L’esordio distratto della poetessa sarda Giuliana Pala. L’intervista

  • Postato il 18 gennaio 2026
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Se qualcuno dirà che stride, che rabbia
che suona come un corno del tutto diverso
diremo che i magici sono in fondo dei bastardi
ma che per sorriso portano visioni oscene
e domandano perdono con frequenza e assiduità
un cavallo non è sempre un cavallo, il bianco non è solo un colore:
pallido un cavallo arranca, e di colpo diviene luna.

C’è un modo di fare poesia che in un certo senso è più lieve, più limpido di altri. E di solito, quando questo accade, si tratta di una voce che ha da dire la propria in modo candido e personale anche nel maneggiare canoni millenari. Il testo di cui parliamo sembra contenere in sé questo modo, non con intenzione ma per non sapere fare altrimenti. Un “esordio distratto”, lo definisce infatti la sua stessa autrice – eppure è il lettore che si ritrova senza scampo a inciamparci sopra.

Chi è la poetessa Giuliana Pala

Giuliana Pala nasce a Oristano nel 1997. Consegue la Laurea Magistrale in Italianistica, presso l’Università di Bologna. Nel 2022 vince il premio Esordi di Pordenonelegge e nello stesso anno lavora come assistente e lettrice per la Georg-August Università di Gottinga. È tra i membri fondatori del progetto Lo Spazio Letterario. Attualmente vive e lavora a Bologna. La sua prima raccolta di poesie si chiama Lunari (ExCogita, 2025). Ne parliamo in questa intervista.

L’esordio distratto della poetessa sarda Giuliana Pala. L’intervista
Giuliana Pala, Lunari, ExCogita, 2025

Intervista a Giuliana Pala

Giuliana, di questo esordio (atteso con curiosità, dopo la vittoria a Pordenonelegge 2022 della silloge Lunario) si sta parlando parecchio sulle riviste di settore; tu come la stai vivendo? Nel tuo sentire, credi di essere riuscita a, come direbbe Vanni Santoni, “esordire bene” e quanta importanza aveva per te farlo?
È una cosa nuova. La vivo in movimento, su e giù, a volte da vicino, a volte da lontano, come una novità buona ma non familiare. Secondo me, per “esordire bene” bisogna sapere con certezza che esordire è possibile. Dopodiché si può pensare a “esordire bene” o dirsi: bene, male, così così. Quando penso a Lunari mi viene sempre in mente un libro di Kate Chopin che si intitola Il risveglio. Non lo conoscevo, è stato ripubblicato quest’anno per Einaudi ed è stato una bella scoperta. Nell’introduzione Anna Nadotti racconta di come Natalia Ginzburg sia stata una delle prime autrici e critiche a recensirlo. E cosa ne diceva? Diceva che era un libro distratto, o meglio, un libro che dalla distrazione provava ad arrivare all’attenzione. Ecco! Quando rileggo Lunari mi dico sempre «un esordio un pelo distratto, Giuliana!». Mi piace però pensare che chi è distratto è solo attento a qualcos’altro, risveglia altre cose e col tempo ho imparato che distrarsi nella scrittura, come nella vita, ha dei piccoli poteri buoni, irripetibili, e mi stanno bene così.

La silloge vincitrice a Pordenonelegge si chiamava Lunario e già somigliava molto nei contenuti a questo tuo esordio. Che fine ha fatto il singolare del titolo? Cos’è stato, in questo caso, a farsi plurale?
Il titolo in origine era al singolare, è vero. In principio questo senso di chiusura, questa piccola grande (o) mi piaceva, mi sembrava che rispettasse le sezioni, il funzionamento complessivo del libro. Tuttavia, tra la scrittura di Lunario e la sua pubblicazione cartacea sono passati diversi anni, quattro o cinque, e per molti di questi il libretto è rimasto in pausa. Solo dopo, col tempo, lavorando all’editing con Riccardo Innocenti e Fabrizio Miliucci (sempre ringrazio!) ho aggiunto la sezione che mancava nella silloge di Pordenone, ho intervallato le sezioni con altri testi e aggiunto il materiale fotografico raccolto. L’eterogeneità è di colpo aumentata e il plurale è venuto da sé. Cosa è dunque plurale? Quasi tutto. I materiali, le sezioni, la lingua e i registri, le gradazioni di realtà, gli aiutanti. Era un libretto più aperto che chiuso, un poco una staffetta, non direi un libro plurale, quanto differenziale. 

