La startup di un fisico italiano ha raccolto 60 milioni di euro per costruire reattori a fusione nucleare
- Postato il 27 gennaio 2026
- Innovation
- Di Forbes Italia
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Contenuto tratto dal numero di gennaio 2026 di Forbes Italia. Abbonati!
Il progetto di Francesco Volpe può sembrare paradossale: cambiare il mondo dell’energia con un’idea di 75 anni fa. Nel 1950 un fisico di Princeton, Lyman Spitzer, pensò a una macchina chiamata stellarator, che usava campi magnetici per produrre e sostenere una reazione di fusione nucleare controllata. A partire da quel concetto Volpe, con la sua Renaissance Fusion, vuole “ricreare una stella sulla Terra”, cioè produrre energia con un reattore basato sullo stesso processo fisico che alimenta il Sole. Dal punto di vista pratico, l’intenzione è “realizzare una specie di grande ciambella con dentro un gas molto caldo, magnetizzato da campi molto più intensi di quelli impiegati per le risonanze magnetiche”. Da quello commerciale, è “costruire una macchina che tutti i grandi distributori di energia, come l’Enel in Italia, vorranno comprare”.
Che cos’è la fusione nucleare
La fusione nucleare è l’opposto della fissione, su cui si basano i reattori atomici tradizionali. In natura avviene nel centro delle stelle: a partire da due atomi di idrogeno, produce un atomo di elio e libera energia. Nel Sole avviene in condizioni di pressione e temperatura — 10-15 milioni di gradi — così alte da permettere agli atomi di idrogeno di vincere le forze di repulsione tra i nuclei che, di norma, tengono la materia separata. Per ottenerla sulla Terra bisogna portare un gas a temperature ancora più alte, nell’ordine dei 100 milioni di gradi, e renderlo un plasma, il quarto stato della materia.
La sfida, per Renaissance e le altre startup del settore, non è ottenere la fusione: un fisico australiano, Mark Oliphant, ci riuscì già nel 1932. Il problema è che, fino a oggi, nessuno è riuscito a costruire un impianto a fusione capace di produrre più energia di quella necessaria per accenderlo e farlo funzionare.
Riuscirci significherebbe raggiungere quello che, con poca originalità, viene spesso definito il Sacro Graal dell’energia. La fusione usa come combustibili il deuterio, un isotopo dell’idrogeno che si trova in abbondanza nell’acqua di mare, e il trizio, un altro isotopo dell’idrogeno che si ricava dal litio. Risorse pressoché inesauribili e sempre disponibili, a differenza, per esempio, del sole e del vento. Piccole quantità sono sufficienti a produrre molta energia: “Il deuterio contenuto in una bottiglia d’acqua e il litio contenuto in una roccia delle dimensioni di un pugno”, spiega Volpe, “possono dare energia a una famiglia per un anno”. La fusione non provoca emissioni di CO2 e, a differenza della fissione, non produce scorie radioattive a lungo termine. E la natura del processo impedisce le reazioni a catena incontrollate che hanno provocato incidenti come quello di Chernobyl.
Chi è Francesco Volpe
Volpe ha in testa la fusione fin da quando, a 16 anni, lesse il libro Materia e antimateria di Ginestra Giovene, fisica e divulgatrice che negli anni ‘30 frequentò Enrico Fermi e l’ambiente di via Panisperna. Si iscrisse a fisica all’università di Pisa e continuò con un dottorato a Greifswald, in Germania. Qui lavorò a uno stellarator sperimentale all’Istituto per la Fisica del Plasma della Società Max Planck, una delle maggiori istituzioni scientifiche d’Europa. Si trasferì in Inghilterra, poi negli Stati Uniti. È stato professore alla Columbia University ed è rimasto in ambito accademico fino a quando, racconta, non ha avuto “l’impressione che tutto avvenisse in modo troppo lento. Avevo idee ambiziose, forse troppo rischiose per la ricerca accademica, più adatte a una startup”.
Da qui la decisione di iscriversi a un Mba e poi, nel 2020, di fondare Renaissance Fusion assieme a Martin Kupp, economista dell’Escp di Parigi. “Volevamo unire il meglio del mondo accademico e di quello delle startup, dell’Europa e dell’America”, dice Volpe. Il nome vuole “richiamare gli ideali di eclettismo e poliedricità del Rinascimento. Nella ricerca, a volte, si dimentica il pensiero creativo, che è utile nella scienza come nell’arte”. Renaissance ha sede a Grenoble e ha raccolto più di 60 milioni di euro. Conta di chiudere a breve un nuovo round da 70 milioni. Ha superato i 100 dipendenti e conta di raddoppiarli entro la fine del 2026.
