La parola è sempre simbolo
- Postato il 2 aprile 2025
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- Di Il Vostro Giornale
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“Una parola è un incantamento, una evocazione allucinatoria, non designa una ‘cosa’, ma la cosa diventa parola, ed esiste nell’unico modo in cui può esistere: suono significante, arbitrio fonico, gesto magato ed efficace.” Come non condividere l’affermazione dello scrittore Giorgio Manganelli; il dono, o la conquista, assolutamente più formidabile per l’umanità intera è, a mio parere, proprio la parola. Certo è necessario un momento di riflessione intorno a questo eccezionale strumento poiché, solo definendone il senso, il fine, l’impiego, sarà possibile comprendere davvero il valore della parola e del linguaggio. John Carrol, nel suo saggio tradotto con il titolo Psicologia del linguaggio, spiega che “Un linguaggio è un sistema di segni socialmente istituzionalizzato” tanto da suggerire che la sua evoluzione, procedendo parallelamente a quella della “comunità dei parlanti”, ha reso l’essere umano un “animale simbolico”. Lungo questa traiettoria Suzanne Langes individua la radice del fenomeno nella “tendenza a vedere simbolicamente la realtà”. Credo di poter sostenere che la simbolizzazione del reale abbia dato una risposta a una necessità molto pratica, quella di sopravvivere all’interno della realtà naturale nella quale la competizione fra gli esseri viventi era, ed è, il paradigma fondante della dinamica generale della conservazione del tutto. In quella sorta di “guerra di tutti contro tutti” l’essere umano ha messo in campo le qualità peculiari di cui disponeva, così come, per dirla con Dawkins, il “gene egoista” ha operato in ogni sua espressione vitale, il fine era comune, la sopravvivenza e la replicazione. La particolarità introdotta dalla specie umana è stata l’esasperazione della prospettiva che potremmo rappresentare con la formula: comprendere per utilizzare. Il metodo per comprendere la realtà, operazione inaccessibile a certi livelli per ogni altro essere vivente, fu, sin dalle origini, quello di “tradurre in simbolo”, in altre parole, concettualizzare attraverso il linguaggio. L’operazione, per niente semplice anche se l’abitudine e la distrazione la danno per ovvia, di collegare un suono all’idea generata dalla traduzione dell’esperienza in pensiero, ha consentito alla specie di afferrare e ridurre alla sua pensabilità ogni esperienza così da poter estendere la stessa praticamente all’infinito senza sprofondare nell’horror vacui ma addirittura, parafrasando Kant, rovesciando i termini del rapporto fra il cielo stellato e l’individuo.
Se la parola è la conseguenza dell’approccio simbolico finalizzato ad afferrare il mondo, ridurre la qualità del linguaggio diviene una sorta di diminutio delle nostre possibilità di qualificare la nostra vita, sempre che questa possa essere decisa da quanto sappiamo usare il mondo, scelta sottaciuta quanto unanimemente condivisa. L’idea che la semplificazione (confusa con la minimalizzazione) del lessico semplifichi la vita è il suo rovescio, determina inadeguatezza e regresso. Se non si rispetta il “sistema simbolo”, insomma la funzione gnoseologica, pratica ed estetica della parola nella sua storicità, nel suo divenire nel tempo, si perde la storia dell’uomo e il suo senso presente. Dalla creazione del “linguaggio mithos” fino a quella del “linguaggio logos”, sempre l’intento è stato quello di cogliere il tutto e, peculiarità imprescindibile per la nostra specie, tentare di riconoscervi un senso. Questo comporta, implicitamente, una presa di coscienza della sconfitta dell’uomo in tale impresa, sia la conoscenza che l’utilizzo che l’individuazione di senso, in realtà, si sono compiute all’interno della rappresentazione del reale che è appunto il linguaggio, ma l’intera esistenza dell’uomo e il sistema sociale creato dallo stesso, sono espressione positiva e funzionale di tale insuccesso: paradosso utile che, collettivamente più o meno consapevolmente accettato, ha definito l’efficacia del comune inganno che ha determinato l’intero cammino della civiltà.