Il tuo Lunari si serve di quattro immagini fotografiche raffiguranti S’archittu, una località situata sulla costa ovest della Sardegna. Anche nei versi ritorna spesso, soprattutto all’inizio: “quindici metri” che è l’altezza esatta dell’arco di roccia, “baia lunare”, “paesaggio orizzontale” (come del resto orizzontale è tutta la struttura dell’opera). Che ruolo ha avuto questo posto nella genesi di un immaginario così favolesco e preciso?
Nella nota finale a L’occhio del monaco Cees Noteboom a propositivo del paesaggio del libro scrive che non si tratta di un’isola precisa ma che il libro non sarebbe mai esistito senza quell’isola precisa. Il paesaggio in Lunari funziona pressoché nello stesso modo: non è solo quello ma senza quello non sarebbe potuto esistere. S’archittu è uno dei miei posti preferiti in Sardegna. Per quanto mi riguarda è un posto molto strano, non ha molto di normale. C’è poi da dire che quando lo guardo penso sempre che sia un luogo abitatissimo. C’è chi lo attraversa a nuoto o in kayak, c’è chi si lancia dalla cima con capriole rocambolesche, c’è chi ci corre sopra, c’è chi lo scala da giù fin su e chi fa lo stesso percorso ma al contrario. Come dicevo, è abitatissimo. Mi viene in mente l’immagine classica di Gulliver, quella in cui c’è lui disteso con tutti gli omini sopra, ciascuno a fare il suo, quasi come se fosse quest’omone a creare il paesaggio, i gesti, i pensieri, e lo facesse così: a pancia in su, afferrato. Era dunque un poco un Gulliver, qualcosa da cui partiva tutto, il paesaggio, i gesti, l’immaginazione, qualcosa attraverso il quale visitare altri mondi.

A un tratto, più o meno a metà libro, la suggestione cambia e prende connotati onirici, dichiarati già (per esempio) dal titolo del capitolo Somnium. Cos’è successo qua all’io lirico? Non siamo più nella realtà – ammesso che ci siamo mai stati?
È vero, a metà del libro molte cose iniziano a cambiare. Non ero troppo presa dalla costruzione cosciente dell’io lirico quando scrivevo, quel che c’era era forse una ricerca della figura dubitante. Questo sì, mi faceva curiosità, mi teneva sulle spine. Mi chiedevo: come fa chi dubita? Come si muove? Qual è la lingua di chi dubita? È stabile o instabile? Che bene e che male ci fa stare nel dubbio? Che strategie adottiamo? L’io lirico che intravedo nel libro è questo. Nel farlo è venuto fuori qualcuno che non sa stare fermo, che per pensare senza farsi troppo male si deve muovere, cambiare sempre tutto. L’ultima sezione, Somnium, nasceva da un libretto di Keplero a cui ho rubato il titolo. In questo libro lui immagina come gli uomini appaiano visti dalla Luna, descrive pianeti, strategie, modi di sopravvivenza e soprattutto trapassi. È considerato come uno dei primi romanzi di fantascienza, ma non sono ferratissima. In Somnium l’io, in compagnia di altri, prova a trapassare in un’altra dimensione, quella in cui la realtà e il vero non hanno più così tanta importanza. Nell’accogliere il dubbio qualcosa si scioglie, per esempio qualcuno appare: una famiglia, un Uomo Bianco, arrivano persone familiari, persino pesci.

Quali sono i modelli cui fai riferimento nella tua scrittura? Sono prevalentemente autrici e autori di poesia o c’è spazio per dell’altro, tra le tue ispirazioni?
In Lunari ho avuto modelli di riferimento disparati: alcuni personali, scelti o casuali, altri suggeriti e altri ancora universitari. Questo credo che sia interessante: molti esordi degli ultimi anni risentono di letture universitarie precise, o meglio corsi monografici specifici, annate di accademia. Per me un suggerimento accademico fondativo è stato Il giro di vite di Henry James. Mi colpisce come fa apparire gli oggetti e le figure nello spazio, ma apprezzo soprattutto il suo modo di stare e far stare chi legge nel dubbio, quasi fosse una località sospesa, un tipo di stato mentale, una forma di paesaggio. Un altro autore fondamentale e che fa parte invece dei miracoli suggeriti dagli amici è stato Cees Noteboom. La raccolta intitolata L’occhio del monaco è stata una scoperta pazzesca e rimane, insieme a uno o due album dei Foals e al paesaggio sardo, la genesi dell’immaginario. Infine, una lettura scelta ma casuale è stata invece Rosmarie Waldrop, La riproduzione dei profili nello specifico. Waldrop ha un modo di scrivere prose brevi che è rischiosissimo. È rischiosa perché scrive molto semplice, ma un semplice strano, qualche volta sembra ingenua, altre volte brillante. A volte ne parlo con le amiche e non riusciamo a decidere se dopo un poco stucchi o ci devasti, fa su e giù come uno yo-yo, però mi sembra una cosa che sa fare solo lei, e come diceva un vecchio manuale di latino: forse quella che sembra una mancanza, è solo una scelta voluta.

Ti vedo seduto a farti morto sulla riva a morire bianco per far vedere
che te ne vai prima
e che io alla fine devo farti le preghiere, l’acqua mi bagna e sono sola in
questo luogo così tanto aperto
fammi strada da queste parti, per queste zolle azzurre che non sanno
di mondo
per questa forma che ha oggi il pianeta così vicina così limpida al bianco
incontro quattro pesci e aspetto l’Uomo Bianco, Dio arriva sempre
dall’Altra parte (Giuliana Pala).


Maria Oppo

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Artribune

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