L’arco delle crisi, il Mediterraneo allargato secondo l’Intelligence italiana

  • Postato il 4 marzo 2026
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  • Di Formiche
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La sicurezza nazionale non si difende più, o non soltanto, sui confini fisici, ma si proietta lungo le invisibili, turbolente linee di faglia tra Mediterraneo, Medio Oriente e Indo-Mediterraneo. È questo l’assunto di base, netto e privo di edulcorazioni, che emerge dalla Relazione Annuale 2026 dell’Intelligence italiana, presentata oggi a Roma. In un ecosistema globale dominato dalla competizione tra grandi potenze e da conflittualità anche “sotto soglia”, il cosiddetto “Fianco Sud” dell’Europa si conferma un quadrante ad altissima volatilità e imprevedibilità.

Un quadro che appare oggi ancora più attuale alla luce dell’escalation militare degli ultimi giorni tra Stati Uniti, Israele e Iran, con un conflitto che dal Golfo Persico si estende fino al Levante e al Mediterraneo orientale, contribuendo ad ampliare ulteriormente quello che gli analisti – che hanno preparato la relazione ben prima dell’inizio dell’attacco di Usa e Israele contro l’Iran, di quattro giorni fa – definiscono l’“arco delle crisi” dell’Indo-Mediterraneo.

In questo contesto di crescente instabilità, l’intensa iniziativa diplomatica e di coordinamento interno attivata in questi giorni diventa la naturale conseguenza operativa di una valutazione complessiva che l’intelligence aveva già preparato.

Il nodo iraniano e la tutela dei choke points globali

È proprio guardando al Golfo che si comprende la reale magnitudo della sfida per la deterrenza occidentale. Il 2025 aveva già segnato uno spartiacque con la cosiddetta “Guerra dei 12 Giorni”, la campagna militare condotta da Stati Uniti e Israele contro il programma nucleare iraniano.

Gli sviluppi degli ultimi giorni hanno tuttavia portato lo scontro su una scala ancora più ampia. Raid congiunti statunitensi e israeliani hanno colpito obiettivi militari e infrastrutture strategiche all’interno della Repubblica Islamica, culminando nell’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei e nell’elezione del figlio Mojtaba come suo successore sotto l’egida delle Guardie Rivoluzionarie. La risposta di Teheran si è rapidamente estesa oltre i confini iraniani, con attacchi e operazioni di rappresaglia che hanno colpito infrastrutture e installazioni statunitensi e alleate in diversi Paesi del Golfo, contribuendo a trasformare il confronto in una crisi regionale aperta.

In questa cornice di accesa competizione, le valutazioni nella Relazione sono un elemento di situation awareness determinante. La perdurante minaccia posta dalle milizie yemenite Houthi nel Mar Rosso non è per esempio derubricabile a crisi locale, ma assume i contorni di un attacco sistemico alla libertà di navigazione e alle catene di approvvigionamento globali che potrebbe iniziare a ripetersi già nel prossimo futuro. La sicurezza marittima lungo il corridoio energetico che passa dallo Stretto di Hormuz è già messa sotto pressione dalla rappresaglia degli ayatollah. Per l’Italia, nazione a spiccata vocazione manifatturiera e marittima, la tutela di questi choke points energetici e commerciali è vitale. L’intelligence valuta che l’impiego degli assetti navali militari nazionali già presenti nelle missioni internazionali in area non rappresenta, dunque, solo una risposta tattica contingente, ma un preciso imperativo strategico a difesa del commercio euro-atlantico.

Sulla base del messaggio pubblico che il comparto dei servizi fa uscire con la Relazione, non sorprende quindi come il governo italiano stia monitorando con particolare attenzione e continuità l’evoluzione del conflitto. Tant’è che ieri la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha riunito a Palazzo Chigi i principali ministri competenti insieme ai vertici di aziende energetiche strategiche, come Eni e Snam, per valutare possibili ripercussioni sui mercati dell’energia e sulla sicurezza delle forniture. Parallelamente, la diplomazia italiana ha intensificato i contatti con i principali attori del Golfo – dall’Arabia Saudita agli Emirati Arabi Uniti, dal Qatar al Kuwait – oltre che con partner europei e istituzioni dell’Unione, nel tentativo di contenere l’escalation e preservare la stabilità delle rotte energetiche e commerciali che collegano il Medio Oriente al Mediterraneo.

