La risposta ai rebus leonardeschi in 8 affreschi alla Pinacoteca di Brera 

  • Postato il 29 gennaio 2026
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In uno degli articoli precedenti era stata presentata una serie di rebus leonardeschi di cui è stata data soluzione e interpretazione. Leonardo con alcuni dei suoi rebus celebrava l’arrivo a Milano del suo maestro Antonio del Pollaiolo che aveva ammirato le opere realizzate dall’altro suo allievo Bramante. Tuttavia, una domanda sorge immediata: dove si può trovare un riscontro a tale interpretazione? La risposta è alla Pinacoteca di Brera. Nel Museo milanese, infatti, sono conservati dal 1901-2 otto affreschi rimossi, con tutta probabilità in epoche diverse, dal palazzo che fece costruire a Milano, nell’odierna via Lanzone, Gaspare Ambrogio Visconti, consigliere ducale alla corte di Ludovico il Moro, ma anche uomo dedito alla poesia e alle altre attività dello spirito. Il Visconti fu in intimità con Donato Bramante per il comune trasporto verso la poesia la cui presenza a Palazzo è attestata tra il 1487 e il 1492.  

Gli affreschi che risolvono i rebus leonardeschi da Palazzo Visconti alla Pinacoteca di Brera 

Sette degli affreschi mostrano uomini di potere, un poeta e un cantore; l’ottavo affresco richiama un tema dell’antichità: Democrito ridente ed Eraclito piangente sulle condizioni umane. Il tema è stato proposto da Orazio e Seneca; nel periodo rinascimentale Ficino fece affrescare i due pensatori all’ingresso della sua Accademia Platonica. In una lettera a Pietro Vanni Ficino scriveva: “Nella mia Accademia vedeste dipinta la sfera terrestre con Democrito ed Eraclito da una parte e dall’altra; l’uno ride, l’altro piange. Di che riderà mai Democrito? Della stessa cosa che fa piangere Eraclito: del volgo, animale mostruoso, folle e miserabile”. L’affresco di Brera, secondo le testimonianze cinquecentesche, faceva da sovrapporta nella Sala dei Baroni e, come quello dell’Accademia Platonica, può essere attribuito correttamente da Chastel ad Antonio del Pollaiolo. Pedretti fece a proposito dell’affresco di Brera delle condivisibili considerazioni: l’affresco non è nello stile di Bramante; le scritte sui libri sono condotte da un mancino e Bramante non lo era (lo erano sia Leonardo sia Pollaiolo); la mano destra di Bramante ha la stessa configurazione della mano sinistra di Maria nell’Annunciazione di Antonio e Leonardo. Pedretti suggerì infine la possibilità di riconoscere in Democrito ed Eraclito i ritratti di Bramante e Leonardo, intenti a leggere l’uno gli scritti dell’altro, perché in mano a Bramante c’è un manoscritto con la scrittura a specchio prerogativa esclusiva di Leonardo. Il riconoscimento di Bramante ridente è facile se comparato ad altre sue raffigurazioni, mentre l’Eraclito piangente come impersonato da Leonardo è più difficoltoso per un eccesso caricaturale nel pianto ma, con degli opportuni accorgimenti di computer-grafica, diviene riconoscibile.         

Il mappamondo negli affreschi di Milano  

La sfera terrestre disposta tra i due personaggi è fedele per i tempi alle condizioni geografiche reali, talmente rispondente da evocare una diretta discendenza dal Mappamondo di Hobit realizzato sotto la supervisione di Van Eyck, l’artista factotum di Filippo il Buono. Scrive Bartolomeo Facio a proposito del mappamondo: “è anche opera sua il progetto di un mappamondo in forma di globo, dipinto per Filippo, Principe dei Belgi, di cui ai giorni nostri non c’è opera più perfetta; consente non soltanto di vedere I luoghi e la disposizione delle regioni ma anche di misurare le distanze tra una zona e l’altra”. Antonio del Pollaiolo, l’unico artista italiano ad essere stato frequentatore abituale della Borgogna, ha evidentemente ripreso in disegno la perfezione geografica del mappamondo e lo ha ripetuto sia nella Villa di Careggi sia nel Palazzo di Visconti. A tale proposito Dalai Emiliani scrive che l’artista del fregio di Brera fa una sorta di ribaltamento di tutte le figure tal che si crea una visione quasi cinematografica in 3D, una tecnica pittorica talmente elevata che riconosce unicamente la mano di Antonio del Pollaiolo.      

Il fregio che corona l’affresco nella pinacoteca di Brera      

Al di sopra dei due personaggi dell’affresco svetta un fregio carico di criptici messaggi. A sinistra in uno spazio più ristretto un condottiero guida un carro vittorioso; mentre, alla sua sinistra donne prigioniere si stringono le une alle altre: è Alessandro sul carro che ha strappato a Dario nella battaglia di Isso. Al centro del fregio figura la scritta XL che era stata erroneamente interpretata con LEX; perché la X viene prima della L; XL è da leggere come Xenophontis Liber: La Ciropedia di Senofonte. Cambise insegna a suo figlio l’arte del governare per poter diventare Ciro il Grande. Quindi Leonardo-Alessandro e Bramante-Ciro gli allievi di Antonio del Pollaiolo che compare nel fregio nelle vesti di Cambise. Leonardo ha spazio minore perché nella Sala dei Baroni c’era un solo affresco di sua mano; in altro articolo della rivista ho sostenuto che l’uomo con l’alabarda (o il bastone del comando) è di mano di Leonardo e il raffronto con la capigliatura di Ginevra Benci della National Gallery di Washington toglie qualsiasi dubbio in proposito.       

