Le maschere liguri del carnevale protagoniste a Venezia grazie a Unpli e alle Pro Loco

  • Postato il 11 febbraio 2026
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  • Di Il Vostro Giornale
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Vecchia Loano maschere

Liguria. Le maschere liguri del carnevale protagoniste a Venezia. E’ possibile grazie all’impegno di Unpli Liguria, che ha fortemente voluto portare nel cuore del carnevale veneziano un’ampia e qualificata rappresentanza delle maschere tradizionali liguri, autentica espressione della storia, della cultura e dell’identità dei territori.

Un risultato reso possibile anche grazie al prezioso supporto della Pro Loco di Boissano e della Pro Loco di Castiglione Chiavarese, il cui contributo organizzativo e collaborativo ha permesso di raggiungere un traguardo di grande valore culturale e simbolico. Tutto il consiglio di Unpli Liguria è “onorato e felice di portare la Liguria a Venezia con una grande rappresentativa di maschere tipiche liguri”.

Nobili e popolani, improbabili capitani di ventura e squattrinati dandy del Settecento, capocomici e attrici della Commedia dell’Arte e persino orologi viventi usciti dalle mura di un borgo antico. E poi pettegoli impenitenti che tra uno scherzo e l’altro dicono la verità, oppure gli emigranti tornati dalle Americhe per sposare la figlia di Re Carnevale. Quello stesso Re, mezzo pescatore e mezzo contadino che in un’altra località riceve le chiavi della città dal sindaco e per un mese intero decide (in bene) le sorti dei suoi compaesani. C’è tutto un mondo di storia e tradizioni nei personaggi che la Liguria e i suoi Carnevali portano in trasferta a Venezia.

Si parte da Genova, un microcosmo a sé che dalla Commedia dell’Arte ci porta ai palazzi nobili della Superba alle ricche campagne dell’entroterra. Ecco Capitan Spaventa da Valle Inferno, ex soldato diventato capocomico della Compagnia dei Gelosi che mette in scena gesta immaginarie, una sorta di Don Chisciotte in salsa ligure. Uno dei personaggi più celebri della Commedia, con la sua prosopopea spagnolesca, inventato dal capocomico ed ex soldato Francesco Andreini, e adottato da Genova tra Sei e Ottocento grazie ai testi teatrali del cobile e commediografo Anton Giulio Brignole Sale. Colui che scriveva “Ci sono pochi luoghi in Italia dove il Carnevale si festeggi come a Genova”.

Con Capitan Spaventa entrano in scena le primedonne Isabella e Vittoria, l’avaro Pantalone il Magnifico (personaggio onnipresente nelle compagnie itineranti di fine Cinquecento), il Giovane Innamorato, la contessa madre sempre pronta al pettegolezzo.

Tra le altre maschere dei Carnevali genovesi troviamo poi il Marcheise e la Marcheisa, caricature dei nobili del Settecento eredi delle antiche ricchezze della città dei mercanti e dei nobili.

E poi Paisan e Paisann-a, due contadini delle vallate che circondano Genova con i loro abiti setteottocenteschi, gli attrezzi del mestiere e le astuzie di una vita a contatto con la natura e i compaesani più smaliziati. Geppin è vestito alla foggia del contadino del sei e del Settecento. La Nena (Maddalena) indossa abiti a colori sgargianti come la contadina di cento anni fa.

Poi c’è “O Megu”, il medico, che cerca di impressionare il popolo declamando a destra e sinistra le sue imprese chirurgiche, dando consigli tra i più strampalati per eventuali cure, e, almeno come maschera, circolava portando sottobraccio un enorme siringa per clisteri, detta “lavativo”.

E sempre dal passato di Genova arriva O Scio Reginna, dandy di metà Settecento, forse un nobile spiantato amante del vino e degli sproloqui recitati (e mal sopportati dai concittadini) tra le osterie e i carruggi della città vecchia.

Spostandoci a Ponente ecco a Savona Re Cicciolin con la sua corte: ideato dal pittore Romeo Bevilacqua negli anni Cinquanta come maschera dell’arte della ceramica, incarna i pregi e i difetti della gente della sua città, a cominciare dal nome, diminutivo dell’epiteto “Cicciollo” affibbiato ai savonesi per deridere il loro piatto povero a base di interiora di maiale. Un po’ marinaio, un po’ uomo di terra, per un mese intero “comanda” Savona al posto del sindaco.

Loano, che il Carnevale lo festeggiava già nel Cinquecento con i principi Doria, porta i suoi personaggi a metà tra storia e sberleffo. Ecco Beciancin armato di innaffiatoio, implacabile persecutore delle coppiette che si appartano nei giardini, ecco Pue Pepin, re del Carnevale con l’abito ispirato alla Torre dell’Orologio del borgo, ecco Capitan Fracassa, alter ego di Capitan Spaventa, spadaccino senza macchia e senza paura (e senza vergogna per le frottole che racconta sulle sue imprese farlocche) ecco la principessa Doria Del Carretto, feudataria del borgo.

Sull’altro versante della Liguria approdiamo al confine con la Toscana, alla Spezia troviamo un’altra maschera della tradizione contadina: Batistòn, marito di Maìa la figlia di Re Carnevale. E’ la rivisitazione di un personaggio realmente esistito a metà dell’Ottocento e diventato l’archetipo del popolano estroverso ma anche poco affidabile: un esempio da non imitare. Nella tradizione spezzina antica il re Carlevà Morente (prima di finire bruciato alla vigilia della Quaresima) lasciava un testamento alla cittadinanza: inizialmente era soltanto un elenco di oggetti, ma in seguito si trasformò nell’”elenco delle grazie”, cioè una serie di consigli per la popolazione, a sua volta mutato in satira di costume: è l’origine di una canzonetta irriverente diventata popolarissima in città. Quando sulla scena comparirà Batiston (rientrato dalle Americhe dove era emigrato in cerca di fortuna e a quel punto diventato genero di Re Carlevà) sarà proprio lui a dare lettura del testamento del re alla gente provocando risate e sberleffi nel più schietto stile popolaresco.

Autore
Il Vostro Giornale

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