L’ISIS torna in Cisgiordania e sfida Hamas
- Postato il 18 febbraio 2026
- Di Panorama
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L’arresto della cellula ISIS a Gerico ( Giudea e Samaria) segnala una competizione jihadista in crescita: con Hamas indebolita, lo Stato Islamico tenta di inserirsi nel fronte palestinese, mentre in Siria continua a riorganizzarsi sfruttando instabilità e vuoti di potere. A Gerico, nella Valle del Giordano, le forze di sicurezza israeliane hanno smantellato una cellula affiliata all’ISIS sospettata di pianificare un attentato contro lo Stato ebraico. L’operazione si è articolata in due momenti distinti. La scorsa settimana i combattenti del “Battaglione Lavi”, insieme ai Mista’arvim della Polizia di Frontiera di Gerusalemme e alle Israel Defense Forces, sotto il coordinamento dello Shin Bet, hanno arrestato tre membri della rete, riconducibile alla Brigata della Valle del Giordano. Secondo le autorità, stavano promuovendo attività terroristiche e preparando un attacco imminente. Un secondo blitz, condotto la sera successiva sempre a Gerico, ha portato alla cattura di un quarto componente della stessa cellula. Sul piano operativo, l’intervento conferma l’efficacia della prevenzione israeliana. Ma sul piano strategico il dato è più ampio. Il ritorno dell’ISIS nel teatro palestinese segnala che qualcosa si sta muovendo dentro la galassia jihadista.
Perché l’ISIS e non Al-Qaeda e l’indebolimento di Hamas come finestra di opportunità
La presenza di cellule riconducibili allo Stato Islamico, e non ad Al-Qaeda, non è casuale. Le due organizzazioni incarnano modelli diversi. Al-Qaeda ha adottato negli ultimi anni una linea più prudente, privilegiando radicamento locale e cooperazione con affiliate regionali, evitando scontri diretti in teatri già dominati da attori fortemente strutturati. Il fronte israelo-palestinese non è mai stato una priorità strategica contemporanea per la galassia qaedista. L’ISIS, invece, costruisce la propria identità sulla rottura e sulla sostituzione. Dove individua un movimento islamista dominante, tende a delegittimarlo accusandolo di compromesso e deviazione. Hamas, organizzazione che governa, negozia e gestisce potere territoriale, diventa così un bersaglio ideologico naturale. Colpire Israele significherebbe non solo attaccare un nemico simbolico, ma dimostrare che la leadership della jihad non appartiene più esclusivamente a Hamas.
La pressione militare, le perdite operative e la difficoltà nel mantenere una struttura coesa hanno eroso la capacità di Hamas di esercitare un controllo indiscusso sulla narrativa della “resistenza”. In questa fase di fragilità relativa, lo Stato Islamico intravede una finestra di opportunità. Non si tratta soltanto di organizzare un attentato, ma di inviare un messaggio politico: la jihad non si amministra, non si governa, non si negozia. La competizione è simbolica prima ancora che militare. L’ISIS punta a intercettare frustrazione, radicalizzazione e disillusione, presentandosi come alternativa “pura” e globale rispetto a un Hamas percepito come indebolito o costretto in dinamiche politiche. Questa dinamica si intreccia con quanto accade in Siria. Dopo la caduta del “califfato” territoriale tra Raqqa e Mosul, l’ISIS non è scomparso. Ha mutato forma. Nelle aree desertiche siriane e lungo le faglie settarie del Paese, l’organizzazione ha progressivamente ricostruito cellule mobili, reti logistiche leggere e capacità di attacco intermittente. L’instabilità cronica, la frammentazione delle forze locali e la riduzione della pressione internazionale hanno creato spazi di manovra. La Siria è tornata a essere un laboratorio operativo. Qui lo Stato Islamico testa modelli di attivazione flessibili, basati su micro-cellule e radicalizzazione diffusa. Questo know-how può essere replicato altrove, compresa la Giudea-Samaria . L’assenza di controllo territoriale diretto non è più un limite strategico, ma una scelta adattiva. Se in Siria l’ISIS sfrutta vuoti di potere e tensioni settarie, nel contesto palestinese tenta di sfruttare un vuoto di leadership jihadista percepito. La logica è la stessa: inserirsi dove l’ordine esistente appare fragile mentre nel Sahel l’Isis gioca un’altra partita. Gerico diventa così il simbolo di una trasformazione più ampia. L’arresto della cellula affiliata allo Stato Islamico non rappresenta solo un episodio isolato di terrorismo sventato. È la fotografia di un ecosistema radicale in movimento, dove Hamas non è più l’unico attore capace di attrarre e dirigere la violenza. In questo scenario, Israele si confronta con una minaccia che non è monolitica ma frammentata. L’indebolimento di un attore dominante non produce automaticamente stabilità. Può generare competizione, sovrapposizioni, tentativi di sostituzione. L’ISIS prova a dimostrare di essere ancora rilevante, dalla Siria alla Cisgiordania. E proprio questa dinamica, più che l’episodio in sé, racconta il rischio di una nuova fase: una jihad senza centro, dove la corsa alla legittimazione passa attraverso la spettacolarizzazione della violenza.