In alto: Fregio che sovrasta le immagini di Leonardo e Bramante nell’affresco di Brera. Sotto a sinistra: Alessandro Magno nella battaglia di Isso, Museo Archeologico. Napoli. A destra: Rifacimento di immagine di Ciro il Grande, Iranian Knowledge
In alto: Fregio che sovrasta le immagini di Leonardo e Bramante nell’affresco di Brera. Sotto a sinistra: Alessandro Magno nella battaglia di Isso, Museo Archeologico. Napoli. A destra: Rifacimento di immagine di Ciro il Grande, Iranian Knowledge

Il rapporto tra Antonio del Pollaiolo e Bramante a Urbino 

Ma dove può aver appreso Bramante i principi albertiani mediati da Antonio del Pollaiolo?  Li ha appresi a Urbino da Antonio del Pollaiolo, il capofabbrica colà negli Anni ‘70. È opportuno ridimensionare il ruolo che hanno avuto Luciano Laurana e Francesco di Giorgio Martini nelle realizzazioni architettoniche del Ducato di Urbino. Il 10 giugno 1468 il Conte Federico di Montefeltro conferiva a Luciano Laurana la patente di architetto capo a Urbino. Nel decreto di nomina Federico scriveva che, dopo aver cercato inutilmente un architetto in Toscana (seguace dei principi di Leon Battista Alberti), affidava l’incarico a Luciano Laurana perché ne aveva sentito parlare bene e, a Pesaro, aveva fatto esperienze delle sue capacità. Il preambolo dice molte cose: del resto, affidare un incarico scrivendo che era una soluzione di ripiego, era già un benservito perché l’architetto di fede albertiana Federico lo aveva già ma non era ancora pronto per assumere un incarico così importante. Il tutto è dimostrato da un atto notarile in cui Laurana vendeva un terreno in Urbino, non avendo più legami con il Montefeltro. L’atto di vendita è datato ottobre 1472 e vi è nominato il Laurana come “Architector olim Illutrissimi Domini nostri”, un tempo architetto dell’Illustrissimo Signore nostro; ciò significa che già nel 1470-71 Laurana non dirigeva più la fabbrica a Urbino.   

Il ruolo di Antonio del Pollaiolo nelle realizzazioni architettoniche del Ducato di Urbino 

Ne nascono due importanti quesiti: se nel 1470-71 Federico di Montefeltro ha allontanato Luciano Laurana come avrebbe potuto dar seguito senza un capofabbrica a tutte le importanti realizzazioni architettoniche nel suo Ducato tra il 1472 e il 1477? Dopo aver allontanato Luciano Laurana come avrebbe potuto chiamare due anni dopo suo fratello Francesco Laurana a fare il busto marmoreo della consorte morta. Federico di Montefeltro agli inizi degli Anni ’70 aveva costituito una triade costituita da Antonio del Pollaiolo capofabbrica e suoi collaboratori Fra Carnevale in pittura e Ambrogio Barocci in scultura; la triade andò avanti fino alla morte di Federico. Di questa scelta beneficiò Bramante che recepì da Antonio del Pollaiolo i principi di Leon Battista Alberti.

Antonio del Pollaiolo: Busto marmoreo di Battista Sforza, Museo Nazionale del Bargello, Firenze
Antonio del Pollaiolo: Busto marmoreo di Battista Sforza, Museo Nazionale del Bargello, Firenze

Quanto al busto marmoreo di Battista Sforza, già Parronchi aveva proposto che l’autore della scultura, anche per ragioni stilistiche, fosse Antonio del Pollaiolo, ma fu inascoltato. D’altra parte, Francesco di Giorgio Martini è cooptato come architetto militare a Urbino dal 1477, anno di concepimento della congiura dei Pazzi nella quale Federico di Montefeltro fu pienamente coinvolto e consapevole di un probabile futuro conflitto assunse un architetto senese svincolato dall’entourage mediceo. Nei fatti non c’è nessun elemento che deponga per un arrivo anteriore a Urbino del Martini che è documentato nel periodo precedente a dipingere la Natività per il Monastero di San Benedetto a Siena; l’opera è l’unica firmata del Martini per la specifica richiesta dei frati che dovesse essere esclusivamente di sua mano. Per concludere: Leonardo e Bramante negli Anni ’80 del Quattrocento risiedevano stabilmente a Milano: gli affreschi di Brera confermano che Antonio del Pollaiolo si recò a visitarli facendone anche i ritratti.  

Massimo Giontella 

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Artribune

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