Può essere utile ricordare la distinzione operata da Giacomo Leopardi tra i “termini” che, a suo dire, rappresentano “la nuda e circoscritta idea di quel tale oggetto”, e le “parole” che, al contrario, conservano una creatrice qualità evocativa. Forse la sua analisi ha trovato conferma nel linguaggio contemporaneo nel quale la componente, che lui definiva con l’espressione illuminante di “geometrica”, ha precluso all’uomo di accedere alla sua natura più intima, quella di creare la realtà inverandola ogni giorno attraverso la funzione evocativa del parlare e del rappresentare. Come afferma il fotografo francese Robert Doisneau, “Suggerire è creare. Descrivere, è distruggere”; è il senso profondo della riflessione leopardiana, la parola deve conservare il peccato originale di essere intimamente intrisa della capacità creatrice del soggetto che la impiega, non deve limitarsi a descrivere geometricamente. Una simile funzione è utile e imprescindibile all’interno dell’area scientifica e della sopravvivenza quotidiana, insomma, nell’uso pratico e anonimo o collettivo che sia, ma se l’equilibrio tra termini e parole si sbilancia verso i primi, ecco che la natura umana lascia spazio all’arido conversare senza poter davvero comunicare alcunché. Leopardi parlava di “moderno aridore” osservando l’impoverirsi del parlare nella sua epoca, cosa mai potrebbe pensare di come oggi sia degenerato il linguaggio? Il suo tanto celebrato pessimismo, che personalmente ho sempre ritenuto coraggioso senso del reale, si concedeva alla convinzione che fosse ancora possibile un positivo equilibrio tra la funzione scientifica del linguaggio e la sua natura estetica e creatrice.
Facciamo tesoro del pensiero del recanatese e proviamo a rivolgerlo ai nostri giorni: a parte la sempre più emarginata cerchia di tecnici, che utilizzano il linguaggio scientifico anche se solo in ambito professionale, e di poeti, sempre più illeggibili e prigionieri di un codice aulico e anacronistico, spesso formale e orfano del calore e del pulsare della vita, la stragrande maggioranza dell’umanità ricorre a un lessico povero, approssimativo, banale e omologante. Che confusione tra “avvicinarsi al lessico popolare” e giustificare la pochezza dei cosiddetti intellettuali che asservono il loro dire a interessi di un qualche potere; che malinconia nel leggere testi di canzoni che, dalla poesia in musica dell’epoca classica, dal Sonetto duecentesco, dal Canzoniere petrarchesco, dai Canti leopardiani, dai Movimenti montaliani, sono sprofondati nel più banale bozzettismo a buon mercato. Credo che al fine di garantire la sopravvivenza di un linguaggio di valore, garanzia di una vita di valore, siano indispensabili memoria e attenzione. Non è possibile cancellare il viaggio della parola senza reciderne le radici più intime, dimenticare la storia e la sua narrazione, la grande stagione dell’umanità che ha creato capolavori, il tragitto che ha condotto “l’animale simbolico” alla generazione di tanta bellezza senza abdicare alla felicità. Se la parola è sempre e comunque simbolo, creatura plastica e metamorfica che nel momento in cui si adatta al suo tempo lo descrive determinandolo, allora non perde la sua natura anche nella violenta azione banalizzante della cultura attuale, anzi, diviene strumento formidabile per la comprensione del nostro tempo. Come reagire all’invasione del brutto? Credo non abbia senso un nostalgico ritorno alla parola di un tempo che ci ha preceduti, non è nell’imitazione di forme e modelli precedenti che si può restituire alla parola la sua capacità evocativo simbolica, ma è solo nella coscienza che, recuperando la funzione simbolico generativa del linguaggio, sarà possibile l’unica vera rivoluzione capace di rimettere l’uomo al centro del suo progetto esistenziale. Di certo ha ragione il principe Miškin quando afferma che “la bellezza salverà il mondo”, ma credo sia altrettanto vero che solo la riconquista della parola-simbolo salverà l’umanità.
Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì. Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero. Clicca qui per leggere tutti gli articoli.