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 Lo scriba del caos

  • Postato il 8 aprile 2026
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  • Di Il Vostro Giornale
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 Lo scriba del caos

“Perché ci sia bellezza sul volto, chiarezza nel discorso, bontà e saldezza nel carattere, l’ombra è tanto necessaria quanto la luce. Esse non sono avversarie: si tengono, al contrario, amorevolmente per mano, e se la luce sparisce, l’ombra le guizza dietro”. Sono parole che il Viandante pronuncia nel dialogo intimo con la propria ombra che ci riporta F. W. Nietzsche nel secondo libro di Umano, troppo umano e, nello specifico, nella parte seconda che titola, appunto, Il viandante e la sua ombra. Il pensiero del filosofo incontra un momento cruciale del proprio percorso, l’abbandono delle proprie radici e dei propri maestri, la svolta che lo conduce all’incipit di un ulteriore cammino, senza più i rassicuranti compagni di viaggio che eveva riconosciuto come maestri fino a quel momento. Il giovane pensatore si rende conto di aver bisogno di superare i limiti convenzionali, avverte la profondità dell’abisso che sta osservando e che lo osserva, sceglie il coraggio di affrontare le paure di un viaggio non ancora percorso da nessuno, meglio, un viaggio inevitabile per chiunque, ma del quale si preferisce non avere coscienza. Impossibile non comprendere che ognuno di noi è, allo stesso tempo, viandante della propria vita e ombra di se stesso, unità dinamica il cui conflitto va accettato per potersi incontrare davvero. Il dialogo si esplicita immediatamente nella sua natura assolutamente anarchica, così afferma l’Ombra: “[…] anche nel discorrere non ci faremo dispiacere e non metteremo subito le manette all’altro, se la sua parola ci suonerà incomprensibile.” Si sono appena incontrate, il viandante e la sua ombra, ma subito l’estraneità apparente si rivela profonda vicinanza, infatti il viandante accetta il piano proposto dall’ombra rendendolo ancora più preciso: “[…] i buoni amici si scambiano di quando in quando una parola oscura come segno d’intesa, che deve essere un enigma per ogni estraneo. E noi siamo buoni amici”. L’apertura di questo, apparentemente, surreale dialogo, ci mostra immediatamente l’abisso sul quale si incammina e l’a-bisso, per sua natura, è privo di fondo e di fondamento, non parte da certezze e non conduce a verità eterne; è ricerca  e consapevolezza del caos che, infatti, è l’altro nome dell’abisso, come ci insegnano le parole di apertura della Teogonia esiodea. L’essere umano è, per sua natura, terrorizzato dall’incontro con la propria coscienza, al contrario di ogni altro essere che non ha consapevolezza del baratro e della propria fragilità, questa è la sua natura, il suo avvertimento della tragedia e la sua possibile grandezza.

Le manette, evocate dall’ombra, sono l’assicurazione contro il pericolo della fluidità del vero, la sua essenza che lo lascia scivolare tra le dita non appena si cerca di afferrarlo. “Agli occhi sei barlume che vacilla […] e dunque non ti tocchi chi più t’ama” scriveva Montale in riferimento alla possibilità di raggiungere la felicità e, mi sembra evidente, la felicità, per lo spaventato essere umano, è, finalmente, un punto fermo, una qualche verità che sia bussola al suo peregrinare. Ma ecco che, subito, il filosofo ci ammonisce: “Verosimiglianza, ma non verità: apparenza di libertà, ma non libertà, – sono questi i due frutti per cui l’albero della conoscenza non può essere scambiato per l’albero della vita”. Un eccellente scritto su Nietzsche del mio omonimo, Ferruccio Masini, si titola Lo scriba del caos; credo sia una splendida immagine per descrivere il momento che andiamo a rappresentare, quando il pensatore, che nella sua solitudine ci permette di riconoscere ognuno di noi, si rivolge a se stesso, per dare vita a un dialogo interiore, che si pone come viaggio perenne in direzione di una ricerca che non pretende di raggiungere verità, ma di essere onesta con se stessa. Credo sia centrale, per offrirsi davvero un’occasione di incontro, spazzare via preconcetti radicati e condizioinanti per ogni barlume di libertà dalla prigione prospettica. Se ogni cammino è un percorso secondo una prospettiva,  ognuno sceglie dove poggiare il prossimo passo e, di conseguenza, quale incontro gli sarà possibile, non l’unica verità, ma la possibilità che si è data. Se diamo per certo un inizio, una direzione e, di conseguenza, il senso di ogni incedere, già abbiamo fondato l’inganno e il travisamento inevitabile. In chiave filosofica parliamo della visione metafisica dell’esistenza, per ognuno, si tratta di dare per assodate le ragioni logiche dell’essere al mondo, nascondendo la casualità della vita priva di un fine congenito.

