Leone XIV in Medio Oriente contro guerra e divisione: “Questo viaggio è un messaggio di unità e pace”

  • Postato il 27 novembre 2025
  • Di Panorama
  • 2 Visualizzazioni

Esiste un luogo in Turchia dove, millesettecento anni fa, si decise cosa significa essere cristiani. Si chiama Nicea – oggi Iznik – ed è la città dove nel 325 i vescovi di tutto il mondo allora conosciuto si riunirono per scrivere il Credo. Quelle parole che ancora oggi, ogni domenica, milioni di fedeli pronunciano nelle chiese di ogni continente.

Leone XIV parte da qui per il suo primo viaggio apostolico. Non è una scelta casuale. Tornare a Nicea significa tornare all’essenza, a ciò che unisce tutti i cristiani prima delle divisioni. È un gesto simbolico potente, una mano tesa verso gli ortodossi, benché questi siano profondamente divisi tra loro, con il Patriarcato di Costantinopoli e quello di Mosca che si fronteggiano, purtroppo, in una guerra silenziosa che ha il suo epicentro in Ucraina.

Un mondo diviso

La disputa teologica sul “Filioque”, la dottrina secondo cui lo Spirito Santo procede sia dal Padre che dal Figlio, ha più di mille anni, e si oppone alla dottrina ortodossa secondo la quale lo Spirito Santo procede unicamente dal Padre (monopatrismo). Ma ciò che davvero ha spaccato la cristianità è stata la questione del primato del Papa. Senza quell’autorità unificante, le Chiese orientali si sono frantumate in chiese nazionali, spesso sottomesse al potere politico. Basta guardare oggi alla Chiesa ortodossa russa, così strettamente legata al governo di Putin, per capire le conseguenze di quella rottura antica.

In Turchia il Papa vedrà anche qualcos’altro: la fine di un mondo. Costantinopoli fu la capitale splendente dell’Impero romano d’oriente per più di mille anni. Una metropoli cristiana che dominava dai Balcani all’Egitto, dalla Siria al Caucaso. Poi arrivarono gli arabi, infine i turchi. E nel, 1453 Costantinopoli cadde in un bagno di sangue.

Un excursus storico

Il cardinale Bessarione lanciò l’allarme: questi “ferocissimi barbari” minacciano l’Italia, l’Europa intera. E infatti gli ottomani ci provarono, più volte, a conquistare il continente. Furono fermati solo nel 1683 sotto le mura di Vienna, quando una coalizione europea respinse definitivamente l’invasione.

L’Impero ottomano sopravvisse fino alla Prima guerra mondiale. E proprio in quegli anni accadde l’orrore: circa due milioni di armeni massacrati in quello che Papa Francesco, nel 2015, ha definito “il primo genocidio del XX secolo”. Parole che provocarono uno scontro diplomatico con la Turchia, che ancora oggi nega quella definizione.

Oggi, in questa terra di antica cristianità, i cattolici sono ridotti a pochissime unità. Erdogan ha impresso una forte islamizzazione al Paese, simboleggiata dalla trasformazione di Santa Sofia, splendida cattedrale costantiniana, in moschea. Vivere da cristiani qui è diventato difficile.

La tappa in Libano

La seconda tappa del viaggio pontificio è il Libano, altro frammento prezioso della cristianità orientale. Nato tra il 1943 e il 1945, era l’unico Paese del Medio Oriente a maggioranza cristiana. Lo chiamavano “Svizzera del Medio Oriente” per la sua prosperità e apertura all’Occidente.

Poi, attorno al 1967, l’Organizzazione per la liberazione della Palestina spostò lì la sua base. Il Libano divenne un campo di battaglia. Nel 1975 scoppiò una guerra civile che durò quindici anni, devastando l’economia e provocando un esodo di massa, soprattutto di cristiani. Oggi la popolazione musulmana è maggioritaria, e i cristiani lottano ogni giorno per la sopravvivenza.

Il cristianesimo che resiste

Eppure, il cristianesimo resiste. In una nazione grande come l’Abruzzo con gli abitanti del Veneto, i cattolici sono meno di due milioni. Ma gestiscono oltre mille parrocchie, settecento scuole, ventitré ospedali, decine di centri per anziani, orfanotrofi, consultori. Una rete capillare che tiene insieme un tessuto sociale fragile, che previene la guerra civile offrendo educazione, cura, speranza.

Questa presenza cattolica suscita ammirazione anche tra i non cristiani. E dimostra che una forte identità cristiana può essere benefica per tutti, non solo per i credenti. È un esempio per il Medio Oriente e non solo.

Leone XIV va in Libano per questo: per sostenere una cristianità che resiste coraggiosamente, che non si arrende, che costruisce ponti invece di muri. Un viaggio che guarda al passato per capire il presente, e guarda al presente per costruire il futuro.

Autore
Panorama

Potrebbero anche piacerti