L’interesse nazionale armato: perché le grandi potenze intervengono anche quando la legge dice no

  • Postato il 14 gennaio 2026
  • Di Panorama
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Il blitz con cui Donald Trump all’inizio di gennaio ha fatto arrestare il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, è stato oggetto di molte critiche e tra i principali argomenti usati per contestare l’operazione americana c’è la violazione del diritto internazionale. Che titolo hanno gli Stati Uniti, si sono chiesti in molti, per intervenire militarmente in un altro Paese, rapirne il leader e instaurare un nuovo governo? Tutto ciò, obiettano i censori dell’amministrazione Usa, non significa difendere Maduro, che era e resta un dittatore, ma le prerogative di uno Stato sovrano. Il Venezuela non era in guerra con l’America e dunque l’intervento dei militari della Delta Force è illegale.

Ovviamente la questione ha qualche fondamento, tuttavia chi contesta Absolute resolve (è questo il nome che gli alti comandi hanno dato alla missione), dimentica che gli Stati Uniti, così come altri Paesi, nel passato hanno spesso ignorato il diritto internazionale, agendo con la forza quando conveniva. Non parlo delle operazioni in Afghanistan o in Iraq, che furono reazioni più o meno conseguenti ad atti di terrorismo o a minacce di aggressione. Penso all’invasione di Panama, che i marines americani portarono a compimento a ridosso del Natale del 1989. All’epoca alla Casa Bianca c’era George Bush senior che, da capo della Cia, aveva a lungo collaborato con il generale che comandava Panama, ma questo non gli impedì di inviare 27 mila soldati che occuparono gli snodi principali del Paese e arrestarono Manuel Noriega, il dittatore. Nell’operazione, che si chiamava Just cause (giusta causa), morirono centinaia di persone e anche in quel caso la motivazione usata per “legittimare” l’invasione furono i legami del generale con i cartelli della droga, ma forse anche le alleanze strette con il blocco sovietico e con Cuba e il Nicaragua, cioè con quella parte del mondo che per gli Usa rappresentava l’Impero del male. Rispondeva alle regole del diritto internazionale l’invasione di un Paese sovrano? No. E l’arresto con deportazione e processo in America del leader di Panama? Anche quella era dunque un’operazione illegittima. Ma alla fine, salvo qualche protesta ufficiale, nella sostanza non successe nulla. Un po’ come sta avvenendo con il Venezuela: tante dichiarazioni, nessuna sanzione. Perché il diritto internazionale è insormontabile quando si ha a che fare con i nemici e, soprattutto, con gli Stati deboli, ma è aggirabile se di mezzo ci sono gli amici e, soprattutto, qualche potenza che non si può condannare se non a parole.

Del resto, qualcuno si stupisce per il blitz di Caracas, ma dimentica Odyssey dawn, ovvero Odissea all’alba, il nome dell’operazione con cui Nicolas Sarkozy, alla guida della Francia, mandò i jet francesi a distruggere i carri armati libici. Era il 19 marzo del 2011 e nei Paesi africani che si affacciano sul Mediterraneo si andava diffondendo la cosiddetta Primavera araba. In pratica, la popolazione si ribellava ai tiranni o per lo meno così sembrava dopo la fuga di Ben Alì da Tunisi. In Libia i ribelli sognavano di rovesciare il regime di Muammar Gheddafi, il quale era pronto a reprimere nel sangue la rivoluzione. Ma a Sarkozy, a quanto pare, prudevano le mani: vuoi perché avrebbe voluto eliminare chi aveva finanziato la sua campagna elettorale per diventare presidente della République, vuoi per gli interessi petroliferi che i francesi coltivavano nel Paese. Sta di fatto che i caccia di Parigi colpirono prima ancora che ci fosse il via libera della Coalizione internazionale. In pratica, l’Eliseo trascinò in guerra gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, costringendo anche l’Italia ad appoggiare l’operazione. Era legittimo l’intervento? Credo che ci siano molti dubbi e il primo ad averne è Barack Obama, che pure all’epoca autorizzò i bombardamenti. Si attaccava un regime per sostituirlo con un altro regime. A che titolo? E fino a quanto si può spingere un’alleanza di volenterosi autonominatisi difensori di alcuni principi?

La serie degli interventi militari, ufficialmente avviati a difesa della democrazia e dei valori liberali, è lunga. Ma quasi sempre dietro alle motivazioni usate per giustificare i bombardamenti c’è altro. Si parla di droga, di terrorismo, di diritti umani, ma le ragioni sono meno nobili di come vengono descritte. A volte c’è il petrolio, a volte altre materie prime. In tutti i casi, c’è sempre l’interesse nazionale di chi si atteggia a gendarme del mondo e della democrazia. E viene prima del diritto internazionale.

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Panorama

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