Il Levante, un’architettura precaria

L’arco geostrategico che attraversa la guerra in corso è già stato fotografato dall’analisi dei servizi come critico, in bilico, impegnato a metabolizzare i violenti shock degli anni passati nel tentativo di forgiare una nuova architettura di stabilità.

A Gaza, valutano gli 007 italiani, a seguito del “Piano di Pace di Sharm El Sheikh”, il focus operativo si è spostato sulla complessa governance transitoria e sulla ricostruzione materiale della Striscia; processi vincolati a un nodo ineludibile: il disarmo di Hamas, presupposto per garantire la sicurezza di Israele.

Specularmente, in Libano, la tregua raggiunta nel novembre 2024 lungo la Blue Line appare strutturalmente precaria. Per la valutazione dell’intelligence, il contenimento capacitivo di Hezbollah e la necessaria riorganizzazione securitaria in vista del prospettato ritiro della missione Unifil (previsto per il dicembre 2026) rappresentano test cruciali per la tenuta della regione.

Gli equilibri lungo il fronte libanese sono tuttavia tornati a deteriorarsi nelle ultime ore. Dopo la ripresa degli attacchi di Hezbollah contro Israele nel quadro dell’escalation regionale con l’Iran, le forze israeliane hanno intensificato i raid su Beirut e avviato una limitata offensiva terrestre nel sud del Libano con l’obiettivo dichiarato di creare una zona cuscinetto tra le milizie filo-iraniane e le comunità israeliane nel nord del Paese. Secondo le Nazioni Unite, i combattimenti hanno già provocato lo sfollamento di circa 30.000 persone, mentre la missione Unifil ha avviato l’evacuazione del personale non essenziale. Ulteriore pressione sull’arco della crisi.

Non meno complessa appare la partita siriana: con la fine dell’era Assad, il neocostituito Governo Transitorio di Damasco si trova a gestire un’eredità titanica. Secondo la relazione, dovrà disinnescare le storiche conflittualità settarie, fronteggiare una potenziale recrudescenza silente di Daesh e gettare le basi infrastrutturali per un eventuale, faticoso rientro dei rifugiati.

Il Sahel e l’espansionismo di Mosca: un vuoto da colmare in Africa

Spostandosi più al centro del Mediterraneo, il comparto mostra come la Libia resti l’hub logistico nevralgico per le crisi migratorie – ormai cristallizzata in un “sistema di crisi interconnesse” governato da fazioni rivali e ingerenze esterne. Ma è più a sud che si consuma un allarmante riassetto strategico. L’asse formato da Mali, Burkina Faso e Niger registra un marcato arretramento dell’influenza e della presenza militare occidentale.

A riempire questo vuoto è la Russia, che attraverso lo schieramento dell’Afrika Corps ha consolidato la propria penetrazione regionale. In questo scacchiere, l’eccezione – rilevante per il peso diplomatico di Roma – è rappresentata dalla tenuta della missione italiana Msin. La generale ritirata occidentale ha tuttavia un costo altissimo in termini di sicurezza: il Comparto registra una violenta recrudescenza del terrorismo jihadista, guidato dai franchise di Al-Qaida (JNIM) e dello Stato Islamico.

Una miscela esplosiva che, saldandosi con le endemiche crisi macroeconomiche di Paesi rivieraschi come Tunisia ed Egitto e con i dirompenti tassi di crescita demografica africana (youth bulge), rischia di innescare nuove, massicce ondate migratorie verso il Mediterraneo Centrale. Più in generale, quelle analizzate nella Relazione rappresentano pressioni pressoché strutturali per la strategia italiana in Africa, nota come “Piano Mattei”.

Oltre la logica emergenziale

La lettura del documento elaborato dai Servizi restituisce l’immagine di un’Italia chiamata a esercitare un ruolo di stabilizzatore proattivo. In quello che Meloni definisce sempre più spesso il “Mediterraneo Globale”, non esistono più crisi isolate o periferiche.

L’interconnessione tra le dinamiche saheliane, le ambizioni di proiezione iraniane, la pressione geoeconomica e la competizione tra grandi potenze impone all’intero blocco euro-atlantico una postura che abbandoni la logica emergenziale, abbracciando una visione politica, industriale e securitaria di lungo periodo.

Autore
Formiche

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