La società longeva, un libro di appunti e suggerimenti per cavalcare il cambiamento demografico invece di esserne travolti – L’estratto
- Postato il 6 aprile 2026
- Società
- Di Il Fatto Quotidiano
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L'invecchiamento demografico italiano rappresenta una sfida complessa che richiede una prospettiva innovativa. Anziché considerare la longevità come una crisi inevitabile, il libro di Stefania Bandini propone di trasformarla in opportunità strategica. Ripensando i modelli di lavoro, sviluppando territori intelligenti e integrando tecnologie inclusive, è possibile costruire una società longeva consapevole. La questione centrale non riguarda se invecchieremo, ma quali scelte adotteremo per garantire qualità della vita e sostenibilità economica alle generazioni future.
L’Italia invecchia rapidamente, ma la longevità non è solo un problema: può diventare la chiave per ripensare lavoro, territori e tecnologia, trasformando una crisi demografica in un progetto di innovazione sociale. Perché la domanda non è se diventeremo una società più anziana, ma che tipo di società anziana vogliamo costruire. Stefania Bandini, professoressa ordinaria di Informatica presso l’Università di Milano-Bicocca e Paolo Manfredi, esperto di innovazione e trasformazione dei territori e delle piccole imprese, ne parlano in questi termini in La società longeva, fresco di stampa per Egea.
Ilfattoquotidiano.it ne pubblica qui un estratto curato dagli autori
Il cambiamento demografico è un fenomeno epocale, per molti versi inarrestabile che, come il cambiamento climatico, chiama al doppio movimento di contrastarne l’avanzata e di convivere con gli effetti, intervenendo ad ampio spettro. Le politiche pubbliche e i sistemi territoriali dovrebbero assumere la prospettiva della longevità come orizzonte – l’unico – in grado di mitigare gli effetti della combinazione di invecchiamento, sostituzione demografica debole e spopolamento dei territori più remoti (e di tanta Provincia). Una visione alternativa all’attuale, sostanziale, posticipazione dei problemi, fatta di costosi e inutili balletti, ormai giocati sui mesi, sull’età pensionabile, di progressiva inadeguatezza della spesa sanitaria e conseguente affidamento alle inadeguate reti di cura informali.
Gli ambiti su cui operare sarebbero tantissimi, dall’incentivare la riqualificazione professionale delle persone mature, anche in settori diversi da quelli di provenienza e in direzione della creazione di impresa, al definire obiettivi concreti e misurabili di mitigazione degli sprechi di capitale umano giovanile e femminile; dal riconoscimento e valorizzazione di chi ha dedicato parte della propria vita a prendersi cura di persone non autosufficienti alla riprogettazione dei luoghi in cui le persone più anziane si muovono e operano, per prevenirne il disagio e la fuga.
[…] Le imprese devono superare il lutto per la perdita del mercato del capitale umano come lo abbiamo conosciuto, giovane e abbondante, a cui trasmettere il mestiere plasmando la creta, mentre ora prevalgono la scarsità, la confusione, l’incomunicabilità e la frustrazione reciproca delle aspettative. I numeri ci dicono che quell’abbondanza non tornerà più e che bisognerà ragionare in termini di attrattività di un bene scarso, i giovani, facendo buon viso alla scarsa competitività del nostro mercato del lavoro, unico in Europa con la Grecia ad aver visto negli ultimi anni una diminuzione dei redditi reali.
Un necessario recupero di produttività, a fronte di investimenti non più differibili in tecnologia, potrà lenire la ferita dei lavoratori che non ci sono, ma non esimere le imprese dal ripensare il contratto sociale, non solo economico, con i lavoratori. Una parte fondamentale di questo contratto, oltre a un approccio più aperto e dialogante con i giovani, sarà la gestione e valorizzazione, partendo dalla non discriminazione, delle risorse più mature, già presenti in azienda o nuovi, inediti apprendisti. I quali apprendisti maturi non potranno costare di più alle aziende in ossequio al vecchio modello lineare della pensione presto per tutti, che in alcune aziende raggiungeva lo sconcio delle promozioni premio a tre mesi dalla quiescenza, per pensionarsi come dirigenti a spese della collettività. Assumere lavoratori maturi deve essere una scommessa e un investimento per tutti, aziende, lavoratori, previdenza, e come tale deve essere trattato, anche fiscalmente.
La formazione deve recuperare compostezza, responsabilità e senso di missione, non alternativo alla dimensione del mercato, ma neppure ad essa, o alla burocrazia, esclusivamente sottomessa. Le competenze, la loro gestione e allocazione, e l’attenzione allo sviluppo di talenti e vocazioni saranno in futuro strumenti ancora più fondamentali per determinare sommersi e salvati in un mercato del lavoro caotico e privo di direzioni.
[…] Le persone, i ragazzi, le famiglie, chi è anziano e chi lo diventerà, devono comprendere che le cose stanno cambiando, non tanto per scelta di «qualcuno», ma perché la demografia e la tecnologia stanno trasformando il mondo. La vita tripartita che abbiamo conosciuto è destinata a essere un ricordo del passato, a meno di non pensare di trascorrere l’ultimo, più esteso di un tempo, tratto dell’esistenza in un tempo sospeso, tra la nostalgia dell’estate e il gelo dell’inverno. La rispettabilità borghese del lavoro d’ufficio e delle sue declinazioni contemporanee non vale ogni sforzo, e ragazzi con talenti e intelligenze più a loro agio con la manualità potrebbero essere più felici e realizzati compiendo lavori artigiani. E si può esserlo anche riscoprendosi artigiani, o qualcos’altro, più tardi, come nella storia raccontata dal New York Times di Paul Lundy, cinquantacinquenne facility manager di Seattle che «si spegneva lentamente, una morte da lavoratore, sotto la luce fredda dei neon» in un ufficio e rinasce a nuova vita prima affiancando, poi sostituendo un vecchissimo artigiano nella sua bottega di riparazione di macchine da scrivere.
Sono solo alcuni appunti e suggerimenti, tentativi di svolgimento di quello che è davvero il tema fondamentale: mettere i cambiamenti demografici al centro dell’agenda politica, economica e personale, non più solo come prospettiva così apocalittica da giustificare paradossalmente l’inazione, ma come cambiamento che si deve e si può affrontare. Anche recuperando risorse, perché si ridefiniscono le priorità o si utilizza una piccola parte di ricchezze inusitate per scopi collettivi.
A chi scuoterà la testa pensando che come sempre non ci sono le risorse per fare cose anche condivisibili, giova ricordare che nei prossimi decenni l’Italia parteciperà in prima fila al great wealth transfer, un trasferimento di ricchezza di proporzioni enormi dai baby boomer alle generazioni più giovani, che ne comporterà anche una straordinaria concentrazione in virtù proprio dei cambiamenti demografici. Le stime di questo passaggio di ricchezza entro la metà del secolo variano tra 83 e 124 trilioni di dollari a livello globale e tra 2.300 e 3.800 miliardi di euro nel solo contesto italiano. Tassare questo mare di ricchezza per riparare le conseguenze della crisi demografica e contribuire a ripensare i modelli di sviluppo verso la longevità, a partire da un fondo per finanziare la riqualificazione e la creazione d’impresa da parte dei lavoratori maturi, non sarebbe uno scandalo ma un segnale concreto che si va finalmente nella giusta direzione.
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