Le righe nietzscheane al riguardo sono chiarissime: “Glorificare l’origine – è questo il germoglio metafisico che rispunta nella considerazione della storia e che fa ogni volta credere che al principio di tutte le cose si trovi il più perfetto e il più essenziale”. L’uomo è ancora estremamente prossimo alla scimmia, per dirla con le parole del nostro filosofo, ed è abitato dal terrore di superarla. Ciò che ci “ammanetta” a quelle origini è la paura, l’incapacità di accettare l’assenza semplificatoria di un progetto, un progettista e un ordine teleologico. Il tentativo disperato di sovrapporre le nostre capacità di comprensione al caos dell’esistenza, è ciò che Nietzsche definisce come la “Misura per il valore della verità”; in altre parole abbiamo bisogno di credere che la fatica, da noi profusa, per raggiungere la verità, sia garanzia del valore della stessa. Con corrosiava ironia il filosofo così ci ammonisce: “Questa folle morale parte dal pensiero che le “verità” propriamente non siano nient’altro che attrezzi da ginnastica, coi quali dovremmo bravamente affaticarci, – una morale per atleti festivi dello spirito”. Come danno fastidio le critiche di dilettantismo esistenziale che ci rivolge Nietzsche, a nessuno fa piacere essere indicato come dilettante festivo dello spirito, eppure è esattamente ciò che comunemente è l’agire umano. L’arroganza lo camuffa, nega l’assenza di ordine e disvela l’autoinganno comune, il rassicurante raccontarsi che esiste una risposta definitiva e che siamo in viaggio verso di essa. Insomma, l’interrogativo socratico circa le definizioni che lui stesso ancora non possedeva ma che, necessariamente, dovevano esistere e che il suo discepolo collocherà nel Mondo delle Idee. Siamo tutti platonici e credenti perché afflitti dall’orrore del caos.

Come afferma Masini, Nietzsche, a quel punto della sua vita, siamo tra il 1876 2 il 1879, attraversa un momento difficile per la propria salute, predilige dettare il proprio pensiero, forse anche questa condizione ne accelera il passaggio alla forma aforistica, e così si lascia visitare da folgoranti visioni, non utilizza più la forma tipica del trattato filosofico, il suo indagare si manifesta come improvvise visioni nella luce crepuscolare del viaggio interiore; proprio mentre denuncia il prospettivismo inconsaoevole dei filosofi, che presumono di poter ordinare l’universo sulla base delle proprie possibilità gnoseologiche, afferma la centralità del soggetto, la responsabilità del singolo. Il valore di verità diviene il coraggio di assunzione di responsabilità, l’esatto opposto dell’atteggiamento del credente che presuppone un nous, una mente ordinatrice. Ecco chiarito il titolo anche di questo breve scritto, siamo, ognuno di noi se ne ha il coraggio, scriba del caos, narratori di un viaggio nella penombra che sussurra e che, a tratti, si illumina per le coscienze che riescono ad accettare l’improvvisa folgorazione. Meglio l’aforisma che la “donnaccia ingannatrice”, la grammatica, che è ordine formale ma falsificante. “Forse tutta la moralità dell’umanità ha avuto origine dall’enorme eccitamento intimo che prese gli uomini primitivi quando scoprirono la misura e il misurare, […] la parola uomo significa infatti colui che misura, egli si è voluto chiamare dalla sua scoperta più grande”. Misurare è rinuncia alla conoscenza, accontentarsi della sua quantificazione, è chimica della paura e fuga, la stessa che oggi si esprime, mutatis mutandis, nel travisare ciò che è virtuale reputandolo reale. La paura ha mille sguardi, la verità è inafferrabile, sempre che esista, la nascita dell’uomo nuovo ancora solo una speranza che, malinconicamente, “pigola sempre più piano”.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì. Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero. Clicca qui per leggere tutti gli articoli.

Autore
Il Vostro Giornale

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