L'epatite A in Campania e la politica vaccinale lungimirante della Puglia

  • Postato il 24 marzo 2026
  • Di Il Foglio
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L'epatite A in Campania e la politica vaccinale lungimirante della Puglia

La Campania è al centro della cronaca sanitaria per l’aumento dei casi di epatite A registrato nelle prime settimane del 2026. Il 19 marzo la Regione ha comunicato che al 18 marzo i casi dall’inizio dell’anno erano 133 e ha disposto un rafforzamento dei controlli lungo l’intera filiera dei molluschi bivalvi. Il 21 marzo ha aggiunto l’ampliamento dell’offerta vaccinale gratuita anti-HAV per personale sanitario e sociosanitario, operatori della filiera alimentare, pazienti fragili, popolazione pediatrica esposta al rischio epidemiologico e persone venute a contatto con i casi.

Questo ritorno dell’epatite A in Campania riporta in primo piano una delle grandi aree italiane di circolazione del virus. Un bollettino SEIEVA dell’Istituto Superiore di Sanità ricorda che il picco epidemico più rilevante dell’intera serie storica si verificò nel 1997 proprio in Puglia e Campania, associato al consumo di frutti di mare, con un’incidenza salita fino a 19 casi per 100.000 abitanti.

La Puglia, dopo quella stagione epidemica, adottò una politica vaccinale lungimirante. Nel 1998 introdusse la vaccinazione gratuita contro l’epatite A per i bambini di 15-18 mesi e per gli adolescenti di 12 anni. Come ricordato in un successivo bollettino Cdc, nel periodo precedente al programma, tra il 1989 e il 1997, l’incidenza annuale regionale oscillava fra 4,3 e 139,8 casi per 100.000, con una media annua di 49,5. Gli autori di quel bollettino ricordano inoltre due grandi epidemie pugliesi, una nel 1992 e una nel 1996-1997. Nei nove anni successivi all’avvio del programma, dal 1998 al 2006, l’incidenza scese da 22,8 a 0,7 per 100.000, e dal 2002 rimase sotto 2,8 per 100.000, quindi al di sotto del resto d’Italia. Nello stesso studio si legge anche che la copertura vaccinale dei bambini di 15-18 mesi restò sotto il 20 per cento, mentre negli adolescenti raggiunse il 65 per cento al terzo anno e poi si collocò fra il 57 per cento e il 72 per cento. Gli autori dimostrano inoltre che, a parte le misure sulla vaccinazione, in Puglia non furono introdotte altre misure preventive alternative capaci da sole di spiegare il controllo della malattia, riconducendo quindi il successo nella profilassi principalmente al vaccino.

Un follow-up pubblicato nel 2012 mostra bene il punto decisivo: la riduzione dell’epatite A pugliese procede nonostante il consumo di frutti di mare crudi, tradizione regionale be nota, non cala. Tra il 1998 e il 2009 l’incidenza regionale passò da 14,8 a 0,8 per 100.000; nel 2001 si osservò ancora un picco a 8,1, poi dal 2002 la curva riprese a scendere fino al minimo di 0,3 nel 2006, restando da allora ogni anno sotto il dato nazionale. Nello stesso studio, tra i casi del 2008-2009, l’85 per cento riferiva consumo di molluschi e l’80 per cento consumo di molluschi crudi; gli autori scrivono esplicitamente che il consumo di molluschi rimaneva allora il principale fattore di rischio. La sieroepidemiologia trovò inoltre un’elevata suscettibilità all’HAV nei bambini e negli adulti fino a 30 anni, nell’ordine del 65 per cento-70 per cento.

La Campania, negli stessi anni, scelse una linea diversa. Nel Piano regionale delle vaccinazioni del 2004 la Regione descriveva l’epatite A come ancora rilevante nel Mezzogiorno e indicava la Puglia come regione a più alta incidenza, con 10,8 casi per 100.000, seguita dalla Campania con 6,7 contro 2,6 dell’Italia. Nello stesso documento, leggiamo che “In corso di epidemia, secondo l’esperienza pugliese, l’estensione a tutta la popolazione della vaccinazione porterebbe a un arresto della progressione dell’infezione. Tuttavia al momento attuale non sembra sostenibile l’ipotesi di vaccinare tutti i bambini di una popolazione (vaccinazione universale). La prevenzione della diffusione dell’infezione è affidata primariamente all’eliminazione dei fattori di rischio e delle cause dell’infezione, attraverso processi di controllo della produzione e del consumo di alimenti in genere e dei molluschi in particolare, alla depurazione delle acque e al miglioramento delle condizioni igienico-ambientali, riservando l’immunoprofilassi per la prevenzione dell’infezione nei soggetti a rischio.” La prevenzione campana veniva quindi affidata primariamente all’eliminazione dei fattori di rischio e delle cause dell’infezione, attraverso il controllo della produzione e del consumo degli alimenti, con attenzione specifica ai molluschi, la depurazione delle acque, il miglioramento delle condizioni igienico-ambientali e la riserva dell’immunoprofilassi ai soggetti a rischio o ai contatti in corso di epidemia.

Gli eventi successivi mostrano bene la differenza fra le due traiettorie. Nella primavera del 2004 EpiCentro segnalava già che in Campania, tra gennaio e aprile, erano stati riportati 421 casi e che la situazione si configurava come un’epidemia; un lavoro epidemiologico e virologico pubblicato successivamente registrò poi 882 casi tra il 1° gennaio e il 1° agosto 2004, con una curva a più picchi distanziati di 4-5 settimane. L’indagine caso-controllo indicò con forza il consumo di molluschi come sorgente più probabile dell’infezione, in particolare quando i prodotti venivano mantenuti in acqua di mare prima della vendita e consumati crudi.

Messe una accanto all’altra, Puglia e Campania raccontano due modi diversi di affrontare lo stesso problema. In entrambe le regioni il consumo di molluschi crudi o poco cotti è stato e resta un fattore epidemiologico importante. In Puglia, dopo l’introduzione del programma vaccinale del 1998, l’incidenza crolla e resta bassa pur continuando a comparire, nei casi residui, lo stesso profilo di esposizione alimentare. In Campania, dove la strategia è rimasta a lungo centrata soprattutto sul controllo igienico-ambientale e sulla vaccinazione selettiva, il problema ha continuato a riemergere con ondate epidemiche successive.

Ovviamente, bisogna rifiutare ipotesi troppo semplicistiche: è chiaro che anche il miglioramento delle condizioni sanitarie e la riduzione della circolazione ambientale del virus sono importanti. Ma il confronto fra Campania e Puglia è istruttivo: la vaccinazione regionale ha inciso davvero, e lo ha fatto in una popolazione in cui il consumo di frutti di mare crudi è rimasto un elemento epidemiologicamente riconoscibile.

La Campania, ma anche il resto dell’Italia, prendano esempio: abbiamo una regione dove le cose funzionano meglio, ormai da decenni, ed è ora di imitarla tutti.

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Autore
Il Foglio

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