La tecnologia
Volpe, che ha ceduto da poco il ruolo di amministratore delegato al francese Sam Guillaumé per diventare direttore tecnologico, ha scelto di puntare sugli stellarator dopo avere lavorato a molte soluzioni proposte per i reattori a fusione. La più conosciuta è il tokamak — acronimo di un’espressione russa che significa ‘camera toroidale con spire magnetiche’ —. Lo idearono, sempre negli anni ‘50, gli scienziati sovietici Andrej Sacharov e Igor Tamm. Stellarator e tokamak usano lo stesso combustibile e funzionano a temperature simili. “La differenza è che il tokamak ha la forma di una ciambella semplice, e quindi è più facile da costruire”, spiega Volpe. “Il suo limite è quello di essere un dispositivo che produce energia in modo intermittente, per impulsi della durata massima di qualche minuto. Lo stellarator, invece, può funzionare in modo continuo per molte ore. Lo svantaggio è che la forma e i magneti sono molto più complicati”.
Renaissance Fusion vuole risolvere il problema “disaccoppiando la complessità della fisica e la semplicità dell’ingegneria”. Costruire, insomma, una macchina complicata con componenti semplici. “La prima semplificazione è nella produzione dei magneti: non li costruiamo uno per volta, ma li stampiamo. Depositiamo un materiale apposito, chiamato Hts (high-temperature superconductor, superconduttore ad alta temperatura), e disegniamo le strutture con un laser. Così risparmiamo tempo e materiali”. Per Volpe, è una svolta “paragonabile al passaggio dai singoli transistor ai circuiti integrati, che ha permesso di inserire miliardi di transistor in un telefono”. Poi c’è un accorgimento per limitare la radioattività: “Circondiamo la nostra stella con uno strato di metallo liquido, che assorbe i neutroni liberati dalla reazione”.
La funzione delle due innovazioni non è solo tecnica. “Gran parte delle aziende che lavorano alla fusione nucleare — incluse alcune che partono da concetti tecnologici diversi dal nostro — avranno bisogno di Hts e metalli liquidi. Vogliamo vendere loro il magnete basato su Hts e la soluzione basata sul metallo liquido. Lo scopo è controllare la filiera”. Solo in un secondo momento l’obiettivo commerciale diventerà “vendere centrali” ai grandi operatori energetici e, ancora più avanti, produrre e vendere direttamente elettricità.
Quanto manca al primo reattore a fusione
Nella pratica, il piano industriale di Renaissance prevede di costruire a breve un piccolo modulo “per dimostrare che, su piccola scala, siamo già capaci di far funzionare la tecnologia”. Il primo reattore dimostrativo è previsto per il prossimo decennio. “Al di là della nostra azienda”, dice Volpe, “la cosa più importante è che l’avvento della fusione è questione di anni, non più di decenni”.
È una tesi sostenuta da molte persone del settore, convinte di poter smentire la vecchia massima secondo cui la fusione è destinata a rimanere per sempre l’energia del futuro. “A dispetto di questo adagio, che circola ancora, la fusione ha fatto progressi enormi tra gli anni ‘50 e gli anni ‘90”, precisa Volpe, che ricorda quando, nel 1997, lesse su una bacheca del centro Enea di Frascati il risultato di un esperimento inglese. “Da una parte fui contento, dall’altra ebbi paura di essere entrato in un settore che aveva ormai quasi completato il suo sviluppo. Temevo che non restassero più grandi scoperte o grandi invenzioni da fare. Invece, subito dopo, il progresso rallentò”.
Lo stallo, secondo Volpe, non aveva cause fisiche o ingegneristiche, ma “politiche, economiche, manageriali e di allocazione dei fondi. Nel tempo, la ricerca sulla fusione è passata da piccoli esperimenti universitari a medi esperimenti nazionali, poi a grandi esperimenti internazionali, infine a una macchina mondiale, chiamata Iter (International Thermonuclear Experimental Reactor), che è uno dei tre esperimenti più costosi della storia della fisica. Ci sono voluti molti anni di negoziati per metterla in piedi”. Ora una nuova accelerazione è avvenuta con “un passaggio di testimone dal settore pubblico a quello privato. I grandi esperimenti pubblici hanno studiato la scienza e dimostrato la fattibilità ingegneristica. Adesso le startup lavorano a reattori che possano funzionare dal punto di vista commerciale”. Con una differenza: “Nell’era del pubblico, i cicli per costruire nuove macchine erano di cinque o dieci anni. Le startup li vogliono ridurre a uno o due”.
