Lamezia, don Giacomo Panizza e il progetto Intrecci
- Postato il 9 febbraio 2026
- Campo Rom Scordovillo
- Di Quotidiano del Sud
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Il Quotidiano del Sud
Lamezia, don Giacomo Panizza e il progetto Intrecci

Non solo case, ma un nuovo modo di vivere Lamezia. Don Giacomo Panizza racconta il progetto “Intrecci”. Così la bonifica di Scordovillo passa attraverso l’ascolto, il lavoro e l’integrazione reale
LAMEZIA TERME – Un percorso non solo per assegnare case ai rom residenti nel campo di Scordovillo, che da oltre 40 anni (dal 1982) vivono nelle baracche nel più assoluto degrado (fra rifiuti di ogni genere) in uno dei campi rom più grandi del Mezzogiorno, adiacente all’ospedale. Falliti i tanti tentativi, ora è iniziato un nuovo percorso per dare dignità a circa 400 persone, fra cui molti bambini. I residenti in località Scordovillo, nel mese di marzo 2011, erano 528, per un totale di 136 nuclei familiari. Alla data del 25 ottobre 2013, erano presenti 388 cittadini in 101 nuclei familiari, con una riduzione di 140 cittadini e di 35 nuclei familiari. Ora sono più di 400. Per smantellare Scordovillo, quindi, è fondamentale trovare prima una soluzione abitativa per chi vive nella baraccopoli.
DON GIACOMO PANNIZZA, SCORDOVILLO, IL SUPERAMENTO DEL CAMPO ROM
«Ma il concetto non deve essere quello di costruire nuove case, bensì utilizzare l’esistente, anche attraverso ristrutturazioni. È qui dovrò fare un buono lavoro l’Aterp» dice don Giacomo Panizza.
Nell’ambito del progetto “Inclusione e integrazione dei cittadini di origine rom residenti nel Comune di Lamezia Terme”, infatti, sono impegnate, undici enti con capofila la Comunità Progetto Sud di Lamezia fondata da don Giacomo Panizza. “Intrecci – Abitiamo il Lametino” è il progetto finanziato con fondi Por Calabria, sostenuto dalla Regione Calabria con la prefettura di Catanzaro e l’Aterp, che ha già emanato dei bandi per privati che vogliono vendere case per i rom di Scordovillo.
IL PROGETTO INTRECCI PER SCORDOVILLO
Con “Abitiamo il Lametino” la Comunità Progetto Sud da tempo ha iniziato l’attività con l’Ats (Associazione temporanea di imprese) composta dalla Cooperativa InRete, Ciarapanì, Donne e Futuro, Arci Lamezia – Vibo, TeatroP, I Vacantusi, Consorzio Nova, Consorzio Idee in Rete, International Culture Foundation, Fondazione Trame.
«Una rete – spiega ancora don Panizza – che rappresenta uno dei pilastri del progetto e che prova a tenere insieme visione e operatività evitando la frammentazione che troppo spesso indebolisce gli interventi sociali».
Come?
«Andando da loro, a Scordovillo, come già si sta facendo, parlare con loro, capire i loro problemi e quali sono le loro esigenze».
Insomma si cambia approccio?
«Esattamente. Anche perchè loro hanno paura visto il pregiudizio verso di loro e per loro la paura significa difendersi».
Don Giacomo Panizza, da dove deriva il nome del progetto “Intrecci – Abitiamo il Lametino”?
«Non è un nome a caso ma che racconta un’idea di città come tessuto vivo, fatto di fili diversi che si incontrano senza annullarsi. Un’idea di abitare che non è solo spazio fisico, ma appartenenza, relazione, responsabilità reciproca. In una fase storica in cui il tema Scordovillo torna ciclicamente al centro del dibattito pubblico, questo progetto prova a cambiare prospettiva. Meno annunci, più azioni tangibili».
Il 2 febbraio scorso in tal senso si è svolto un incontro pubblico nell’ambito del progetto “Inclusione e integrazione dei cittadini di origine rom residenti nel Comune di Lamezia Terme”. Perché la necessità di questo incontro?
«Per coinvolgere la città, cercare di spiegare, anche insieme all’Aterp e ai mediatori culturali, cioè gente che vive e ha vissuto a Scordovillo, il nuovo percorso che prova ad affrontare quella condizione in modo strutturato e condiviso, mettendo al centro le persone e la possibilità concreta di costruire prospettive diverse. Un lavoro paziente e condiviso, non una risposta emergenziale, che attraversa la città, i quartieri, le istituzioni e le relazioni quotidiane, mettendo al centro la dignità delle persone e il diritto a una vita piena».
