L’instabilità che ci appartiene, in tre opere di Mona Hatoum

  • Postato il 3 febbraio 2026
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Il Quotidiano del Sud
L’instabilità che ci appartiene, in tre opere di Mona Hatoum

Milano, 3 feb. (askanews) – La Cisterna in Fondazione Prada a Milano è uno spazio molto affascinante di per sé, che spesso stimola gli artisti che lo affrontano a trovare soluzioni inattese. Succede anche con Mona Hatoum che con la mostra “Over, under and in between” ha presentato tre diversi lavori, uniti da una sensazione di precarietà e instabilità, che aderisce con inquietante precisione al nostro presente frammentato.”Ho trovato molto interessante – ha detto l’artista ad askanews – il fatto di non essere in un neutro white cube, ma di lavorare in uno spazio con una storia: questo è un luogo industriale, con caratteristiche molto particolari. C’è una certa severità nei suoi muri fatti di un cemento molto solido, che trasmette la sensazione di trovarsi in un bunker: tutto ciò per me è stato molto stimolante”.Il risultato sono tre ambienti caratterizzati da strutture tipiche dell’artista nata a Beirut: la ragnatela di sottili sfere di vetro trasparente del primo ambiente; la mappa del mondo con biglie rosse sul pavimento del secondo e infine la griglia, che nel terzo blocco della Cisterna, prende la forma di una installazione monumentale, ma in un certo senso minata dall’interno dalla sua stessa impossibilità di ordine e certezza.”Nel mil lavoro – ha aggiunto Mona Hatoum – io non faccio dichiarazioni dirette né mando specifici messaggi, ma mi piace esplorare le caratteristiche dei materiali per suggerire dei sentimenti che, quando il visitatore si trova di fronte all’opera, inizialmente provocano un’interazione fisica, poi, dopo, possono magari indurre a pensare a ciò che questo lavoro potrebbe implicare. Si tratta di un’attività esperienziale: ti avvicini allo spazio, ti fai affascinare dai materiali e, a quel punto, cominci a chiederti quale potrebbe essere il significato”.In tutti i tre lavori c’è una sensazione di semplicità che appare più come un bisogno, una sorta di urgenza, che può specchiarsi nel disorientamento di fronte a una realtà sempre più instabile e sempre meno comprensibile. Ma ogni opera contiene un’anima ambivalente, mostra un aspetto, ma poi ne suggerisce anche l’opposto, in una rincorsa complessa e senza risposte definitive che, a suo modo, una volta che si prova a decodificare l’esperienza, ci offre per lo meno una suggestione anti ideologica su come possiamo provare a stare in questo mondo che, come direbbe lo scrittore Benjamin Labatut, abbiamo smesso di capire. (Leonardo Merlini)

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