L’apparato di sicurezza iraniano non è all’altezza della minaccia israeliana. Teti spiega perché
- Postato il 11 gennaio 2026
- Esteri
- Di Formiche
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La competizione strategica tra la Repubblica islamica dell’Iran e Israele rappresenta uno dei fronti più complessi e opachi dell’attuale sistema internazionale. Nel corso del 2025 questa competizione ha mostrato un elemento nuovo: la progressiva esposizione delle debolezze strutturali dell’apparato di intelligence iraniano. Non si tratta di singoli fallimenti operativi, ma di una crisi sistemica che coinvolge architettura organizzativa, cultura analitica, integrazione tecnologica e rapporto tra potere politico e comunità informativa. In questo quadro, le ammissioni provenienti da ex vertici dei Guardiani della Rivoluzione Islamica assumono un valore politico e strategico di primaria importanza.
L’architettura storica dell’intelligence iraniana
L’intelligence iraniana nasce come strumento di sopravvivenza del regime rivoluzionario, poichè, dopo il 1979, la priorità assoluta è stata la protezione del nuovo ordine politico-religioso, in un contesto di minacce interne ed esterne percepite come esistenziali. La guerra Iran-Iraq ha ulteriormente rafforzato questo modello securitario, prioritariamente centrato sulla difesa interna e sul controllo politico. Il risultato è un sistema frammentato, composto dal Ministero dell’Informazione e della Sicurezza (Vevak), anche conosciuto come Savama, istituito nel 1984 come successore della Savak, il famigerato servizio segreto del regime dello Scià, e dall’apparato informativo dei Pasdaran, caratterizzato da sovrapposizioni di competenze e rivalità strutturali.
La coesistenza di più apparati informativi ha prodotto una complessa competizione permanente per risorse, influenza e accesso al decisore politico. In assenza di un vero centro di fusione delle informazioni, la conoscenza resta compartimentata, limitando la capacità di costruire quadri analitici complessivi. Questo problema emerge con particolare forza quando la minaccia richiede rapidità decisionale e integrazione multidominio, come nel caso delle operazioni israeliane.
Israele come avversario sistemico
Contrariamente a quanto si possa pensare, Israele non rappresenta è un nemico convenzionale per Teheran, bensì un attore dotato di una delle architetture di intelligence più avanzate al mondo, capace di integrare Humint, Sigint, Cyber Intelligence, spazio e analisi predittiva in un’unica e ben strutturata catena decisionale. Questa integrazione consente a Israele di operare con precisione chirurgica, riducendo il tempo tra informazione, decisione e azione. L’Iran, al contrario, mostra una struttura più lenta e compartimentata. Gli attacchi a infrastrutture sensibili, le eliminazioni mirate di figure chiave e le operazioni cyber attribuite a Israele, soprattutto in questi ultimi anni, dimostrano una profonda conoscenza del sistema iraniano.
Dal 2002, il Mossad ha adottato un’impostazione offensiva colpendo infrastrutture, rallentando le collaborazioni esterne di Teheran e influenzando le agende diplomatiche occidentali. Ma soprattutto grazie alle attività di Humint che il Mossad è riuscito a reclutare personale all’interno del regime e nelle sue periferie, compresi membri dei Pasdaran e appartenenti a minoranze etniche, come arabi iraniani e baluci, sfruttando contatti all’estero e in missioni ufficiali. Tutto ciò evidenzia falle gravi nel controspionaggio di Teheran, nella protezione degli asset e soprattutto nella sicurezza delle comunicazioni. Ogni operazione condotta da Tel Avivi che ha successo rafforza la percezione di vulnerabilità e mina la deterrenza iraniana.
Nei giorni scorsi, il caso di Ali Ardestani, un uomo condannato a morte dalla Corte Suprema iraniana con l’accusa di “spionaggio” per il Mossad, ne è una chiara dimostrazione. Accusato di aver inviato immagini e filmati da determinati luoghi in Iran e informazioni su determinati obiettivi ai servizi segreti israeliani, lo stesso Ardestani avrebbe confessato di aver intrecciato legami con agenti del Mossad all’interno e all’esterno del Paese e di aver ricevuto una ricompensa di un milione di dollari e un visto per la Gran Bretagna. Lo stesso Mossad qualche giorno fa aveva lanciato un appello ai manifestanti iraniani invitandoli ad intensificare le proteste in essere nel Paese.
Il confronto del 13 giugno 2025, che ha prodotto massicci attacchi aerei a sorpresa contro infrastrutture nucleari, basi militari e aree residenziali in territorio iraniano, rappresenta un vero a proprio spartiacque. In dodici giorni Israele ha dimostrato superiorità informativa e capacità di colpire obiettivi strategici. L’Iran ha reagito in modo frammentato, evidenziando ritardi decisionali e carenze di preavviso. Secondo fonti interne, l’intelligence non è riuscita a prevedere né la tempistica né l’ampiezza delle operazioni israeliane.
Dimensione tecnologica e Cyber Intelligence
La competizione informativa contemporanea si gioca sempre più sul terreno tecnologico. L’Iran ha sviluppato capacità cyber, ma spesso in modo offensivo e disorganico. Manca una reale integrazione tra cyber-intelligence, intelligence tradizionale e decisore politico. Israele, al contrario, ha costruito un ecosistema digitale all’interno del quale la tecnologia e l’analisi sono pienamente integrate. Il vero paradosso iraniano risiede nell’enorme investimento nel controllo interno. Per decenni l’intelligence è stata uno strumento di repressione e sorveglianza domestica, un orintamento che ha fortemente inciso sulla riduzione della capacità di affrontare minacce esterne complesse. La crisi attuale che sta attraversando il Paese dimostra i limiti di un modello centrato esclusivamente sulla stabilità interna. Va evidenziato che le debolezze dell’intelligence producono conseguenze anche sul piano militare, poiché la sottovalutazione del disagio sociale ed economico della popolazione iraniana va attribuita anche alle forze armate, inclusi i Pasdaran (Guardie della Rivoluzione) e la polizia, che svolgono un ruolo cruciale nel controllo sociale, reprimendo manifestazioni, monitorando la popolazione e mantenendo l’ordine interno.
Conclusioni
Le crepe dell’intelligence iraniana non sono contingenti, ma strutturali, poiché esse riflettono un sistema concepito per il controllo interno più che per la competizione strategica esterna. Se in teoria, una soluzione potrebbe essere quella di una riforma strutturale e profonda, attraverso l’integrazione degli apparati, investimenti in analisi predittiva e formazione avanzata del personale, in pratica, tale riorganizzazione si scontrerebbe inevitabilmente con equilibri di potere interni e con la storica diffidenza ideologica iraniana verso modelli esterni. Il futuro della sicurezza iraniana dipenderà dalla capacità di trasformare le ammissioni di fallimento in riforme reali.