La repressione in Iran: corpi in piazza e guerra digitale. L’attivista iraniana ci spiega 

  • Postato il 14 gennaio 2026
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  • Di Artribune
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Per la quinta notte consecutiva il regime ha spento tutto. L’idea era semplice: nascondere quante persone sono ancora in strada. Rendere invisibile la folla. Trasformare il buio in silenzio. È successo l’opposto. 

Che cosa sta accadendo in Iran 

Nel buio, le torce dei telefoni si sono accese tutte insieme. Migliaia. Decine di migliaia. Un gesto elementare, istintivo, collettivo. Così le persone si sono contate. Così hanno detto: siamo qui. Quelle luci sono persone, corpi che non arretrano, presenze che non si lasciano cancellare, stelle che splendono nel buio imposto. Questa è la forza di chi riesce a trasformare il silenzio in coraggio collettivo, attraverso un gesto di estrema bellezza. 
Ed è da qui che arrivano le parole che si ripetono, nei messaggi audio, nei video girati di corsa: “Siamo vivi, condividete la vita, noi non abbiamo paura. Sono loro che hanno paura”. È una scelta politica, è una risposta consapevole a una memoria che pesa: quella del 2009, quando la diffusione ossessiva di un video di morte trasformò il dolore in paralisi. Il giorno dopo, le piazze si svuotarono. La paura fece il lavoro che la repressione non era riuscita a fare. Oggi, chi è in strada lo sa. E per questo chiede disciplina, non silenzio, non amplificare il terrore, non cadere nella trappola. 

I numeri della tragedia in Iran 

Ogni mattina dall’Iran arrivano testimonianze indipendenti, i numeri circolano con cautela: secondo diverse ricostruzioni e ONG internazionali, il numero dei morti causati dalla repressione delle proteste è estremamente difficile da verificare, ma è considerevolmente più alto rispetto alle prime settimane di scontri. Stime variano da circa 2.500 decessi verificati da gruppi indipendenti a stime molto più alte riferite da alcune agenzie estere e fonti interne. Ma altre fonti parlano già di 12 mila morti. 
Questa incertezza numerica diventa essa stessa uno specchio della natura della repressione: isolamento delle comunicazioni, blackout di internet, e rimozione di corpi e prove da parte delle autorità. 
Ma se i numeri dei morti restano incerti, un altro dato emerge con chiarezza dalle immagini: la folla. A Teheran, secondo stime che circolano tra attivisti e osservatori indipendenti, le manifestazioni hanno visto la partecipazione di centinaia di migliaia di persone, con stime diffuse in alcuni video che parlano di picchi fino a quasi un milione di persone in certe giornate di protesta. Nessuna conferma ufficiale è arrivata da fonti statali. Ma i video mostrano fiumi umani che attraversano la città, quartiere dopo quartiere. 

Le proteste a Teheran

E soprattutto mostrano qualcosa che il regime non riesce a spegnere: le strade restano piene. “Si spara come in guerra”, le testimonianze parlano di munizioni militari, di proiettili da cecchino, di spari ad altezza d’uomo. Non colpi in aria. Non avvertimenti. Armi da fronte usate contro civili disarmati. È il linguaggio di un potere che non governa più, ma combatte. Eppure, la folla non arretra. 

Nei video girati si alzano cori che attraversano le strade: 
“Marg bar diktator” (morte al dittatore) 
Marg bar Khamenei” (morte a Khamenei) 
e subito dopo, un altro grido si alza dalla folla: 
“Javid Shah” (lunga vita allo Scià); 

Non è nostalgia, ma il segno di un vuoto politico percepito come totale. Per alcuni, oggi, quel nome non rappresenta un ritorno al passato, ma una possibilità di transizione, una figura di passaggio verso un referendum, verso una scelta collettiva. E qui interroghiamoci perché si è arrivati a tale punto? Perché non abbiamo permesso o partecipato ad un’opposizione trasversale in tutti questi anni per gli iraniani che hanno gridato più e più volte. 

La condivisione dei video, la comunicazione della guerriglia 

Non condividete i video brutti”, dice un ragazzo mentre cammina, e gira la camera verso la folla. È strategia, perché il regime manipola i contenuti, costruisce immagini false, usa l’emozione per disorientare. Per questo insistono: niente filtri, niente intelligenza artificiale. Quelle immagini sono prove. Ma prima di tutto sono vita. La televisione di Stato continua la sua narrazione: il nemico esterno, la stabilità, la fiducia nella Guida Suprema. Intanto, chi riesce a collegarsi con Starlink o Direct-to-Cell manda messaggi fuori dal Paese: “Sto bene.” “Nessuno lascia le strade.” Ma i servizi di sicurezza irrompono nelle case sequestrando dispositivi satellitari per non far parlare.  
Ci sono madri che gridano i nomi dei figli nelle camere ardenti e si sentono dire “se vuoi il corpo di tuo figlio devi pagare 600 milioni di toman (3500 euro) oppure se non hai i soldi possiamo creare la sua tessera per arruolarlo nel corpo dei Basij.” Perché le vittime civili devono andare di pari passo. 
Rendiamoci conto in che situazione sono le famiglie e che pressione psicologica vivono da 47 anni. 

La guerra digitale in Iran 

Accanto alla guerra militare, c’è quella digitale. L’esercito online del regime costruisce trappole: profili che promettono connessioni, tutorial per aggirare i blackout, offerte di “aiuto” per chiamare le famiglie. Come nel 2022, le musiche che smettono di appartenere solo a chi le ha scritte e diventano memoria collettiva, Baraye, divenne l’inno delle proteste per l’uccisione di Mahsa Jina Amini, oggi è la Sinfonia Epic of Khorramshahr di Majid Entezami: una musica di vita e di lotta. Risuona nei video, nei montaggi condivisi, come una colonna sonora non ufficiale che non accompagna la morte ma accompagna una rivoluzione che insiste nel vivere. 

Pegah Moshir Pour 

L’articolo "La repressione in Iran: corpi in piazza e guerra digitale. L’attivista iraniana ci spiega " è apparso per la prima volta su Artribune®.

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Artribune

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