Come?
«Un’attenzione particolare sarà dedicata al ruolo del territorio e delle reti locali nel rendere concreti i percorsi avviati, individuando sistemazioni adeguate e distribuite nei quartieri come passaggio fondamentale per accompagnare i processi di integrazione e trasformare l’emergenza in progetto».
Don Giacomo Panizza, in questo senso cercare di impegnarli in attività lavorative, e non solo, sarà determinante?
«Il percorso integra accompagnamento sociale, percorsi educativi e supporto scolastico, laboratori culturali e partecipativi, sostegno all’autonomia economica e al lavoro, promozione della partecipazione civica e valorizzazione della cultura e della memoria rom».
DA INTRECCI AL PROGETTO CHE NAUFRAGò
Una grande occasione persa, in particolare, è stata quella del 2014 quando il Consiglio comunale approvò il progetto “Le tre chiavi di Ciaiò” (finanziato dal ministero dell’Interno per quasi 3 milioni di euro) proposto dalla Giunta Speranza con la delibera di Giunta datata settembre 2012 e il successivo accordo sottoscritto a Roma nell’ottobre del 2013. Il tutto scattò dopo l’ordinanza di sgombero della Procura (marzo 2011). La giunta comunale guidata da Gianni Speranza, aveva infatti approvato la proposta di deliberazione sul progetto Pon Sicurezza “Le tre chiavi di Ciaiò”, che prevedeva la realizzazione di 28 alloggi per i nuclei familiari rom in moduli abitativi prefabbricati organizzati in micro-aree su terreni dell’amministrazione comunale.
LE TRE CHIAVI DI CIAIò E LA GROSSA OCCASIONE PERSA
Era stata anche presentata l’individuazione delle aree nelle quali collocare i moduli e la eventuale conseguente variante del Prg. Gli Uffici comunali avevano realizzato un censimento analitico delle potenziali aree di proprietà dell’amministrazione comunale nelle quali collocare gli alloggi temporanei. Le aree e le strutture individuate erano dislocate in tutto il territorio comunale: località Ospedale; Palazzo della Cultura; via delle Ginestre; Case sparse Talarico; Pian del Duca, località Pilli, via dei Sanniti; Fornagi; La Brace area sedime fabbricato demolito; Lenza-Viscardi. In ognuna di queste aree avrebbero dovuto trovare alloggio da un minimo di una famiglia a un massimo di tre.
COSA PREVEDEVA IL PIANO
Il Piano era ancora in corso di esecuzione e prevedeva, inoltre, la realizzazione, in via degli uliveti su un terreno confiscato alla mafia, di 20 alloggi (poi occupati abusivamente da giugno 2015 da cittadini “italiani”) grazie al Programma regionale di edilizia residenziale pubblica, e di 5 alloggi in moduli prefabbricati a valere sui fondi Fas. Nei nuovi 28 alloggi temporanei in case prefabbricate dovevano essere trasferiti altrettanti nuclei familiari, per un totale stimato di altri 104 cittadini. La realizzazione del progetto “Le Tre Chiavi di Ciaiò” avrebbe portato il numero dei residenti a Scordovillo ad un numero stimato di 184 cittadini e 50 nuclei familiari.
IL FINANZIAMENTO IN FUMO
Poi il nulla e il finanziamento andò in fumo. E nel 2015 l’allora sindaco Mascaro annunciò che in 100 giorni avrebbe risolto il problema. Nel 2017 – sempre l’amministrazione Mascaro annunciò l’istituzione di un ufficio speciale per seguire la realizzazione di alcuni progetti per sgomberare il campo di Scordovillo entro il 2020. Ma sono rimaste solo le parole. Intanto, nell’ambito del nuovo progetto, dopo che il Governo due anni fa ha nominato il Generale Vadalà commissario unico per la bonifica dell’area esterna a Scordovillo, alla prefettura di Catanzaro si è costituita da alcune settimane una Cabina di Regia, istituita per monitorare le fasi del complesso processo di bonifica del sito e di delocalizzazione dei nuclei familiari residenti. Diversi gli incontri che si sono tenuti della Cabina di Regia., l’ultimo nei giorni scorsi alla Cittadella regionale.
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