli fa”. Il prossimo aprile, i due artisti esporranno a Milano le loro opere con un evento dislocato in più sedi: il 28 e il 29 aprile in due spazi diversi, in Via Plinio nello spazio della ceramista Ekaterina de Andreis, che partecipa alla mostra, e in Via Moscova nello spazio della maison Toma della stilista Cristina Toma, con l’esposizione “Luna di loto” dedicata a Otagaki Rengetsu, celebre poetessa, ceramista e calligrafa nata alla fine del Settecento. “Abbiamo deciso di dedicarle questa mostra”, puntualizza Bagnoli, “con sue opere calligrafiche originali che fanno parte della nostra collezione, opere nostre e di altri artisti in suo onore, e ceramiche che Bruno e io abbiamo calligrafato incidendo. Anche questa volta, il consolato giapponese ci ha concesso il suo patrocinio e ha voluto presentare alcune opere nello spazio che dedicano alle esposizioni”. Dice Riva che nel “tratto, quello che rimane di quell’azione è la registrazione di un attimo irripetibile. In calligrafia c’è la pratica della copia, che è fondante anche perché permette di imparare le tecniche, però anche nella copia ogni gesto è unico. È una registrazione di ciò che si è in quel momento, di ciò che si prova e si sente, anche un tremolio o una porta che sbatte finisce in quell’opera. La calligrafia è come un sismografo del cuore”.