Tuttiquotidiani e completamente gratuito. Ogni giorno aggreghiamo notizie da oltre 100 testate e generiamo sintesi AI originali per te. Aiutaci a mantenere il servizio attivo con una piccola donazione, oppure diventa TQ Pro da solo 1€/mese.

L’Europa sta perdendo la guerra sui droni low cost. Ed è un problema

  • Postato il 5 aprile 2026
  • Di Panorama
  • 0 Visualizzazioni
L’Europa sta perdendo la guerra sui droni low cost. Ed è un problema

Che cosa succederebbe se un Paese europeo fosse colpito da uno sciame di droni kamikaze? Piccoli velivoli senza pilota che puntano su aeroporti, centrali elettriche, stazioni radar, nodi ferroviari, e li mettono fuori uso con una serie di esplosioni mirate. L’aggressore spenderebbe poche decine di migliaia di euro per ogni drone, mentre il Paese colpito sarebbe costretto a reagire lanciando intercettori da centinaia di migliaia, se non milioni di euro l’uno.

Nel giro di poche ore il bilancio non si misurerebbe solo in danni materiali, ma in un rapporto costi benefici che penderebbe pericolosamente dalla parte di chi attacca. Le guerre in Ucraina e in Medio Oriente hanno già mostrato quanto questa asimmetria sia concreta. Piccoli droni low cost riescono a distruggere infrastrutture che valgono milioni, costringendo chi si difende a consumare in pochi giorni scorte di missili accumulate in anni e mettendo in crisi la «profondità» dei magazzini militari.

La nuova grammatica dei conflitti asimmetrici

È la nuova grammatica dei conflitti: chi può permettersi di perdere centinaia di droni da poche migliaia di euro rischia di logorare chi deve difendere cieli e infrastrutture con arsenali molto più costosi e lenti da ricostituire. In Ucraina il campo di battaglia è diventato un laboratorio a cielo aperto. Gli ucraini hanno trasformato droni da corsa e quadricotteri commerciali in armi Fpv, «first person view», droni pilotati guardando in diretta la telecamera di bordo. Si tratta di piattaforme da 400-500 euro capaci di colpire carri armati, postazioni di artiglieria, veicoli logistici da milioni di euro.

Accanto agli Fpv si sono imposte le «munizioni circuitanti»: droni kamikaze che possono restare in volo sopra una zona di operazioni per diversi minuti, o anche ore, in attesa del bersaglio giusto, per poi tuffarsi ed esplodere. Non sono più semplici proiettili, ma armi intelligenti: se il bersaglio sparisce, l’operatore può cambiare obiettivo o annullare l’attacco fino all’ultimo secondo. Nel caso dell’Iran il messaggio è simile, ma la filosofia diversa. Teheran ha puntato sui droni kamikaze Shahed, mezzi relativamente semplici, guidati soprattutto da Gps e sistemi inerziali, che volano verso coordinate pre programmate.

Il ritardo dell’Europa e il rapporto Euiss

Quando l’Iran e i suoi alleati hanno lanciato centinaia di droni e missili contro obiettivi in Medio Oriente, i Paesi chiamati a difendersi li hanno intercettati, ma hanno bruciato un numero impressionante di missili antiaerei di fascia alta. È in questo contesto che Stati Uniti, Cina, Taiwan, Israele e naturalmente Ucraina, stanno investendo massicciamente in droni d’attacco. Non solo nei grandi velivoli senza pilota, ma soprattutto nelle piattaforme «usa e getta» a basso costo, capaci di saturare le difese.

L’Europa non è ferma, ma arriva in ritardo. Un rapporto dell’Eu Institute for security studies sottolinea che gli eserciti del Vecchio continente dispongono di pochi droni armati e quasi nessuna massa di munizioni circuitanti «usa e getta» paragonabile a quella russa o ucraina. In molti casi le forze armate dei Paesi membri hanno puntato su pochi sistemi di alta gamma, adatti alla lotta al terrorismo o a missioni di sorveglianza, più che a reggere un conflitto di logoramento contro sciami di droni kamikaze.

Leonardo e la sfida della produzione nazionale

L’Italia gioca una partita particolare. Da un lato c’è Leonardo, il campione nazionale dell’aerospazio e difesa: forte nei droni da sorveglianza come Falco Xplorer e Falco Evo, nei mini droni tattici da ricognizione portati nello zaino dai soldati, e tra i protagonisti del programma Eurodrone. Il cuore del suo business resta però l’alta tecnologia: sensori, radar, sistemi di comando e controllo e soluzioni anti drone di fascia alta. Sul fronte dei droni killer low cost, Leonardo è presente più tramite alleanze che con prodotti propri.

La strada statunitense passa attraverso Leonardo Drs, che integra e commercializza le munizioni circuitanti Hero sviluppate dall’israeliana Uvision. Accanto a Leonardo c’è Rwm Italia, controllata di Rheinmetall, che in Sardegna produce tra l’altro munizioni della famiglia Hero per il mercato europeo. La sfida, però, resta il ritmo: se un aggressore decidesse di colpire infrastrutture europee con sciami di droni low cost, il continente oggi non avrebbe né le scorte né la capacità di rimpiazzo rapido necessarie per reggere a lungo. Il rischio è di ripetere, nei droni, la storia dell’auto: siamo bravissimi a costruire le «Bmw dei droni», ma se non impariamo a fare anche le «auto del popolo» finiremo per difendere l’Europa con pezzi unici, mentre gli altri la attaccheranno in serie.

Autore
Panorama

Potrebbero anche piacerti