L’archiviazione di Bellini per la strage di Firenze: “Legami con destra eversiva? Zero riscontri”. Ma li ha confessati lui
- Postato il 2 aprile 2025
- Giustizia
- Di Il Fatto Quotidiano
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Non ci sono riscontri che certificano i legami tra Paolo Bellini e la destra eversiva. È anche con questa incredibile motivazione che è stata archiviata l’inchiesta sull’ex nero, indagato per la strage di via dei Georgofili. E pazienza se è stato lo stesso Bellini a raccontare di aver fatto parte di Avanguardia nazionale, formazione golpista e neofascista, fondata da Stefano Delle Chiaie. Noto con lo pseudonimo di “primula nera“, pilota di aerei e trafficante di opere d’arte con la falsa identità di Roberto da Silva, killer della ‘ndrangheta ma pure sedicente infiltrato in Cosa Nostra per conto dei carabinieri, i legami di Bellini con la destra eversiva sono stati ricostruiti dall’ultimo processo sulla strage di Bologna. Per la bomba alla stazione del 2 agosto 1980 l’ex militante di estrema destra è stato condannato in appello all’ergastolo ed è in attesa che la Cassazione fissi l’udienza per discutere il suo caso.
La richiesta d’archiviazione – Ancora indagato a Caltanissetta per la strage di Capaci, Bellini si è liberato di una contestazione ingombrante come quella relativa alla strage di via dei Georgofili. Il giudice per le indagini preliminari di Firenze, Antonio Pezzuti, ha accolto la richiesta d’archiviazione della procura, competente per le indagini sulle cosiddette “bombe continentali” di Cosa Nostra. In pratica a Bellini veniva contestato di aver istigato i vertici della mafia a colpire il patrimonio artistico e monumentale del Paese. Ecco perchè i boss piazzarono un Fiat Fiorino imbottito di esplosivo a due passi dagli Uffizi, la notte del 27 maggio 1993: morirono cinque persone, comprese una bambina di nove anni e una neonata di 50 giorni. Secondo l’ufficio inquirente guidato da Filippo Spiezia, che tornerà presto a lavorare a Eurojust dopo meno di due anni nel capoluogo toscano, la posizione di Bellini era da archiviare: come prevede la riforma di Marta Cartabia, infatti, non c’erano abbastanza elementi per prevedere la condanna dell’indagato.
Il decreto del gip – Da segnalare che alle parti offese non è stata comunicata la richiesta di archiviazione avanzata dalla procura, come previsto dall’articolo 408 del codice di Procedura penale. Il gip Pezzuti, recentemente nominato presidente del tribunale di Firenze, era in ogni caso d’accordo con la richiesta. “Le ragioni addotte dal pm nell’istanza sono pienamente condivisibili e da intendersi qui integralmente trascritte in merito alla insussistenza degli elementi soggettivi del reato ipotizzato”, si legge nel breve decreto d’archiviazione depositato il 25 febbraio. Oltre alle motivazioni della procura, però, il giudice ha deciso di archiviare Bellini anche perché ha “preso atto della radicale divergenza tra quanto riferito da La Barbera e da Brusca rispetto a quanto detto dal Bellini”. Il riferimento è alla frase che – secondo i collaboratori di giustizia – Bellini avrebbe riferito a Nino Gioè: “Cosa accadrebbe se sparisse la Torre di Pisa?”. Una frase che Bellini ha negato di aver pronunciato, accreditandola invece allo stesso Gioè. Che però non può replicare, dato che è morto impiccato nel carcere di Rebibbia nel luglio 1993, in circostanze ancora oggi misteriose.
Le motivazioni di Bologna – In assenza di un confronto tra i pentiti Giovanni Brusca e Gioacchino La Barbera, è comprensibile che l’indagine su Bellini venga archiviata. Nel decreto, però, il gip spiega di aver accolto la richiesta dei pm anche dopo aver preso atto “dell’assoluta mancanza di riscontri circa i legami tra Bellini e la destra eversiva“. Un’affermazione che è stata smentita praticamente dallo stesso Bellini. Anche se nega di aver avuto un ruolo attivo nelle stragi, infatti, l’ex primula nera è autore di tutta una serie di dichiarazioni relative alle sue esperienze tra estremisti di destra, uomini dei servizi, paramilitari sudamericani e portoghesi. “La partecipazione alla destra eversiva di Paolo Bellini è stata ammessa da quest’ultimo, avendo più volte confessato il suo inserimento nella formazione eversiva di Avanguardia nazionale a partire dagli anni ’70”, scrivono i giudici della corte d’Assise d’Appello di Bologna, motivando la condanna all’ergastolo per la strage del 2 agosto 1980.
Le ammissioni di Bellini – In 420 pagine il presidente Alberto Pederiali e il consigliere estensore Domenico Stigliano ricordano le dichiarazioni principali messe a verbale dall’imputato durante cinque interrogatori, sostenuti tra il 2005 e il 2006 davanti all’autorità giudiziaria di Firenze e di Reggio Emilia. Bellini racconta di essere entrato in Avanguardia nazionale nei primi anni ’70 su incarico di suo padre (a sua volta incaricato dal senatore del Msi Franco Mariani) e poi “per sincera adesione ideologica“. Per ottenere la fiducia degli altri camerati, l’imputato ha raccontato di aver ucciso Alceste Campanile, giovane militante di Lotta Continua. Quell’assassinio, sostiene sempre Bellini, fu ordinato dall’organizzazione fondata da Delle Chiaie perchè “data la situazione politica del momento, in quella situazione serviva per alimentare un clima di tensione, serviva per destabilizzare l’ordinamento democratico“. Insomma: un omicidio compiuto da un’organizzazione di estrema destra per motivi evidentemente eversivi. I giudici lo scrivono chiaramente: “È certa (da tempo) non solo l’esistenza di stabili contatti – anteriori e posteriori alla sua latitanza – tra Paolo Bellini e diversi esponenti della destra eversiva, ma anche la sicura esistenza di contatti e la conoscenza tra Paolo Bellini e Gilberto Cavallini”. Quest’ultimo è stato recentemente condannato all’ergastolo in via definitiva per la strage di Bologna, mentre sulla condanna dell’ex esponente di Avanguardia nazionale la Suprema corte si esprimerà nei prossimi mesi: i legali hanno depositato ricorso il 19 febbraio scorso.
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