Quali sono le aziende della fusione nucleare
Le aziende di cui parla Volpe sono ormai tante e lavorano a diverse tecnologie. Alcune hanno il sostegno di persone tra le più ricche e di aziende tra le più grandi del mondo, attratte da un mercato che nei prossimi anni, secondo diverse società di ricerca, varrà centinaia o migliaia di miliardi di dollari. È il caso, per esempio, di Commonwealth Fusion Systems, nata nel 2018 come spin-off del Mit per lavorare ai tokamak, che ha raccolto quasi 3 miliardi di dollari da investitori come Google, Nvidia, Eni, il finanziere George Soros, Bill Gates di Microsoft e Marc Benioff di Salesforce. Google, assieme al gigante petrolifero Chevron, ha puntato anche sulla californiana Tae Technologies e sulla sua proposta di fusione ‘aneutronica’, che non libera neutroni e dunque elimina quasi del tutto il problema delle radiazioni. SoftBank, Sam Altman di OpenAI, Peter Thiel di Palantir e Dustin Moskovitz di Meta hanno scommesso su Helion Energy, che ha raccolto circa 1 miliardo per lavorare alla fusione ‘magneto-inerziale’ (in estrema sintesi: si imprigiona un combustibile con campi magnetici e lo si comprime rapidamente per portarlo a temperature e pressioni estreme che permettono la fusione). Un altro fisico italiano, Francesco Sciortino, è a capo di Proxima Fusion, una startup con sede a Monaco di Baviera che ha ricevuto 200 milioni di euro per costruire uno stellarator.
Poi c’è il fronte cinese. A marzo la Cnbc scriveva che la spesa per la fusione nucleare del governo di Pechino è di 1,5 miliardi di dollari all’anno: quasi il doppio degli 800 milioni dell’amministrazione americana. E si muovono anche grandi aziende: poche settimane fa, per esempio, Ant Group, braccio finanziario del gruppo Alibaba di Jack Ma, è entrato nel capitale della startup Xeonova.
Gli sbocchi della fusione
Volpe, in realtà, non è convinto che abbia senso parlare della ricerca sulla fusione come di una corsa tra Stati Uniti e Cina. “È un mercato in cui ci sarà abbastanza per tutti e non emergerà un unico vincitore”, dice. “Ci saranno diverse aziende leader, magari una per continente, più tante società minori. Del resto, non c’è un unico fornitore di fotovoltaico o di eolico”. Al contrario, secondo Volpe l’avvento della fusione nucleare potrebbe avere un effetto benefico sulla politica internazionale. “Molte guerre e tensioni sono alimentate o aggravate dalla lotta per risorse come petrolio, gas e uranio. Con la fusione, qualsiasi paese con un po’ d’acqua e un po’ di rocce potrebbe essere indipendente dal punto di vista energetico”.
Poi c’è l’impatto sociale di sviluppi tecnologici che la fusione renderebbe possibili. “Penso alla desalinizzazione dell’acqua, che richiede molta elettricità. Significherebbe rendere disponibile un’enorme quantità di risorse per dissetare esseri umani e irrigare terreni. Oppure all’elettrolisi dell’acqua, cioè la separazione di idrogeno e ossigeno, che sbloccherebbe l’uso dell’idrogeno come carburante. Quando la tecnologia sarà matura, si potrà pensare anche alla cattura dell’anidride carbonica dall’aria”. Alcune applicazioni esistono già. Volpe cita Shine Technologies, un’azienda del Wisconsin che usa la fusione per produrre isotopi radioattivi utili nella diagnostica e nelle terapie contro il cancro.
Il nucleare in Italia
A ottobre Renaissance Fusion ha aperto una filiale in Italia, dove i referendum abrogativi del 1987 hanno portato alla fine del nucleare nel 1990. Di recente qualcosa è cambiato. In primavera è nata Nuclitalia, una joint venture tra Enel, Ansaldo e Leonardo per sviluppare reattori di nuova generazione (a fissione). A ottobre il consiglio dei ministri ha approvato lo schema di un disegno di legge per il ritorno alla produzione nucleare in Italia. La bozza parla di un investimento di 60 milioni di euro in tre anni e l’istituzione di una nuova autorità indipendente per la sicurezza nucleare.
L’associazione con le bombe e con Chernobyl, però, è ancora forte. Il ministro dell’Ambiente e dell’energia, Gilberto Pichetto Fratin, ha ammesso la necessità di “spiegare che cos’è il nuovo nucleare, che non è la bomba atomica”. La bozza del ddl prevede di spendere 7,5 milioni in due anni per campagne di informazione e consultazioni pubbliche. “È un fenomeno simile a quello che vediamo con gli aerei”, dice Volpe. “La notizia di un incidente aereo che uccide 200 o 300 persone sciocca e crea in molti la paura di volare. Ci spaventiamo meno per le decine di migliaia di persone che ogni anno muoiono in auto, perché muoiono poco per volta. Lo stesso accade con il nucleare: ci ricordiamo di incidenti drammatici, benché siano rari, e non pensiamo a tutte le vittime delle emissioni di CO2 o a quelle che potranno provocare le future migrazioni climatiche”.
D’altra parte, continua Volpe, la paura del nucleare “va accettata come un dato di fatto”. L’antidoto è “l’educazione. Smitizzare, spiegare, ascoltare, rispondere. Senza nascondere niente: mi dà fastidio che alcuni colleghi parlino solo di ‘fusione’ e omettano la parola ‘nucleare’. La fusione nucleare è una reazione fisica e va spiegata come tale, senza cercare di confondere. Se proprio bisogna avere paura di una parola, quella parola è ‘radioattivo’, non ‘nucleare’”.
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