La tragedia di Trieste, madre uccide il suo bambino di nove anni, una ferita al cuore della nostra umanità

  • Postato il 30 novembre 2025
  • Cronaca
  • Di Blitz
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La tragedia di Trieste, dove una madre ha tolto la vita al proprio bambino di nove anni, ci attraversa come un gelo improvviso. Non è solo una notizia. È una ferita al cuore della nostra umanità, ha scritto Maria Rita Parsi sul Giorno.

Perché quando una madre distrugge ciò che di più sacro la vita le ha affidato, non è soltanto un crimine: è il segnale definitivo di un dolore chenon abbiamo saputo ascoltare. Dietro a un gesto cosìestremo c’è sempre una lunga discesa nell’ombra. Una madre non nasce carnefice: ci diventa quando la sua psicheimplode sotto il peso di solitudini non viste, di fallimentipercepiti come incolmabili, di paure che crescono come erbacce nel silenzio.
Esistono depressioni profonde, psicosilatenti, stati dissociativi che confondono il confine tra ciòche è reale e ciò che è temuto. In quella distorsionementale, il figlio può trasformarsi tragicamentenell’immagine del proprio tormento o in un essere da “salvare” da minacce inesistenti. È la follia del dolore, non la volontà. A far da sfondo, spesso, ci sono relazionispezzate, conflitti esasperati, assenze che diventanovoragini. Il ruolo materno si sgretola. La donna non si sente più madre, più capace, più viva. Si percepisce come un guscio vuoto, mentre dentro cresce un’urgenza distruttivache, se non intercettata, diventa irreparabile. E il bambino, come sempre, è il primo a cadere quando il mondo degli adulti crolla e travolge I figli  per le odiose rappresaglie contro  i partners e il sociale.
Questa
tragedia non ci chiede giudizio, ma responsabilità. Ci chiede di smettere di pensare che la sofferenza mentalesia un fatto privato. Ci chiede reti di sostegno,  comunità e professionisti che sanno soprattutto essere preventivamenteoperativi e in grado di ascoltare e di diagnosticare  l’orroreprima   che la disperazione si trasformi in follia.

Perché ogni gesto estremo è un grido che non abbiamo sentito. E ogni bambino che muore per mano di chi avrebbe dovutoproteggerlo è una sconfitta collettiva, una colpa condivisaladdove inascoltata è stata anche la paura espressa dal bambino stesso che non voleva vedere o stare con la madre soprattutto se da solo.  Solo così potremo davveroproteggerli: le madri, i padri, e soprattutto loro, i bambini. Perché il futuro, quello vero, nasce sempre dal modo in cui ci prendiamo cura della salute mentale di adulti la cui fragilità e follia , se adeguatamente e preventivamentedignosticata, non permette loro di scaricare vilmente sui figli abusi.violenze, vendette  dalle quali la loro mente è posseduta.

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Autore
Blitz

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